BEPPE GRILLO/ La “trappola” del capro espiatorio

- Mauro Leonardi

Può sembrare eccessivo scomodare René Girard e il meccanismo del capro espiatorio per l’ennesimo tentativo di capire il fenomeno Grillo? Ci prova MAURO LEONARDI

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Beppe Grillo (Infophoto)

Può sembrare eccessivo scomodare René Girard e il meccanismo del capro espiatorio per l’ennesimo tentativo di capire il fenomeno Grillo? Forse sì e forse no. È evidente che tutti noi abbiamo contribuito ai problemi attuali del nostro paese, e che quindi non c’è nessuno del tutto innocente e nessuno del tutto colpevole. Ciò nonostante il meccanismo del capro espiatorio, il bisogno radicatissimo nell’uomo di voler identificare assolutamente in una persona o in un gruppo la responsabilità di malefatte ed errori, scatta inesorabile. E così si va dalla padella nella brace perché rimanere imprigionati in quelle illusioni, non permette di crescere, di cambiare, di prendere in mano la propria vita o quella della propria nazione. Joseph Brodsky ebbe a dire a degli universitari negli Usa che “la parte del corpo che più dovete temere, è il vostro dito indice”. Anche quando gli altri fossero collusi coi nostri errori o con le nostre sventure, accusare solo loro impedisce di essere responsabili di sé stessi e quindi liberi: ci sono interi popoli che, per questa ragione, rimangono al palo della storia che potrebbero scrivere.

In senso figurato, un “capro espiatorio” è qualcuno a cui è attribuita tutta la colpa di quello che non va e che deve pagare il prezzo. Nell’antichità le vittime erano innanzitutto degli animali ma potevano essere anche gli uomini: prigionieri, sciamani, generali. Ora non si uccide ma si licenzia, si diffama, si lincia moralmente. Cadere nella trappola del capro espiatorio è devastante per due motivi. Il primo è che la vittima designata, essendo “il diverso” perché appartenente a una minoranza, non può difendersi dalle accuse. Il secondo, più reale in questo momento del paese, è che, poiché la causa individuata non è la vera causa del male, sfogata provvisoriamente l’ira, dopo poco il problema si ripresenta, più grave e ancor più desideroso di altro sangue.

Questo meccanismo, insegna Girard, radica nel profondo di noi molto prima di qualsiasi riflessività. Se la maestra entra in classe e deve sedare un litigio scoppiato, nessuno insegna alle bambine a dare tutta la colpa alla più diversa rispetto al gruppo. Forse sarà l’ultima arrivata, o la più brutta, ma anche no: perché il punto non è essere ricchi o poveri ma, per la propria diversità, essere capaci di generare un collante che coalizza tutti contro di sé. E adesso il collante è enorme come il successo di M5S perché siamo stufi, stanchi, spaventati e abbiamo bisogno di risposte e di giustizia. Ma non siamo bambini. 

È vero che nel corso della storia i soggetti usati come capri espiatori sono stati gli ultimi, come gli ebrei, i negri, le donne o gli omosessuali, ma quante rivoluzioni insegnano che possono esserlo anche i ricchi. L’allenatore che viene licenziato a metà campionato perché sta perdendo, anche se ricco e famoso, può benissimo essere il capro espiatorio dei giocatori o del presidente.

Se Grillo dice a Porta a Porta “sarete processati” (19 maggio 2014), se in trasmissione non si siede come tutti gli altri ma rimane in piedi, se non va ai dibattiti politici come tutti gli altri ma nelle piazze, se non vuole governe come tutti gli altri ma mandare tutti a casa, fa il movimento reciproco delle bambine di prima che dicono: lei non è come tutti. E allora cosa ci fa esitare nel dire che si sta verificando quanto spiega René Girard?

La ragione penso sia da addebitare al fatto che la vittima designata − la classe politica e i giornalisti collusi con essa − non sembra essere così fragile. Ma è necessario sapere che quando il meccanismo del capro espiatorio entra in azione libera un’enzima preciso: è la densità delle semplificazioni contenute in un discorso, la quantità di “assolutamente” contenuti in una conversazione. Quando le colpe sono assolutamente tutte di un solo gruppo possiamo essere certi che siamo finiti nel gioco perverso spiegato dall’antropologo francese. La “classe politica” non è una categoria debole come lo erano i matti, i terroni, o le streghe, però, chiedo, quando Beppe Grillo non vuole assolutamente immischiarsi con i politici e i giornalisti, non vengono in mente i lebbrosi di cui evitare il contagio? La mia impressione è che l’Italia sia chiamata a smettere di essere come quegli adolescenti che vanno male a scuola perché il professore ce l’ha con loro, o come quei tifosi la cui squadra del cuore perde, regolarmente, per il rigore negato dalla congiura degli arbitri. E allora non giocano più, buttano tutto per terra, sfasciano tutto. E, magari, portano pure via il pallone. Non abbiamo bisogno di dire la colpa è tutta loro perché non è vero. Perché così non si cambia, non si prende in mano la propria vita. Per crescere bisogna abbassare il dito puntato e chiedersi: dov’ero? che facevo? a che pensavo? come ho votato? come ho parlato, vissuto, lavorato in questi anni? Si chiama maturità, è una crescita interiore che non urla, non va in tv o nelle piazze ma va a lavorare la mattina e a votare se chiamata a decidere. Ed è lievito.

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