SCENARIO/ Tribunale ed europee, la roulette russa di Berlusconi e Renzi

- int. Antonio Padellaro

ANTONIO PADELLARO e il retroscena dell’incontro al Quirinale tra Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi. Gli assetti della politica italiana cambieranno in funzione del voto delle Europee

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Il Quirinale visto dalla Consulta (Infophoto)

Il patto per le riforme potrebbe traballare? Ieri Matteo Renzi ha incontrato Denis Verdini e, ospite di Otto e mezzo, ha escluso l’ipotesi: “abbiamo parlato delle riforme costituzionali” ha detto il premier. “Spero che Forza Italia resti nell’accordo e sono convinto che anche Forza Italia voterà il superamento del Senato, la riforma del Titolo V e l’abolizione del Cnel”. Il faccia a faccia tra i due si è reso necessario dopo che mercoledì sera Silvio Berlusconi è salito al Quirinale per conferire con il capo dello Stato. L’appuntamento, ufficializzato alle 20.40 con una nota del Colle, è stato chiesto dal leader forzista che ha voluto incontrare Napolitano per “potergli illustrare le posizioni del suo partito nell’attuale momento politico”. Un momento certamente burrascoso nel quale l’asse Renzi-Berlusconi sulle riforme appare sempre più necessario – soprattutto a Palazzo Madama in vista del voto sul ddl del nuovo Senato renziano –, anche se il 10 aprile sarà una data spartiacque per il futuro di Forza Italia visto che si conoscerà se l’ex Cavaliere andrà ai servizi sociali o ai domiciliari. Cosa ha chiesto Berlusconi al capo dello Stato? Un dettaglio che non può lasciare tranquillo Matteo Renzi. Il tutto con le elezioni europee alle porte. Il punto politico con Antonio Padellaro, direttore  de Il Fatto Quotidiano.

Triangolo Renzi-Berlusconi-Napolitano. Il leader di Forza Italia è stato ricevuto al Qurinale, ufficialmente per esporre al capo dello Stato “le posizioni del suo partito nell’attuale momento politico”. In realtà?

Hanno parlato della posizione giudiziaria di Berlusconi che fra pochi giorni, alla luce di quanto deciderà il tribunale di sorveglianza di Milano, dovrà scegliere tra i servizi sociali e gli arresti domiciliari. Così stanno le cose: questo provvedimento gli impedirà di poter fare campagna elettorale. È evidente che con un partito ai minimi termini, diviso e privo di altri punti di riferimento importanti, l’assenza di Berlusconi significa un disastro annunciato. La sua presenza invece, come già avvenuto in passato, potrebbe rivitalizzare il voto verso FI.  

Secondo lei ha ottenuto garanzie?

È chiaro: Berlusconi vuole avere la possibilità di fare campagna elettorale. Il presidente della Repubblica non può intervenire sul tribunale di sorveglianza; l’unico modo per Berlusconi è che il tribunale stesso decida di rinviare al 1° giugno l’inizio dell’operatività della sentenza.

In questo contesto qual è il ruolo del Colle?

Già il 13 agosto 2013 – dopo la condanna definitiva di Berlusconi – vi fu un comunicato del Colle in cui venivano specificate le difficoltà nella concessione della grazia, dicendo però che i giudici si sarebbero dovuti far carico della particolare posizione dell’imputato condannato, il quale è il leader di una grande forza politica. Rileggendolo, l’auspicio è che le misure coercitive nei confronti di Berlusconi tenessero conto del suo passato e del presente. Ma più di questo il Quirinale non può fare: la decisione del tribunale di sorveglianza è del tutto autonoma, Napolitano non può intervenire sulle decisioni del potere giudiziario.

Il 10 aprile è fissata la sentenza: arresti domiciliari o servizi sociali. Cosa può succedere l’indomani? 

Ci saranno urla e strepiti da parte di Forza Italia, proteste, indignazione, sdegno e quant’altro, ma per Berlusconi sarà l’inizio di una detenzione e dunque l’impossibilità di fare politica.

 

Forza Italia è già in confusione. Senza Berlusconi salterà in aria?

È già orfana del suo unico leader. Nel frattempo il partito, anche per colpa di Berlusconi, non ha un’alternativa.

 

Il tutto può incidere sugli equilibri di governo e soprattutto sul cammino delle riforme. FI è necessaria a Palazzo Madama dove i numeri sono quanto mai risicati soprattutto in ottica riforma del Senato.

È molto semplice: le elezioni europee ormai sono vicinissime e in questo tempo che ci separa non credo che si possano fare grandi cose. È evidente che un risultato positivo e importante di Forza Italia sul 23-25% – cosa che ritengo improbabile – costringerebbe Renzi a doverne tenere conto; il peso dei forzisti aumenterebbe e con esso anche la loro capacità di condizionare le scelte di governo, ricattando politicamente l’esecutivo. Berlusconi non sarebbe nuovo a questi ripensamenti.

 

E nel caso in cui fosse negativo?

Se il risultato fosse deludente, con una perdita sostanziale di voti, il partito entrerebbe in una crisi profonda e lì sarebbe per loro conveniente non agitarsi troppo, cosa che potrebbe far perdere loro anche quel ruolo di condizionamento che possono esercitare sul governo. Insomma: se Berlusconi vince rilancia, ma se perde si rassegna.

 

In ottica Senato, quanto sono pericolose le trappole della minoranza Pd? Diversi i ddl presentati…

Anche questo dipende dal risultato elettorale; se Renzi vince, e bene, le europee con il 30% o più, diventa definitivamente il padrone del Pd; l’opposizione interna dovrebbe fare i conti con uno che ha vinto le elezioni. Se poi, invece, l’esito dovesse essere al di sotto delle attese è chiaro che la minoranza potrebbe ringalluzzirsi e sbattere i pugni sul tavolo. E lì sarebbero guai per Renzi.

 

Qual è la stabilità reale dell’esecutivo?

Renzi ha una popolarità molto forte tra i cittadini; si dà molto da fare, è vivace e promette tante cose: finché si promette si ha sempre molto consenso. È giovane, non ha scheletri nell’armadio e si sta anche muovendo piuttosto bene. In parlamento, per il discorso di prima, l’equilibrio cambia: il premier ha sì il controllo del partito, ma deve stare attento agli agguati dei gruppi parlamentari, che soprattutto al Senato posso giocargli brutti scherzi. Ma ripeto, allo stesso tempo la minoranza mettendo i bastoni tra le ruote di Renzi corre il rischio di essere poi sconfessata nelle urne elettorali.

 

(Fabio Franchini)

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