RIFORME/ Il “nuovo” Senato di Renzi? Un espediente per il voto

- Lorenza Violini

Approvato in Cdm il progetto di riforma del Senato, si è scatenata la polemica fatta di resistenze al progetto e di visioni alternative. Ma la riforma si farà? LORENZA VIOLINI

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Matteo Renzi (Infophoto)

Approvato in Consiglio dei ministri il progetto di riforma del Senato della Repubblica, si è scatenata la polemica fatta di resistenze al progetto stesso e di visioni alternative. 

Le resistenze sono più che naturali: abolire il Senato è un’operazione devastante per la classe politica che si vede privata di una parte consistente delle proprie fonti di potere, tanto più che anche quel timido spiraglio di salvezza che era stato lasciato aperto da una delle alternative avanzate dalla Commissione dei 35 non ha trovato spazio nel disegno di Renzi; il quale, invece, si presenta come potentemente sbilanciato a favore degli esecutivi locali: i sindaci e i presidenti delle Regioni, cui si aggiungono solo 2 membri eletti da ogni Consiglio regionale tra i propri componenti e 21 membri di nomina presidenziale (un ibrido sconosciuto al diritto costituzionale dei più importanti Paesi europei, tanto più criticabile in quanto a tale assemblea compete poi l’elezione del presidente della Repubblica). 

Per rendere digeribile l’amaro boccone di un cambimento così radicale in Commissione dei 35 si era parlato di prevedere, oltre ai membri eletti tra sindaci e presidenti di Regione, una percentuale di membri del Senato a elezione diretta tra coloro che avevano rivestito cariche elettive in passato. In tal modo i senatori in carica o almeno alcuni di essi potevano sperare di essere rieletti e così aderire al progetto riformatore. Si può a questo proposito anche ricordare che in passato uno dei sistemi che avrebbero consentito di perseguire lo stesso fine (l’approvazione pur obtorto collo) era stata quella di far entrare in vigore la riforma non immediatamente ma dopo due tornate elettorali, consentendo la sopravvivenza dei senatori in carica almeno per il successivo mandato. 

Confesso che mi pare assai triste essere qui a ragionare di stratagemmi volti a far accettare le riforme, quasi che il movente di esse non sia un incremento di efficienza del sistema tramite una razionalizzazione degli apparati, ma solo la conservazione dell’esistente in termini di potere. Eppure questo pare al presente l’unico vero problema, tanto che il presidente del Consiglio tenta di superare le resistenze minacciando sfracelli, a cui peraltro sono in pochissimi a credere. 

Sul piano sostanziale, il progetto manca di qualche tassello per poter essere correttamente valutato; manca ad esempio ogni indicazione sulle modalità di elezione dei membri elettivi, di cui dovrà occuparsi una futura legge approvata a maggioranza dei due terzi dei componenti della Camera dei deputati. Contiene poi qualche norma di singolare stranezza, quale quella secondo cui i membri della seconda Camera durano in carica quanto gli organi a cui appartengono mentre i sindaci no, i sindaci restano in carica 5 anni. Ci si chiede il perché. E la risposta non può essere che di tipo lobbistico: niente di razionale, in ogni caso. 

E, tuttavia, ci si può anche chiedere se davvero ci sarà una corsa al posto, visto che esso non garantisce nulla, né soldi né immunità (che invece ricompare nel disegno di legge presentato da Chiti e altri che si fonda – strenuamente – sull’elezione diretta del Senato, senza che compaiano esecutivi di sorta, né sindaci né presidenti) così come è dubbio che sia concretamente compatibile fare ad un tempo il sindaco o il presidente di Regione e il senatore, salvo che da senatori vi sia ben poco da fare. 

Ma, ormai, il dado è tratto. E il mondo degli studiosi si trasformerà ben presto in una pletora di suggeritori impegnati a proporre modifiche sostanziali e di dettaglio, tutte intelligenti – non v’è dubbio − ma sostanzialmente inutili a rispondere al quesito più bruciante: si giungerà, nelle ancora viventi due camere, alla duplice votazione (quattro votazioni in totale, per la cronaca, salvo le mille votazioni intermedie per approvare emendamenti e singoli articoli) capace di fare entrare in vigore il progetto, di cui la prima votazione potrà anche essere a maggioranza semplice ma per la seconda (nota bene: a non meno di tre mesi dalla prima) deve essere adottata a maggioranza assoluta? O tutte le proposte che si faranno non saranno altro che stratagemmi dilatori per arrivare quanto prima alle elezioni? 

Temi aperti che tuttavia consentono di guardare al dibattito con sufficiente distacco e anche, forse, con un po’ di malcelata ironia. 

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