M5S & ELEZIONI/ Il giurista: il ricatto di Beppe Grillo ai suoi candidati è contro la Costituzione

FRANCESCO CLEMENTI commenta il codice di comportamento del M5S in base a cui i candidati alle elezioni Ue dovranno impegnarsi a versare 250mila euro qualora si rifiutino di dimettersi

grillo_nuovo_R439
Beppe Grillo (Infophoto)

I candidati del Movimento 5 Stelle alle elezioni europee dovranno impegnarsi al versamento di 250mila euro qualora si rifiutino di dimettersi dalla loro carica. Gli iscritti certificati al Movimento e gli attivisti del territorio avranno diritto a sfiduciare l’eurodeputato e a costringerlo a dimettersi. Lo prevede un nuovo documento del M5S, secondo cui “il deputato dovrà altresì dimettersi obbligatoriamente se ritenuto gravemente inadempiente al codice di comportamento e all’impegno al rispetto delle sue regole assunto al momento della presentazione della candidatura nei confronti degli iscritti del M5S”. Per Francesco Clementi, professore di Diritto pubblico all’Università di Perugia, “quello messo in atto dal M5S è sostanzialmente un ricatto che va contro il dettato della Costituzione italiana”.

Professor Clementi, perché ritiene che il codice di comportamento del M5S vada contro la Costituzione?

La nostra Costituzione lascia agli eletti, ai sensi dell’art. 67 della Costituzione, il diritto di essere liberi nell’esercizio delle loro funzioni in quanto appunto “ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione”. Ritengo perciò che quella del M5S sia sostanzialmente una forma di ricatto. E’ un utilizzo del mandato del tutto estraneo rispetto a quanto previsto dalla Costituzione italiana. Si tratta –come è giusto sottolineare e ricordare – di una proposta di tipo politico, non giuridico. I parlamentari del M5S sono pienamente liberi di disattendere questa richiesta, per motivi politici ma innanzitutto giuridico-costituzionali.

Di fatto quello introdotto da Grillo è un vincolo di mandato?

No, perché senza una riforma costituzionale che modifichi l’art. 67 non vi è vincolo giuridico. Nel momento in cui un parlamentare è eletto dai cittadini, da un punto di vista costituzionale quel ruolo gli garantisce la libertà di esercizio della funzione politica. Non può essere quindi sottoposto a qualunque forma di ricatto. Questa concezione non si può inoltre configurare all’interno di quel legame che unisce gli aderenti a una formazione politica, perché questo tipo di scelta non può essere a tal punto vincolata da andare contro al dettato costituzionale. Nessuno statuto di partito, movimento o associazione può andare contro la Carta fondamentale dello Stato.

Che cosa accadrà ai parlamentari che accetteranno di firmare l’impegno formale?

Ribadisco che tutti i parlamentari sono liberi di esercitare la loro funzione e il loro mandato politico in piena libertà. Qualsiasi forma di restrizione, soprattutto se avviene con strumenti come il versamento di una “cauzione” in denaro, sono del tutto fuori da qualsiasi logica accettabile di riduzione dello spettro di agibilità politica in ragione di un mandato vincolato.

 

La nostra Costituzione distingue in modo chiaro i partiti politici dalle altre associazioni?

L’articolo 49 della Costituzione affida al soggetto associativo partito politico la facoltà di concorrere con metodo democratico alla definizione dell’indirizzo politico nazionale. Ciò rende un partito diverso da qualsiasi altra associazione coperta dall’articolo 18 della Costituzione. Il problema però è che l’articolo 49 è in qualche modo “incompleto”, perché il Parlamento non ha mai approvato una legge per disciplinare nello specifico le norme che si applicano ai partiti. L’effetto concreto che un partito politico produce nell’ordinamento, che va dalla creazione dei gruppi parlamentari, al governo dell’indirizzo politico in parlamento, rende in realtà molto differente il fatto di appartenere a un partito rispetto a un’associazione. E sarebbe davvero tempo che si avesse una legge sui partiti che desse attuazione, appunto, all’art. 49 Cost., così come del pari una sulla rappresentanza sindacale, che desse cioè attuazione all’art. 39 Cost. Da decenni gli studiosi scrivono -ahimé inascoltati- sul punto.

 

Grillo in questo modo dimostra di concepire il suo partito come un’azienda?

Il tentativo di Grillo è quello di considerare il M5S come una società di sua proprietà. Ciò rende il movimento in qualche modo molto simile ad altri fenomeni associativi diversi dai partiti politici. Il punto però è che il M5S “produce” degli eletti, perché sceglie di giocare nell’agone elettorale. Ciò rende del tutto inefficace qualsiasi situazione giuridica soggettiva che pretenda di essere vincolata dall’esterno, pur essendo ben radicata all’interno dell’ordinamento costituzionalmente garantito. Qualsiasi parlamentare è totalmente libero di esercitare il suo mandato, perché la funzione che la Costituzione gli assegna è estranea a qualsiasi sorta di ricatto. Ma mi faccia aggiungere una cosa: il rifiuto di questa sorta di ricatto politico non mi fa tuttavia non vedere la necessità di ricondurre il mandato elettorale ad una funzione chiara: da un lato quella di tutelare lo status del parlamentare, dall’altro quella di garantire pure che il cittadino-elettore non venga “preso in giro” da un parlamentare che, durante il suo mandato, aderisce nel tempo a tutti i gruppi politici passando tutto l’arco parlamentare. Ecco, questo problema esiste, e va combattuto. Molti Paesi europei hanno meccanismi e strumenti idonei a ridurre la legittima azione politica dal puro arbitrio comportamentale, sganciato da qualsiasi vincolo politico-partitico, che in non pochi casi in questi anni abbiamo visto. Sarebbe molto interessante che il M5S accettasse di discutere di ciò. Di sicuro però non partendo da una minaccia ritorsione economica per i non allineati.

 

(Pietro Vernizzi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori