PROVINCE/ 1. Il giurista: tutte le incognite della nuova Italia dei sindaci

- Annamaria Poggi

Incognite e aspetti positivi del taglio delle province. Permane l’incognita sui costi, parte il governo di area vasta, lo Stato si riprende il ruolo delle Regioni. ANNAMARIA POGGI

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L’approvazione in Senato in seconda lettura del ddl Delrio costituisce un passo estremamente significativo nell’ambito del più generale riordino territoriale del nostro Paese perché, salve le sorprese, che probabilmente saranno neutralizzate da un’altra questione di fiducia che il Governo porrà alla Camera per l’approvazione finale, esso diventerà legge. 

I passaggi principali di questa legge sono riassumibili in tre aspetti.

Sono abolite le Province come ente politico direttamente eletto dai cittadini. Rimane la Provincia come ente di decentramento territoriale i cui organi politici sono costituti da sindaci e consiglieri comunali. La novità è precisamente in questo passaggio: non scompare la Provincia come ente territoriale, bensì come ente politico, poiché il suo personale politico non sarà più eletto a suffragio universale diretto, bensi dai sindaci e consiglieri comunali della provincia stessa. 

Altro passaggio rilevante è l’istituzione delle città metropolitane previste dalla legge. Esse sostituiranno immediatamente le Province omonime nella loro attuale dimensione territoriale, salvo che i comuni interessati, compreso il capoluogo di provincia, ne propongano una modifica estensiva territoriale, che, tuttavia, dovrebbe passare per un procedimento assai complesso in cui sarebbero implicate anche le regioni. Il sindaco metropolitano è di diritto il sindaco del comune capoluogo della città metropolitana, quindi insediato direttamente dalla legge almeno in prima battuta, perché successivamente lo statuto potrà prevedere un’elezione diretta stabilita con legge statale.

Terzo passaggio è costituito da una incentivazione all’unione e fusione di comuni, quanto più opportuna in un Paese che come il nostro ha più di 8mila comuni di cui 2/3 con meno di 3mila abitanti. 

Valutazioni ad una prima lettura: alcune di tono problematico, almeno per quanto ora si legge.

In primo luogo, indubbiamente, con questa legge si tagliano i costi della politica, perché d’un colpo solo non si eleggeranno più circa 3mila consiglieri provinciali. Si tratterà di capire se il nuovo personale politico delle Province, eletto indirettamente (sindaci e consiglieri comunali), avranno un’indennità aggiuntiva rispetto alla carica che ricoprono o meno. Se l’avranno, forse tutto questo risparmio non ci sarà.

In secondo luogo è chiaro che bisognerà capire come fanno sindaci e consiglieri comunali che comporrano il vertice politico delle nuove Province a fare bene due mestieri, perché per la legge sono compatibili. In altri termini un consigliere comunale che è eletto nel consiglio provinciale, cumula le due cariche. Speriamo abbiano il tempo per fare bene sia l’uno che l’altro mestiere.

Altre valutazioni, invece, non possono che essere positive.

Senz’altro, il fatto di far finalmente partire le aree metropolitane per città strategiche nello sviluppo del Paese è un bene: decolla finalmente un governo di area vasta, sempre immaginando che esse si svilupperanno come territorio. Al momento, infatti, quelle istituite coincidono con il territorio delle attuali province che vanno a sostituire. Vi è, dunque, da augurarsi che questa legge sia l’avvio di un processo. 

Altro fattore importante è spingere i comuni verso le fusioni e le unioni, per i motivi sopra detti.

Le ultime notazioni riguardano le tendenze di “politica” istituzionale che questa legge segna.

In primo luogo il fatto che lo Stato si sia riappropriato in toto della riorganizzazione territoriale, spogliando le Regioni di poteri che la Costituzione loro conferisce in proposito, soprattutto sul versante dei comuni. Non c’è dubbio che questo passaggio sia stato favorito dalla cattiva fama di cui, in questo momento storico, godono le Regioni, quasi tutte travolte da scandali poco edificanti. Tuttavia il passaggio ci riporta indietro ad una gestione “fordista” tutta statale dell’organizzazione politica del territorio, che non valorizza le differenze che esistono in questo Paese e di cui, invece, bisognerebbe tenere conto. 

In secondo luogo l’idea che i sindaci siano il perno della filiera politica dell’organizzazione territoriale (il sindaco metropolitano è il sindaco del capoluogo di provincia, gli organi delle future province sono eletti tra sindaci e consiglieri comunali…) è un po’ rischiosa, anche dal punto di vista politico. Si rischia infatti di sovraccaricare politicamente queste figure di molte responsabilità e, in qualche misura, di farne una sorta di super-men. Non vorrei che tra qualche anno gli scandali che ora travolgono le Regioni li dovessimo vedere a livello comunale.

Il buon governo costituzionale chiede pesi e contrappesi: mai dare troppo potere nelle mani di una sola categoria o un solo potere. 

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