STATO-MAFIA/ Pellegrino: la lettera di Napolitano su Di Matteo? L’anomalia è Il Fatto Quotidiano

Per GIOVANNI PELLEGRINO, le accuse del “Fatto Quotidiano” contro il presidente sono prive di fondamento. Non c’è stata alcuna influenza di Napolitano al di là dei suoi compiti istituzionali

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Il pm Nino Di Matteo (Infophoto)

“Le accuse del Fatto Quotidiano contro il capo dello Stato sono prive di qualsiasi fondamento. Conoscendo Giorgio Napolitano io escludo che ci possa essere stata un’influenza del presidente della Repubblica al di là dei suoi compiti istituzionali”. Lo sottolinea Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle Stragi, a proposito della notizia, diffusa da Marco Travaglio, secondo cui sarebbe stato Napolitano a chiedere di processare il pm Nino Di Matteo. Il magistrato è sotto procedimento disciplinare dinanzi al Csm per l’intervista rilasciata il 22 giugno 2013 a Repubblica, nella quale rivelò che il presidente Napolitano era stato intercettato mentre parlava con Nicola Mancino. Ora è emersa la vicenda della lettera del segretario generale del Quirinale, Donato Marra, recapitata al procuratore generale della Cassazione che aprì quindi un procedimento contro Di Matteo.

Pellegrino, fu Napolitano a chiedere di processare Di Matteo?

Il capo dello Stato, nella sua funzione di presidente del Csm, ha segnalato un problema al procuratore generale. Quest’ultimo nella sua autonomia ha attivato un procedimento di incompatibilità ambientale nei confronti del pm Nino Di Matteo. Il presidente della Repubblica è dunque rimasto pienamente nel suo ruolo attraverso una segnalazione al procuratore generale, il quale a sua volta è rimasto nei limiti della sue funzioni attivando un procedimento disciplinare, e lo stesso discorso varrà per il Csm se valuterà questo procedimento in modo imparziale. Personalmente mi auguro che ci sia un proscioglimento di Di Matteo, perché se così non fosse servirebbe soltanto a suscitare nuove polemiche e confusione.

Per il Fatto Quotidiano, Di Matteo sarebbe “il magistrato più detestato da Giorgio Napolitano”. Come si spiega questa avversione?

Conoscendo Napolitano non penso che ci sia un personalismo. Il capo dello Stato come dicevo sta all’interno del suo ruolo, e da questa posizione ha fatto delle osservazioni come era già avvenuto nei confronti delle intercettazioni telefoniche che lo riguardavano, rispetto a cui si era visto dare ragione. Adesso vedremo quanto durerà il dibattimento sulla trattativa Stato-mafia, che visto il numero di testimoni mi aspetto sarà molto lungo.

Quindi da parte di Napolitano non c’è stata alcuna interferenza?

Esattamente. E’ la stessa valutazione che feci quando fu sollevato il conflitto di attribuzione. All’epoca opinionisti come Barbara Spinelli e Franco Cordero criticarono Napolitano, il quale si vide però dare ragione dalla Corte costituzionale. Napolitano infatti non ha difeso la sua persona ma il suo ruolo, che oggi è suo e domani sarà del prossimo presidente della Repubblica. Di Matteo ha dichiarato che le intercettazioni di Napolitano “non sono minimamente rilevanti”.

Perché il capo dello Stato ha segnalato il pm per un’intervista nella quale quest’ultimo lo difendeva?

La decisione di Napolitano si comprende se lo si inserisce nel contesto del dibattito di quest’estate. Una volta prodotte le intercettazioni, il problema che si è posto è stato se distruggerle con una procedura che le rendeva conoscibili nella camera di consiglio o se, come ha deciso la Corte costituzionale, dovevano essere distrutte subito.

 

Che cosa ne pensa nel merito delle dichiarazioni rilasciate da Di Matteo a Repubblica?

Di Matteo non avrebbe dovuto divulgare la notizia sulle intercettazioni relative al capo dello Stato. La Corte costituzionale ha ordinato di distruggerle subito senza neanche attendere l’udienza del Gip. Quello che è avvenuto per effetto della sentenza della Consulta in realtà andava fatto immediatamente, perché in questo modo non ci sarebbe stato nessun problema. Al contrario l’intervista rilasciata da Di Matteo ha fatto sì che si accendesse un “fuoco istituzionale” che era meglio evitare.

 

(Pietro Vernizzi)

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