IL CASO/ Antonini: la riforma del Titolo V? È a rischio statalismo

- int. Luca Antonini

Cambia il titolo V della Costituzione, entrano i costi standard. Tuttavia per LUCA ANTONINI, costituzionalista, presidente della Copaff, manca la “testa” della riforma

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Maria Elena Boschi (Infophoto)

Cambia davvero il Titolo V? E come? Un emendamento agli articoli 117 e 119 della Costituzione su proposta dei relatori Calderoli e Finocchiaro ha avuto l’altro ieri il via libera della Commissione Affari costituzionali. Una novità che “aumenta le competenze delle Regioni” (Ansa) ma “prevede che spetti di nuovo allo Stato la competenza sul coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario” (Corriere della Sera). Inoltre, su proposta del Nuovo Centrodestra, viene introdotto nell’articolo 119 della Costituzione il principio del costo standard. Abbiamo chiesto a Luca Antonini, costituzionalista, presidente della Copaff (Commissione del Mef per l’attuazione del federalismo fiscale, quella che ha elaborato i costi standard di tutti i comuni italiani) cosa cambia davvero.

Professore, cosa fa il nuovo emendamento?
Ridimensiona l’overdose di centralismo che c’era nel ddl governativo. Sicuramente il testo Boschi faceva bene a centralizzare alcune materie come energia e trasporto, perché c’erano degli eccessi che non avevano equivalenti in nessun altro paese al mondo, generando gli effetti perversi di quello che io chiamo federalismo all’italiana.

Un federalismo al contrario?
Un policentrismo anarchico: materie distribuite in modo schizofrenico, tale da rendere ingovernabile il sistema, per esempio aumentando vertiginosamente i costi di realizzazione delle infrastrutture. Se devi fare un’autostrada o una ferrovia c’è un comune che ti chiede la rotonda, l’altro la fontana, e per mettere d’accordo tutti si fa un’infrastruttura che costa il doppio. Un chilometro di ferrovia non può costare 13 milioni in Francia e 50 milioni in Italia.

Quindi secondo lei è giusto che certe competenze siano tornate in capo allo Stato.
Sì, perché anche negli stati più federali è così. In realtà nel testo governativo il centralismo rimane, perché il principio che lo presiede non è ancora quello di sussidiarietà e responsabilità.

In concreto che cosa significa?
Lo Stato non fa a priori meglio della Regione, proprio come a priori la Regione non fa meglio dello Stato. Ci sono casi in cui fa meglio e casi in cui fa peggio. La soluzione è una sola, ed è quella di andare a vedere come stanno le cose. Ci sono Regioni come Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana dove i sistemi sanitari regionali sono eccellenze mondiali che nessun centralismo avrebbe potuto costruire. Queste eccellenze vanno salvaguardate, non distrutte da un centralismo che crea solo inefficienze. Al tempo stesso però ci sono altre realtà regionali, come Lazio, Campania e Calabria, dove ci vorrebbe non meno, ma più Stato, commissari statali bravi a riportare ordine nei conti.

Ma nel testo della Commisione questo principio c’è o non c’è? Par di capire che le Regioni hanno più potere di prima.
No: nella sostanza non hanno più competenze di quante ne hanno oggi col Titolo V. Anche perché lo Stato ha la cosiddetta clausola di supremazia: può intervenire in qualsiasi competenza regionale e riportarla al centro. Ha l’ultima parola perfino in tema di governo del territorio: se decide di fare un piano casa nazionale può benissimo riappropriarsi della materia.

Allora il problema dove sta?

Sta nel fatto questa clausola di supremazia dev’essere a geometria variabile, governata dal principio di sussidiarietà. Cioè si dovrebbe intervenire con legge statale ma solo nelle Regioni in cui è necessario, non in modo indifferenziato. Ora, questo prinicipio non c’è, nemmeno negli emendamenti della Comissione, e secondo me sarebbe opportuno che venisse introdotto.

Quindi una clausola come lei l’ha descritta ancora manca.
Sì. Io nella mia audizione l’ho detto, e mi è sembrato che ci fosse un certo consenso. Non riesco a capire come mai poi sia saltata.

Sul resto come la pensa?
È importante che si superi un bicameralismo paritario perfetto totalmente anacronistico. Non si possono fare riforme in una situazione di instabilità e di campagna elettorale quasi permanente. È anche vero che il disegno originario del governo faceva confusione tra senato delle autonomie, senato delle garanzie e senato delle competenze. Ma mi pare che il testo stia nettamente migliorando.

Il costo standard entrerà nell’articolo 119. Cosa può dire in proposito?
È stata innazitutto una mia battaglia personale, fatta in tutte le sedi, perché questo principio venisse inserito in Costituzione. È poi diventata una battaglia anche di tanti altri, Sacconi e Quagliariello l’hanno sposata, ed è un bene che lo abbiano fatto anche Finocchiaro e Calderoli. È un principio di responsabilità: si finanziano tutti, anche i più poveri, ma non sulla base degli sprechi bensì della spesa efficiente. 

Spieghiamolo in breve: si tratta essenzialmente di uno strumento per attribuire risorse, è così?
Esatto. È l’ammontare di risorse giusto rispetto ad un servizio reso. Oggi tale valore è noto: è stato determinato per tutte le funzioni dei comuni, di cui disponiamo appunto dei fabbisogni standard. Credo che entro luglio saranno anche resi pubblici.

Ma chi decide l’ammontare di risorse corretto?
Lo si è stabilito con un lungo lavoro, durato tre anni, che ha visto il coinvolgimento della Sose (Società per gli studi di settore) e la validazione della Copaff. Adesso per ognuno dei comuni italiani abbiamo il costo standard relativo a ciascuna delle sue funzioni fondamentali. Questo renderà possibile applicare finalmente il principio chiave del federalismo, “vedo, pago, voto”.

Quale sarà a regime l’obiettivo del costo standard?
Rimediare a una situazione di spreco che ora avviene in tutti i capitoli di spesa. Per esempio nel campo delle partecipate. In tutte le spese fondamentali di un dato comune si saprà qual è la spesa giustificata e quella non giustificata. È un principio che porta alla responsabilizzazione della classe politica, anzi con i costi standard certi scandali non si sarebbero nemmeno verificati perché i cittadini avrebbero saputo come venivano utilizzati i soldi.

(Federico Ferraù) 

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