INTERCETTAZIONI/ Colaprico: Renzi, la “discussione” tra politici e giornalisti non ha senso

- int. Piero Colaprico

Per PIERO COLAPRICO, più che tra lecito e illecito, il confine andrebbe posto tra ciò che è opportuno e ciò che non lo è. E’ probabile che molte intercettazioni siano inopportune

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Matteo Renzi (Infophoto)

“Aiutateci a capire cosa dobbiamo fare: qual è il limite delle pubblicazioni? È giusto che non ci sia limite?”. E’ l’invito lanciato ai giornalisti dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il quale ha spiegato che le intercettazioni “sono l’unico argomento della riforma della Giustizia su cui non abbiamo pronta la norma”. E ha aggiunto Renzi: “Faremo una discussione aperta, anche con la stampa. Il dibattito è se c’è un limite all’uso delle intercettazioni: nessuno vuole bloccare le intercettazioni dei magistrati”, bensì valutarne i limiti di pubblicabilità “con i direttori dei quotidiani”. Ne abbiamo parlato con Piero Colaprico, inviato di Repubblica, scrittore, per anni cronista giudiziario nonché colui che ha coniato la parola “Tangentopoli”.

Renzi ha detto che vuole sentire le opinioni dei giornalisti sulle intercettazioni. Lei che cosa gli direbbe?

Le intercettazioni si sono rivelate lo strumento più efficace al mondo per quanto riguarda la lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata e alla corruzione. Rinunciare alle intercettazioni sarebbe un suicidio collettivo. Quando si dice che il mondo ha bisogno di sicurezza e di democrazia, paradossalmente è con l’intrusione nella vita dei “cattivi” che si riesce a capire quello che fanno. Non stiamo parlando solo di rapine in banca, ma anche di sequestri di persona come quello che recentemente ha colpito e ucciso tre ragazzi in Israele o di autobus che saltano in aria nelle città. Rinunciare alle intercettazioni è quindi la cosa più sbagliata.

Quale uso delle intercettazioni ritiene che vada fatto da parte dei media?

Personalmente ritengo che i direttori dei giornali principali debbano parlarsi tra loro anche per capire quale può essere il confine. Le faccio l’esempio di un’esperienza che ho fatto io di recente a proposito del cosiddetto bunga bunga. D’accordo con il direttore Ezio Mauro, io e Giuseppe D’Avanzo non abbiamo mai pubblicato un’intercettazione che non riguardasse fatti di reato, o che non spiegasse che quanto succedeva nell’ipotesi dell’accusa ad Arcore era connesso a dei fatti di prostituzione.

Quali scelte concrete avete compiuto?

Le numerose telefonate in cui le ragazze parlavano di fatti personali, sia pure magari gustosi da un puto di vista voyeuristico, noi non le abbiamo mai pubblicate. Il criterio è stato quello di pubblicare informazioni che non ledevano la sfera intima e personale di qualsiasi soggetto. Se però una figura forte e che ha potere come un politico o un imprenditore è intercettato mentre fa delle affermazioni che possono essere anche soltanto ambigue, io sono tentato di dire che devono essere pubblicate lo stesso perché questa persona ha possibilità maggiori di fare sentire la sua voce.

 

Secondo lei quale deve essere il confine tra illecito e libertà d’informazione?

In questo momento una persona che si ritiene lesa può rivolgersi alla magistratura, la quale condanna il giornalista. Più che tra lecito e illecito, il confine andrebbe posto tra ciò che è opportuno e ciò che non lo è. E’ probabile che molte intercettazioni siano inopportune, in quanto vanno a colpire la sfera intima e privata delle persone. Sono un vecchio giornalista e ho visto le prime intercettazioni uscire negli anni ’80. Ricordo che tante volte parlando con i magistrati si veniva a sapere che un personaggio importante era stato intercettato mentre parlava non con la moglie ma con un’altra donna, e queste conversazioni sparivano dal fascicolo proprio perché si trattava di aspetti privati e sentimentali.

 

Come valuta l’ipotesi di una cabina di regia tra giornalisti e governo?

(ride, Ndr) Sono cresciuto con l’idea che il giornalista sia il cane da guardia della democrazia, e che quindi non debba avere un cosiddetto “tavolo comune” con nessuno. Il vero giornalista è un lupo solitario e non è legato ai poteri. Se invece di fare un tavolo comune il governo intervistasse una trentina di giornalisti che si occupano di questi aspetti, penso che si farebbe un’idea. Vedo invece il tavolo comune come un “ibrido” che non fa bene né al governo né al giornalismo.

 

(Pietro Vernizzi)

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