RIFORME/ L’Italia è caduta nella trappola di Renzi

Per ALESSANDRO MANGIA, il vero banco di prova per Renzi non sono l’Italicum o il Senato federale, ma la riforma della pubblica amministrazione, del welfare e della giustizia

07.06.2014 - int. Alessandro Mangia
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Matteo Renzi (Infophoto)

“Il vero banco di prova per Renzi non sono l’Italicum o il Senato federale, ma la riforma della pubblica amministrazione. E’ questo il capitolo non solo più difficile ma anche più necessario per incidere sulla situazione concreta del nostro Paese”. Lo afferma Alessandro Mangia, professore di diritto costituzionale nell’Università Cattolica di Piacenza. Il premier Renzi nelle settimane scorse aveva detto che giugno sarebbe stato il mese decisivo per le riforme, ma dopo le elezioni europee l’attenzione sembra essersi spostata su altro. Intanto Repubblica ha annunciato che dopo l’incontro del Nazareno, Silvio Berlusconi e il segretario del Pd a breve si vedranno di nuovo per fare il punto sulle riforme. Nel frattempo il ministro alla Semplificazione, Marianna Madia, ha chiesto ai cittadini di fornire i loro suggerimenti sulla riforma della pubblica amministrazione e sono già arrivate 39.343 e-mail.

Professor Mangia, quale soluzione si troverà per la legge elettorale?

E’ difficile che Forza Italia e M5S accettino di andare a un ballottaggio sulla base del sistema che è stato immaginato con l’Italicum. Finché ha il 40% dei consensi, Renzi d’altra parte non ha bisogno di una legge elettorale con un premio di maggioranza. In questo momento quindi la necessità di una legge elettorale è venuta meno.

E’ sufficiente la legge elettorale che resta dopo la sentenza della Consulta?

La mia impressione è che non si andrà a elezioni nel breve periodo, e se così non fosse, visto l’attuale rapporto di forze, alla fine si arriverà a una risistemazione della legge elettorale confezionata dalla Corte. Tutto sommato conviene a tutti, soprattutto a partiti deboli come sono quelli usciti dalle Europee.

Sembra però che si faccia fatica a governarne anche con il 40%…

Con il 40% però si ha un consenso molto più forte di qualunque altra formazione politica degli ultimi 50 anni, in presenza di avversari molto indeboliti.

Ha ragione la pattuglia di Chiti a opporsi alla riforma del Senato?

Anche sul Senato non si capisce bene quale sia l’intento del disegno di legge Renzi. Ci consegna un Senato assolutamente depotenziato e privo della capacità di incidere sulle politiche complessive che possono essere elaborate e attuate a livello nazionale. E soprattutto è un Senato delle autonomie che si collocherebbe in un contesto di forte ridimensionamento del ruolo di Regioni ed enti locali. In questo momento c’è una nuova tendenza a una centralizzazione complessiva del sistema, che si giustifica sulla base di esigenze di contenimento della spesa pubblica.

Se lei avesse il 40% come Renzi, quali riforme farebbe? 

L’inganno continuamente riproposto è quello di ritenere che le riforme di Senato e legge elettorale abbiano un’incidenza sulla situazione concreta. Le vere riforme necessarie al nostro Paese riguardano la pubblica amministrazione e il sistema della giustizia. Sono quest’ultime a incidere sulla capacità di produrre reddito nel Paese. In secondo luogo se avessi il 40% come Renzi penserei a una riforma del mercato del lavoro e dell’assistenza sociale, perché questi sono i punti dolenti dell’attuale sistema normativo, e non le riforme istituzionali.

 

Lei come attuerebbe una riforma della pubblica amministrazione?

La pubblica amministrazione è diventata qualcosa di assolutamente pervasivo, ed è un sinonimo di spesa pubblica pari ad almeno il 50-51% del Pil nazionale. Bisogna andare verso un mutamento degli schemi pregressi, ed è soltanto una banalità affermare che si dovrebbe andare in una direzione di efficienza della spesa. La nostra pubblica amministrazione oggi è efficiente rispetto agli obiettivi che le sono stati consegnati 30 o 40 anni fa. Oggi la situazione è cambiata, e non siamo preparati a elaborare un disegno complessivo di amministrazione pubblica adeguato ai tempi. E’ quindi una difficoltà sia concettuale che pratica, perché riformare la pubblica amministrazione è molto più difficile che riformare il sistema elettorale o il Senato. I funzionari pubblici sono stati abituati per una vita a lavorare secondo determinati schemi, che non possono essere intaccati dall’oggi al domani solo con una legge o un regolamento.

 

(Pietro Vernizzi)

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