TAGLIO PROVINCE/ 1. Il giurista: il grande bluff di una legge che aumenta enti e spese

- Giulio M. Salerno

Il ddl Delrio sulle province è diventato legge. Abolizione? Neanche per sogno: aumenteranno gli uffici, gli enti e le tasse. Imposte da organi non eletti dai cittadini. GIULIO M. SALERNO

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Matteo Renzi e Graziano Delrio (Infophoto)

Quale “pseudo-titolo” potrebbe essere attribuito – secondo la moda del momento – al cosiddetto disegno di legge Delrio appena approvato dalle due Camere? Non si aboliscono le Province, e dunque non si può chiamarla legge “elimina-Province”. Non si tolgono del tutto le attuali competenze delle Province, e perciò non si può chiamarla legge “svuota-Province”. Non si riducono in modo apprezzabile – come attestato dalla stessa Corte dei conti – le spese pubbliche connesse all’amministrazione provinciale, né si diminuisce il personale amministrativo delle Province, e dunque non si può neppure chiamarla legge “taglia-spese” o “anti-sprechi”. Non si riduce il numero degli enti intermedi, dato che le uniche Province soppresse sono quelle che saranno sostituite dalle ben più consistenti Città metropolitane (che ne erediteranno il patrimonio e ne vedranno accresciute le competenze), e pertanto non si può chiamarla legge “taglia-Province”. Infine, non si eliminano, né si riducono gli enti di area vasta di dimensione subregionale, e dunque non si può chiamarla legge “semplifica-enti”. 

In breve, allora, cosa si fa? Si eliminano le elezioni popolari degli organi di governo delle Province, e dunque si può parlare di legge “taglia-democrazia”. Si crea un nuovo livello ordinamentale intermedio, mediante un numero non disprezzabile di Città metropolitane distribuite per di più in modo irrazionale sul territorio nazionale, e dunque si può parlare di legge “accresci-enti”. Si prevede la frantumazione del livello territoriale dell’amministrazione decentrata dello Stato, che non sarà più obbligatoriamente collocata a livello provinciale, e dunque si può parlare di legge “aumenta-uffici”. 

Si ridefiniscono le competenze funzioni delle Province, e contemporaneamente si innesta un nuovo processo di attribuzione delle preesistenti funzioni provinciali secondo esiti allo stato imprevedibili, e dunque si può parlare di legge “accresci-confusione”. Il cittadino avrà di fronte la stessa Provincia, talora sostituita dalla Città metropolitana, ma non saprà più a chi rivolgersi per le preesistenti funzioni provinciali: dovrà aspettare l’avvento di future leggi statali e regionali. Sono passati anni di studio, di dibattiti, di riflessioni, di commissioni di indagini, ma il legislatore ancora non sa a chi assegnare che cosa. 

Le tasse locali di livello provinciale, però, si dovranno pagare lo stesso, ma saranno decise da organi non eletti direttamente dai cittadini, e diretti probabilmente dal sindaco più forte all’interno dell’ambito provinciale. Egli governerà l’intero ambito provinciale in permanente conflitto di interessi con il proprio Comune, e dirigerà tutte le attività di programmazione e gestirà le attività di servizio di competenza provinciale, anche quelle che riguarderanno la sua comunità locale (forse privilegiandola?) e quelle dei Comuni limitrofi (forse danneggiandole?). 

I Commissari, che sino all’elezione dei nuovi organi di secondo grado governeranno le Province, saranno trattati ben diversamente: i Commissari di provenienza governativa saranno pagati per quello che faranno, mentre i titolari degli organi elettivi prorogati, se vorranno proseguire in questo ruolo attribuitogli con il consenso popolare, dovranno farlo gratuitamente. E ciò in spregio al principio costituzionale proprio di ogni democrazia non censitaria, secondo cui chi è chiamato all’esercizio di cariche pubbliche ha diritto all’indennità che consenta l’adempimento di tali funzioni in ragione del fatto che gli è precluso, almeno in parte, lo svolgimento di altra attività professionale o lavorativa. I cittadini delle Città metropolitane, infine, potranno continuare ad eleggere i propri governanti di area vasta, mentre i cittadini delle Province non potranno farlo.

Chi guadagnerà da questa cosiddetta riforma? Non l’ordinamento costituzionale, leso in alcuni fondamentali principi di democrazia rappresentativa; non le casse dell’erario, che saranno certo alleggeriti dai soli costi degli organi di direzione politica, ma che subiranno tutti gli oneri di una riforma affrettata, monca, e dallo sviluppo incerto; non i cittadini, che vedranno da subito limitati i loro diritti politici, e che si troveranno a vagare tra gli uffici pubblici alla ricerca di quello competente a risolvere i loro problemi. In questa sede, si può solo ricordare che una legge dello Stato non può sopprimere la forma rappresentativa degli enti territoriali che sono garantiti dalla Costituzione nella loro autonomia. 

Si potrebbe dire in sintesi: giuste le premesse, buone le intenzioni, ma confusa la strategia, limitati o irrisori gli effetti finanziari, e pericolosi gli esiti. Gli appelli di chi invocava l’applicazione di principi di ragione sono stati scambiati per difesa strumentale di una delle tante “caste” da abbattere in fretta e senza scrupoli. Si elimina un’intera classe politica,  abbandonandola a rancori che non aiutano certo quel poco che resta della stabilità del quadro partitico. 

Non possiamo, però, assistere in silenzio e compiaciuti, come le tricoteuses davanti alla ghigliottina della Bastiglia. Occorre sollecitare gli organi costituzionali di garanzia a intervenire prima che sia troppo tardi, a partire dal Capo dello Stato cui spetta valutare il testo legislativo ai fini della promulgazione, sino alla Corte costituzionale che potrà essere chiamata a pronunciarsi sui vizi di legittimità costituzionale. Sino a quando la Costituzione non sarà cambiata, essa deve essere rispettata nella sua interezza. 

Le riforme servono, ma devono essere ponderate. I risparmi di spesa vanno conseguiti, ma considerando gli effetti complessivi degli interventi. E quando un ramo della democrazia viene tagliato, l’intero albero ne soffre.  

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