SENATO & RIFORME/ Russo (Pd): c’è un rischio di “dittatura della maggioranza”

- int. Francesco Russo

Per FRANCESCO RUSSO, l’attuale composizione del Senato così come è prevista dalla riforma rischia di eleggere un presidente della Repubblica che perde i suoi connotati di figura di garanzia

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Immagine di archivio

La commissione Affari costituzionali ha votato ieri gli emendamenti sulle riforme del Senato e del Titolo V. In tutto si tratta di 728 pagine di emendamenti e di 581 pagine di sub-emendamenti. E’ stato approvato da un’ampia maggioranza l’emendamento Finocchiaro- Calderoli, in base a cui “il parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”. Non si parla dunque di “Senato delle Autonomie” come era stato precedentemente ipotizzato. Due però le questioni ancora da risolvere: il Senato elettivo, rispetto a cui 37 parlamentari hanno presentato un subemendamento, e l’immunità. Tra gli emendamenti ci sono quelli presentati da Francesco Russo, senatore del Pd di area lettiana, insieme ad alcuni colleghi.

Senatore Russo, che cosa ne pensa dello stato dei lavori per quanto riguarda la riforma del Senato?

Complessivamente abbiamo lavorato per migliorare il testo iniziale e siamo vicini a una soluzione condivisa e di qualità. In questo momento siamo a una criticità che rimane ma che è superabile. L’attuale composizione del Senato così come è prevista dalla riforma rischia di eleggere un presidente della Repubblica che perde i suoi connotati di figura di garanzia, finendo per essere figlio di una maggioranza politica. In questo modo si introdurrebbe una dinamica di presidenzialismo di fatto che non credo sia voluta neanche dal ministro Boschi o da quanti hanno lavorato alla riforma per conto del governo.

Perché ritiene che questo aspetto problematico della riforma sia superabile?

Si possono trovare dei miglioramenti, e tra le nostre proposte c’è quella di ridurre il numero dei deputati per fare sì che pesi di più il ruolo residuale dei senatori. Ad esempio basterebbe fissare un quorum di tre quinti per tutte le diverse fasi dell’elezione del presidente della Repubblica, per fare sì che quest’ultimo torni a essere espressione di una maggioranza ampia e trasversale come è opportuno per il suo ruolo. Ci sono poi altre criticità, sia pure superabili. Personalmente non ho obiezioni sull’elezione di secondo grado, anche se so che alcuni miei colleghi le hanno. Ma soprattutto dopo che è emersa la disponibilità a collaborare da parte del M5S, c’è la possibilità di approvare questa riforma con maggioranze ampie già nel mese di luglio.

Può spiegare meglio in che senso la riforma del Senato farebbe venire meno la possibilità di eleggere il presidente della Repubblica in modo trasversale?

La riduzione del numero dei senatori prevista dalla riforma rende autosufficiente la maggioranza politica della Camera. Poiché avremo una legge elettorale fortemente maggioritaria, si rischia di imporre quella che i tecnici chiamano una “dittatura della maggioranza”. Si rischia così di stravolgere un istituto come quello del presidente della Repubblica, che sulla base dell’attuale Costituzione deve essere eletto sulla base di maggioranze trasversali proprio perché è un’istituzione di garanzia. Se domani diventasse semplicemente il presidente della Repubblica del centrodestra o del centrosinistra, cambieremmo di fatto l’architettura istituzionale del nostro Paese. Nulla contro il presidenzialismo o il semipresidenzialismo, però dovremmo deciderlo apertamente, non involontariamente come rischiamo di fare.

 

Che cosa intende fare a questo punto?

Con alcuni colleghi abbiamo presentato una serie di emendamenti. Uno di questi va nella direzione di ridurre il numero dei deputati, che è una soluzione possibile e riporterebbe l’Italia su standard europei in termini di numerosità dei componenti della camera bassa. Un secondo emendamento prevede la maggioranza dei tre quinti in tutte le votazioni per il presidente della Repubblica, o comunque per un numero elevato di votazioni. Ciò costringerebbe a trovare un accordo ampio sul nome del presidente della Repubblica, per eleggere una figura che garantisca centrodestra, centrosinistra e, perché no, M5S.

 

(Pietro Vernizzi)

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