RENZI & LETTA/ Furio Colombo: perché non dicono qualcosa di sinistra?

- int. Furio Colombo

FURIO COLOMBO commenta le ultime frecciate tra Matteo Renzi ed Enrico Letta etichettandole come “vecchi giochetti da Dc”. E nel frattempo nessuno governa il Paese…

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Matteo Renzi (Infophoto)

Nuove schermaglie tra Enrico Letta e Matteo Renzi. Sull’esecutivo pende la classica spada di Damocle. Il segretario del Pd ha fissato la data decisiva: il 20 febbraio si decideranno le sorti del governo, aggiungendo che Letta ora deve giocare a carte scoperte. Il premier, dal canto suo, fa sapere: “non siamo qui per galleggiare”. Resta che il futuro dell’esecutivo rimane quanto mai incerto. Per Furio Colombo, ex direttore dell’Unità e deputato del Pd, attualmente editorialista del Fatto Quotidiano, si tratta di vecchi retaggi della Dc.

Renzi e Letta si punzecchiano. Come commenta le ultime schermaglie?

È la dimostrazione che non è cambiato niente: siamo rimpiombati nel passato. Back to the future…

Cioè?

Renzi dice cosa da vecchia Democrazia cristiana, parole che si sentivano in Piazza del Gesù ai tempi di Rumor, Andreotti, Fanfani e compagnia bella. Non parla di eventi, di cose, di fatti e di problemi, bensì di scadenze su chi comanda cosa. Mi sembra una prova modesta…

Il segretario ha poi invitato Letta a “giocare a carte scoperte”.

Ripeto, è un giochetto. Non ci vedo, poi, nulla di grandioso da parte di Letta che se ne va a fare compagnia a Putin alle Olimpiadi di Sochi compiendo un gesto non necessario, alquanto discutibile e, secondo me, assolutamente sbagliato. E mi sembra antico, ribadisco, il comportamento di Renzi che si preoccupa di se stesso invece che del partito di cui è leader. Un partito nel quale c’è molto da mettere a posto, a partire dalla definizione della sua immagine.

Letta ha fatto presente di non essere al governo per galleggiare.

Ancora, sono frasi da vecchia Dc, punto. Mi ricordano i tempi in cui – quando ero giovane – la politica era fatta tutta in questo modo.

Dando un occhio ai sondaggi il centro-destra è avanti e l’appeal di Renzi verso l’elettorato di Berlusconi pare essere sceso sensibilmente.

Ma Renzi non deve avere proprio appeal per l’elettorato di Berlusconi. Non è che Obama, per fare un esempio, ha avuto presa su quello di Bush. Non accade così: non è il leader che cambia, è la gente che lo fa, vedendo se il leader vale la pena o meno di essere seguito.

Quindi?

Porre la questione del “devo diventare un po’ più di destra così prendo i loro voti” è sbagliato in quanto l’elettore non è stupido e cerca sempre il prodotto originale, non l’imitazione. La destra ha i suoi esponenti. Il punto, semmai, è un altro…

Quale?

Bisognerebbe girare la questione: come fa Renzi a recuperare i milioni di voti perduti a sinistra? Voti che, tra l’altro, sono disponibili e senza destinazione.

Un po’ come quelli del centro?

Ma il centro, come dimostra la politica del mondo, non esiste. Il centro è talmente inesistente che è impossibile definirlo: è soltanto una posizione parlamentare. Lei vada in strada e chieda a una persona: “Lei è di centro?” Cosa le risponde? Non ha senso. La gente è di destra o di sinistra, in America sono Repubblicani o Democratici. Ripeto, il centro riguarda semplicemente una strategia parlamentare.

 

Dunque dovrebbe recuperare i voti della sinistra confluiti anche nel M5S.

Glielo consiglio vivamente, invece di piacere a Barbara Berlusconi…

 

E la decisione di Pietro Grasso come la vede?

Non vedo come il presidente Grasso non avrebbe potuto – trattandosi di compravendita di senatori – non agire in questo verso.

 

Tornando invece a Letta – che è bersagliato da tutte le parti – cosa deve fare per uscire dall’impasse?

Dovrebbe cercare di governare bene. Ecco, invece di andare a Sochi vada all’Electrolux.

 

Qualche settimana fa aveva rispolverato la legge sul conflitto d’interessi…

Anche il più stupido aveva capito che l’aveva tirata fuori per mettere in imbarazzo Renzi, così come Renzi parla del 20 febbraio per metterlo in difficoltà. Stanno giocando tra di loro senza occuparsi uno del partito e l’altro dell’Italia.

 

(Fabio Franchini)

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