RETROSCENA/ Berlusconi si affida a Salvini, ecco quanto gli costa

- Anselmo Del Duca

Berlusconi sembra incoronare Salvini: è un goleador, ha detto l’ex premier, che pensa di fare il suo regista. Intanto, FI scoppia e Renzi può fare benissimo a meno di B. ANSELMO DEL DUCA

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Silvio Berlusconi - Foto Infophoto

Dice un vecchio proverbio che “non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca”. Silvio Berlusconi sembra sempre più impegnato in una missione impossibile: tornare in campo, ma senza aver ancora avuto la cancellazione delle condanne dai giudici europei; far durare il patto del Nazareno, ma fare anche opposizione a Renzi, e far convivere dentro una ipotetica nuova alleanza dei moderati Salvini e Alfano che si scagliano anatemi reciproci ogni giorno, prima e dopo i pasti. 

Da ultimo, anche tenere insieme un partito allo sbando e lacerato da mille polemiche interne si sta rivelando una missione impossibile. E chi lo capisce di meno sono gli elettori, che hanno condannato Forza Italia a una cocente sconfitta elettorale nelle due tornate regionali di domenica scorsa. 

All’allarme rosso scoppiato dentro la ormai ex balena azzurra Berlusconi ha però risposto picche. Ha addirittura accusato Raffaele Fitto — che per l’ennesima volta gli chiedeva di azzerare tutti gli incarichi — di volere spaccare il partito. Ha smentito pure chi vedeva a rischio il patto del Nazareno, spiegando che l’intesa “non è con Renzi, ma per il paese, che ha bisogno di modernizzarsi”. 

Avanti con le riforme, quindi, anche se aumentano i bocconi indigesti scodellati dal presidente del Consiglio a un partner istituzionale che, a dieci mesi da quell’intesa, non è più su un piano di parità politica con lui. Ecco quindi l’annuncio che l’intesa non verrà stracciata neppure davanti alla proposta più indecente, spostare il premio di maggioranza previsto dall’Italicum dalla coalizione alla lista. Berlusconi ammette di essere pronto ad accettare anche quello per senso dello Stato e di responsabilità. Del resto, probabilmente è lui il primo a non credere alla proposta avanzata a Renzi, che sia ciascun campo politico a decidere se il premio di maggioranza scatti per la lista o per la coalizione. Troppa discrezionalità, da cui discenderebbe troppa confusione.  

Ai suoi che si chiedevano la ragione di tanta arrendevolezza, è parso chiaro che il leader di Forza Italia sia disposto a tutto pur di avere voce in capitolo sulla scelta del successore di Giorgio Napolitano. Che il Quirinale sia parte integrante del patto del Nazareno è ormai cosa assodata: “mi sembra naturale, se siamo insieme per modernizzare il paese”, ha risposto Berlusconi alla presentazione del libro di Bruno Vespa. Lui desidera un capo dello Stato che non sia ostile in partenza, e sembra disposto a qualunque sacrificio pur di averlo.

Bisognerà vedere se i suoi saranno disposto a seguirlo, ad assecondarne le indicazioni. In caso contrario, forte è il rischio di vedere ripetersi nel segreto dell’urna scene come quella dei 101 grandi elettori democratici che affossarono la candidatura di Romano Prodi nel 2013. Una nuova “carica dei 101” potrebbe far crollare questo fragile castello, che si ostina a non fare i conti con le fibrillazioni interne, sempre più evidenti e clamorose. Ma la convinzione di Berlusconi è che gente come Fitto ben difficilmente potrà lasciare Forza Italia.

Alle urne dice di sentirsi pronto, anche se il salvifico intervento a suo favore dei giudici europei non si sa né quando né se arriverà mai. Se si andasse a votare nei prossimi mesi, il sistema elettorale sarebbe quello disegnato dalla Corte costituzionale, proporzionale, e senza premio di maggioranza. Per il leader azzurro sarebbe l’ideale, perché eviterebbe di dover ricostruire un’alleanza e avrebbe la quasi certezza di poter costituire con Renzi un governo di larghe intese dopo il voto. 

Al contrario, se dovesse dover rimettere in piedi un nuovo schieramento moderato, dovrebbe fare i conti con la forza emergente di Matteo Salvini, che — secondo i sondaggi — potrebbe nel giro di pochi mesi valere quanto Forza Italia, se non di più. Berlusconi non ha mai creduto nello strumento delle primarie, ma la sfida per la leadership del centrodestra è ormai lanciata.

Verso il giovane segretario del Carroccio nutre un’istintiva simpatia. Ne apprezza sia la capacità comunicativa, sia il saper battere su tematiche acchiappavoti come disoccupazione ed immigrazione. Lo vede come un bravo attaccante, ma non necessariamente come il capitano della squadra. E per sé continua a vedere il ruolo di regista.  

Le cose potrebbero non essere così semplici, perché difficilmente Salvini potrà accettare di essere così smaccatamente eterodiretto da Arcore. Anche il ripetuto invito berlusconiano alla rappacificazione con Alfano al momento continua a cadere nel vuoto. Certo, le elezioni non sono in vista, e tutto quindi può ancora succedere. Le premesse, però non sono delle migliori.

Per la prima volta si profila sul serio un’area moderata che si disegna contro il volere di Berlusconi, o addirittura senza di lui. La consistenza elettorale delle varie formazioni fa sì che la Lega possa pensarvi, preferendo la corsa solitaria alla coabitazione in un listone obbligato dall’Italicum in salsa renziana. 

Del resto, anche gli interlocutori del Pd non sembrano troppo preoccupati del crepuscolo del berlusconismo. Se dovesse sfilarsi dal patto del Nazareno, va dicendo Guerini in Transatlantico, sarebbe un peccato, ma con le riforme dovremmo andare avanti lo stesso.

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