IL CASO/ Ferri (Sott. Giustizia): 1185 giorni per una sentenza sono una follia

Il sottosegretario COSIMO FERRI spiega in modo dettagliato i punti della riforma alla quale sta lavorando insieme con il ministro della Giustizia Andrea Orlando 

16.08.2014 - int. Cosimo Ferri
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“Ritengo che sia intollerabile che un’impresa, per far rispettare un contratto, debba aspettare 1185 giorni rimanendo paralizzata nella propria attività con ingenti perdite economiche: questa lentezza allontana gli investimenti esteri, fa perdere posti di lavoro ed altera le regole della concorrenza”. Ad affermarlo è Cosimo Ferri, sottosegretario di Stato alla Giustizia e magistrato, in un’intervista in cui anticipa punto per punto la riforma cui sta lavorando insieme al ministro Andrea Orlando.

Sottosegretario Ferri, nei 12 punti sulla riforma della giustizia si parla di responsabilità civile dei magistrati sul modello europeo. Che cosa significa in concreto?

Ripensare la disciplina della responsabilità civile dei magistrati significa semplificare il meccanismo attuale per fornire una tutela adeguata alle vittime di errori giudiziari. Non si tratterà di una riforma né contro né a favore dei magistrati ma l’obbiettivo sarà quello di trovare un giusto equilibrio tra le istanze risarcitorie dovute alle vittime di errori giudiziari e la tutela dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura. E’ importante mantenere il principio della responsabilità indiretta del magistrato.

Perché?

Perché con essa non si difende un privilegio della magistratura ma si tutela una garanzia per i cittadini: il principio di uguaglianza di fronte alla legge. I magistrati fanno un lavoro che, per sua natura, porta fisiologicamente a scontentare molte persone e laddove si prevedesse una responsabilità diretta del magistrato lo si esporrebbe alle richieste risarcitorie di una parte non soddisfatta per aver perso la causa. Del resto, va sottolineato come esistano anche altri tipi di responsabilità (quella penale, contabile e disciplinare oltre quella civile) nelle quali può incorrere il magistrato che commetta un errore o un reato. E’ evidente però che, nell’ottica di un intervento normativo, fatta salva la responsabilità indiretta del magistrato, si debba intervenire per facilitarne il meccanismo.

Nell’opinione pubblica il filtro per l’accesso ai ricorsi è visto come un “tappo” che ostacola la pretesa risarcitoria…

Pertanto, oggi la proposta politica è quella di eliminarne la previsione per accentuare l’obbligatorietà dell’azione di rivalsa da parte dello Stato. Va però detto che talvolta il filtro nel passato ha evitato ai cittadini giudizi dispendiosi ed inutili. Tale intervento dovrà, innanzitutto, riguardare l’ampliamento dell’area della responsabilità da parte dello Stato su cui possa far leva chi è stato pregiudicato dal cattivo uso del potere giudiziario. Attualmente, sia lo Stato che il magistrato, in sede di rivalsa, rispondono in caso di errore dovuto a “negligenza inescusabile”, presupposto quest’ultimo che si differenzia dalla colpa grave, richiedendo un quid pluris per essere integrato e rappresentando una sorta di “colpa gravissima”.

La riforma, invece?

Il progetto di riforma, invece, prevede che lo Stato risponda per violazione manifesta della legge a prescindere da tale presupposto, mentre il magistrato continuerà a rispondere solo per negligenza inescusabile. Si tratta, quindi, di una risposta alle richieste della Corte di Giustizia che ha più volte invitato il nostro Paese ad adeguare la responsabilità dello Stato che, come previsto nel progetto, risponderà per violazione manifesta della legge, quale ipotesi sintomatica tipica della colpa grave del suo apparato.

Di pari passo si prevede che, nelle ipotesi in cui la violazione sia dovuta a negligenza inescusabile, l’azione di rivalsa dello Stato nei confronti del magistrato diverrà obbligatoria. In questa direzione viaggia anche l’estensione della responsabilità, nella ricorrenza dei medesimi presupposti, al magistrato onorario, mentre i giudici popolari risponderanno nei soli casi di dolo.

 

Con la riforma si allungheranno i tempi di prescrizione. Non è un incentivo a forme di ostruzionismo come ricorsi, controricorsi e appelli strumentali?

In questa materia si devono conciliare due opposte esigenze: da un lato garantire che il periodo di prescrizione del reato sia sufficientemente lungo per evitare di pregiudicare l’effettività del sistema penale; dall’altro il processo deve essere contenuto in tempi brevi, per evitare sia che esso costituisca per l’imputato una vera e propria pena supplementare e anticipata, sia per garantire tutela alle vittime del reato. Bisogna, perciò, assicurare che l’accertamento dei reati e dei loro responsabili avvenga in tempi congrui evitando lo spreco di energie processuali.

 

Oggi i tempi lunghi disincentivano il ricorso ai riti alternativi e favoriscono la presentazione di impugnazioni a scopo puramente dilatorio per conseguire l’obiettivo della prescrizione.

