SPILLO/ Renzi e Salvini, i “Teo-fiaba” che hanno conquistato l’Italia

- Roberto Locatelli

Renzi e Salvini, entrambi di nome Matteo, sono i giovani politici del momento, capaci di conquistare consensi e voti. Anche con diversi “stratagemmi”, ricorda ROBERTO LOCATELLI

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Matteo Salvini - Infophoto

Per vent’anni i media ci hanno propinato le gesta tra pubblico e privato dell’ex-cavaliere Silvio Berlusconi, sia come Premier che come capo dell’opposizione parlamentare a governi di centro-sinistra, declinandolo in varie maniere, quali “cavaliere nero”, Silvio “pelvico”, cavalier “bunga-bunga”, in un crescendo di notizie che avevano a che fare più con le vergogne individuali del suddetto piuttosto che con la capacità di mettere in atti legislativi il proprio approccio politico alle problematiche sociali ed economiche del Paese.

Ora che Berlusconi ha da tempo imboccato la parabola discendente della propria influenza e credibilità politica, stampa, radio e televisioni si sono lanciati su colui che ne sta ripercorrendo le orme ma aggiornato ai tempi moderni per linguaggio e comunicazione, ossia Matteo Renzi. Il finto nuovo che, senza essere votato da alcunché, ricopre il ruolo di Premier e riempie quotidianamente paginate di giornali, ore di telegiornali e comparsate televisive, per poter dar sfoggio della propria arte retorica, guarnita dagli immancabili “selfie” e “tweet”, che lo rendono molto piacione 2.0. Ma ancora non bastava, e così negli ultimi giorni, mentre l’informazione diviene bulimica a furia di nominare Matteo Renzi, ecco che un nuovo personaggio politico trova il proscenio mass-mediatico, colui che viene ribattezzato l’altro-Matteo, trattasi di Matteo Salvini.

Salvini ha un unico merito, quello di aver preso tra le mani un partito ridotto al 3% di consensi a livello nazionale e di averlo portato a scalare le percentuali sino a superare la temibile soglia del 4% alle ultime elezioni europee, per giungere al 9% come stimato dagli ultimi sondaggi. Ma questo è tutto.

Renzi e Salvini, il primo è semplicemente Matteo, il secondo è l’altro Matteo. Vengono dipinti come il nuovo che avanza in politica, sono entrambi nati negli anni Settanta, ma a parte l’età anagrafica di nuovo c’è poco altro, se non nulla.

Renzi fa politica da circa vent’anni, Salvini da un quarto di secolo, entrambi, bontà loro, non hanno mai avuto a che fare con il mondo del lavoro, quello vero, dove si producono beni o servizi utili alla società, dove si lavora per obiettivi, dove capacità e sacrificio sono un tutt’uno al fine del risultato lavorativo, ma hanno sempre avuto la fortuna o la capacità di stare allineati, in scia, a chi contava nei rispettivi partiti, con ossequio e accondiscendenza, affinando l’arte della retorica (declinabile anche come “cianciare a vuoto”, ma facendolo con trasporto e partecipazione per risultare credibili e intelligenti), impreziosendola con ciò che nella nostra moderna società occidentale va più di moda, l’utilizzo dei social network (Twitter/Facebook) e l’immancabile “selfie”.

Renzi nei pochi anni nei quali è assurto all’attenzione mediatica è stato in grado di dispensare dichiarazioni su tutto e il contrario di tutto, sempre palesando la stessa protervia, sempre con tracotanza, con insofferenza verso quei pochi che gli facevano notare contraddizioni e limiti (evidenti!) nei suoi ragionamenti e ancor più nei suoi atti politici. La credibilità come persona l’ha perduta mesi addietro con l’hashtag #Enricostaisereno, a seguito del quale diede poi una spallata al collega di partito per sedersi sulla poltrona di Premier, mentre quella politica trova il suo apogeo con la questione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, questione irrilevante nella trattazione delle problematiche legate al mondo del lavoro per il Matteo Renzi del 2012, mentre di vitale importanza per il Matteo Renzi del 2014 nell’approvazione del suo Jobs Act. Ondivago come il più subdolo e navigato dei politici politicanti, si riserva volta per volta di dichiarare ciò che più lo può mettere in una buona luce mediatica, mentre per il “fare” c’è tempo; d’altronde si dice che c’è più tempo che vita!

Salvini ha politicamente galleggiato nella Lega Nord per un quarto di secolo, è stato “bossiano di ferro” quando Bossi era il capo assoluto e indiscusso leader della Lega Nord, nonostante il legame con Berlusconi che provocava continui e persistenti mal di pancia tra la base leghista, è divenuto un “barbaro sognante maroniano” quando larga parte della dirigenza rimasta in disparte rispetto alla ristretta èlite decisionista denominata “cerchio magico” decise di scalare la vetta del partito. Senza dimenticare che è stato un componente dei Comunisti Padani quando nel 1997 la Lega Nord promosse l’elezione del Parlamento Padano in un’ottica d’indipendenza della Padania, salvo poi, nel corso del 2014 da leader del partito, stringere alleanza con l’estrema destra francese di Marine Le Pen alle ultime elezioni europee, e aver accettato che sfilassero anche gli estremisti di destra di CasaPound all’ultima manifestazione contro l’immigrazione clandestina.

Non solo, è passato dal concetto di un partito che lottava per l’indipendenza della Padania con funzione secessionistica dall’Italia, a un partito che vuole mettere radici al Sud con argomentazioni anti-Europa e anti-Euro, proprio mentre i maggiori partiti secessionistici d’Europa (catalani e scozzesi) lottano contro i rispettivi Stati centrali coniugando l’approccio anti-centralismo statuale con un’ottica filo-europea. Anche in questo caso la politica è ondivaga, senza un tracciato intellettualmente coerente.

Se qualcuno nutre speranze sui due finti giovani della politica italiana è bene che si ravveda per tempo, prima di accorgersi, magari anche in questo caso dopo un ventennio, che era tutto fumo e niente arrosto, che oltre all’immagine e alla retorica, ci sono poche idee ma confuse, e soprattutto nessun retroterra culturale che faccia da base alle proposte politico-legislative, ma una continua rincorsa a “flirtare” mediaticamente per compiacersi una base elettorale sempre più ridotta ma ancora capace di ingannarsi…come fosse la prima volta.

 

P.S.: Quando ero adolescente nella nostra compagnia c’era un amico che aveva una qualità inarrivabile, quella di spararla sistematicamente grossa, neanche a farlo apposta si chiamava Matteo, e proprio per questo gli venne affibbiato l’appellativo di “Teo-fiaba”. Credo che le rispettive (curvi-)linee politiche di questi due giovani e già vecchi mestieranti si possano proprio bollare come le politiche dei due Teo-fiaba!

 

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