SCENARIO/ Il giurista: ecco cosa non va nella “riforma” Renzi

- Vincenzo Tondi della Mura

VINCENZO TONDI DELLA MURA torna a parlare dell’Italicum e delle conseguenze che avranno per il paese le riforme messe in campo da Renzi e Berlusconi (Titolo V e Senato)

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I commenti critici mossi da alcuni lettori al mio articolo pubblicato su ilsussidiario.net dello scorso 27 gennaio, offrono l’occasione per meglio riflettere sul punto cruciale dell’intero dibattito politico-istituzionale riguardante il patto Renzi-Berlusconi. Dibattito che non è riducibile a una mera problematica d’ingegneria istituzionale (composizione e ruolo degli organi di democrazia politica e territoriale), interessando, piuttosto, il tipo di democrazia cui è destinato il Paese e, dunque, le ragioni e le possibilità dello stare insieme.

Nell’articolo evidenziavo gli effetti distorti di un sistema elettorale politicamente antistorico e costituzionalmente dubbio. Esso, per un verso, vuole ripristinare un bipolarismo già rivelatosi fallimentare e oramai superato dagli eventi, posto che le ultime elezioni hanno registrato l’esistenza di tre blocchi quasi paritetici, oltreché di un quarto partito e di ulteriori forze minori; il tutto, a non considerare che il primo vero partito nazionale è quello degli astenuti, il cui numero ammonta a un quarto del totale degli elettori. Per altro verso, detto sistema intende conseguire un tale risultato sia rafforzando oltre ogni limite il potere decisionale della leadership del partito vincitore (il cui premio di maggioranza può addirittura raddoppiare i voti ottenuti), sia svuotando di contenuto la libera scelta dell’elettore, la responsabilità politica dei parlamentari e, in definitiva, il ruolo degli organi di rappresentanza politica e territoriale. Non è un caso che dietro gli insopportabili proclami mediatici sulle magnifiche sorti e progressive derivanti dalle riforme di bicameralismo, titolo V e sistema elettorale, si celi la sostanziale vanificazione degli organi coinvolti: il Senato delle autonomie, privato di autonoma configurazione e reso ontologicamente succube delle irrisolte tensioni fra regionalismo e municipalismo; le regioni, definite solo in negativo e destinate alla gestione decentrata di una politica centralistica. Di qui la conclusione: non c’è nulla da attendersi da una riforma che opera per sottrazione, che limita il ruolo degli elettori, dei parlamentari e degli organi di rappresentanza, espropriandoli della funzione costituzionale del controllo politico (quello giuridico è stato già ridotto!).

Nello spazio dei commenti, tuttavia, mi è stato sostanzialmente obiettato che l’eliminazione delle regioni non nuocerebbe al pluralismo democratico e che, anzi, faciliterebbe il risanamento politico ed economico, ponendo fine alle storture e agli sprechi dei trascorsi decenni. 

L’obiezione concerne la sola questione delle regioni. E tuttavia, ferma restando la libertà di giudizio di ciascuno, essa coglie il punto cruciale della vicenda. Portando alle estreme conseguenze quanto obiettato, verrebbe da dire che una riforma per sottrazione qual è quella in cantiere, ben si attaglia alle pari esigenze rinunciatarie di una popolazione defraudata del proprio benessere sociale e dell’agibilità delle proprie ambizioni politiche; e ciò, paradossalmente, a tutto vantaggio degli artefici di un tale stato d’indigenza democratica.

Non ci s’interroga – come invece si dovrebbe − sui motivi che hanno condotto le regioni a tradire il proprio ruolo; né ci si chiede se esistano vie d’uscita per garantire le istanze territoriali che in passato furono censurate prima dallo Stato unitario risorgimentale, poi dal fascismo e infine dal congelamento costituzionale. Piuttosto, s’invoca il ritorno al centralismo statale; e ciò nella disillusa consapevolezza che ogni istanza di rappresentazione territoriale è suscettibile di risolversi nel suo contrario, ossia in uno sperpero di risorse pubbliche a danno del medesimo territorio richiedente.

Il paradosso di una simile riduzione, tuttavia, è che essa accentua ulteriormente le ragioni del malessere sociale, anziché ridurle. È come se tanta parte della popolazione, portata allo stremo da una partitocrazia senza ritegno, si rivolga ora a quella medesima partitocrazia per affidarle i propri istituti democratici, pur di avere assicurato un nuovo sviluppo economico. Se la democrazia ci ha portato all’attuale situazione di sfascio – sembra dire – è meglio non attardarsi nella relativa difesa! Meglio rimettere la guida del Paese a organi oligarchici privi di controllo politico, purché capaci di una reale azione di governo! Meglio rimettere a quelle oligarchie il fardello delle istanze democratiche, non essendo questo il momento per tali vane aspettative!

Nulla di nuovo, in fin dei conti. Si ripropone ancora una volta l’eterno dilemma tra il fascino della libertà e il bisogno della concretezza, impersonato dal Grande Inquisitore di Dostoevskij: non di libertà, ma di pane ha bisogno l’uomo! “Essi ci ammireranno e ci considereranno dèi, per aver acconsentito, mettendoci alla loro testa, di assumerci il carico di quella libertà che li aveva sbigottiti e di dominare su di loro, tanta paura avranno infine di essere liberi!”.

Per concludere, non sono solamente le regioni a essere in gioco nella riforma in cantiere. C’è molto di più, purtroppo. E intanto giornali, corifei e lacchè plaudono gioiosi.



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