Sì. La risposta non può essere però quella di un allungamento puro e semplice degli attuali termini di prescrizione, ma occorre garantire che i processi penali si concludano con un accertamento nel merito e che la prescrizione mantenga la sua attuale funzione di stimolo a una definizione in tempi non troppo estesi dei processi penali. Una riflessione costruttiva può partire dalla relazione finale redatta dalla Commissione ministeriale Fiorella che ipotizza di introdurre due cause di sospensione della prescrizione in corrispondenza del deposito della sentenza di condanna di primo e di secondo grado al fine di assicurare un tempo ragionevole per verificare la correttezza della decisione in sede di impugnazione. E’ evidente che qualora si scegliesse questa soluzione, per evitare che i tempi del giudizio di impugnazione siano eccessivamente lunghi, sarebbe altresì ragionevole stabilire dei periodi massimi di sospensione della prescrizione decorsi i quali la prescrizione riprenderà il proprio corso.

 

Come è possibile ridurre i tempi e dimezzare l’arretrato della giustizia civile, senza spendere di più in nuovi strumenti informatici e assumere personale?

L’arretrato civile costituisce una “zavorra” per la ripresa economica e per il funzionamento della giustizia civile. Nessuna riforma potrà funzionare effettivamente se non troviamo una giusta soluzione al problema dell’arretrato. Va sottolineato che risultano pendenti cinque milioni di procedimenti civili e che, pur risultando i giudici italiani i più produttivi d’Europa, è impensabile che possano smaltire in tempi brevi tutti i procedimenti. Ritengo che sia intollerabile che un’impresa, per far rispettare un contratto, debba aspettare 1185 giorni rimanendo paralizzata nella propria attività con ingenti perdite economiche: questa lentezza allontana gli investimenti esteri, fa perdere posti di lavoro ed altera le regole della concorrenza. Del resto, l’incertezza sui tempi di risposta non consente alle imprese di programmare altri investimenti e, anche laddove l’esito del giudizio sia favorevole, sarà comunque troppo tardi per recuperare i costi subiti in termini di produttività e le occasioni perdute.

 

Il problema è ben noto, sottosegretario…

Per questo il ministro della Giustizia ritiene essenziale intervenire da subito con un provvedimento avente ad oggetto “misure di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile”, sulle cui linee guida c’è stato un ampio confronto con tutti gli operatori ed in primis con l’avvocatura.

L’obiettivo è quello di favorire la risoluzione dei conflitti e delle controversie in via stragiudiziale anche attraverso l’introduzione di un nuovo istituto che si aggiunge a quelli già esistenti nell’ordinamento con finalità analoghe: la procedura di negoziazione assistita da un avvocato.

 

Può spiegare?

Tale procedura cogestita dagli avvocati delle parti è volta al raggiungimento di un accordo conciliativo che, da un lato, eviti il giudizio e che, dall’altro, consenta la rapida formazione di un titolo esecutivo stragiudiziale e per l’iscrizione di ipoteca giudiziale. Inoltre saranno implementati i poteri dell’ufficiale giudiziario nella ricerca dei beni, colmando così l’asimmetria informativa esistente tra il creditore e il debitore con riferimento al patrimonio di quest’ultimo. Tale “deficit” informativo verrà controbilanciato consentendo all’ufficiale giudiziario l’accesso diretto nelle banche dati pubbliche contenenti informazioni rilevanti ai fini dell’esecuzione, in primo luogo l’anagrafe tributaria, ivi compreso il cosiddetto archivio dei rapporti finanziari. Infine, la definitiva entrata in vigore del “processo telematico” produrrà effetti positivi non solo sotto il profilo del risparmio di tempi e costi del giudizio, sia nella prospettiva della migliore circolazione delle informazioni e della prevedibilità delle decisioni. Si tratta di misure volte al rafforzamento della tutela del credito e dello smaltimento dell’arretrato che rappresentano un’importante occasione per migliorare realmente il servizio Giustizia e dare nuovo impulso all’economia.

 

In che modo è possibile porre un argine alla carriera “per correnti” e favorire quella “per merito” all’interno del Csm?

La questione del correntismo in seno al Csm si inserisce in un dibattito, assai vivo nell’opinione pubblica ma anche all’interno della magistratura, sul ruolo attuale che le correnti, come tradizionalmente intese, sono chiamate a svolgere. Nello specifico, credo si possa pensare a modifiche dell’attuale sistema elettorale del Csm per ridurre il legame tra gli eletti e le correnti di riferimento, così come il pericolo di commistione tra attività del Consiglio ed attività della Sezione disciplinare. Il tema più generale è poi quello della progressiva trasformazione delle correnti all’interno delle istituzioni da ambiti di riflessione culturale a momenti di gestione del potere. Su questo penso si debba lavorare tenendo saldo l’irrinunciabile principio dell’autonomia e dell’indipendenza sia esterna che interna della magistratura e tendendo sempre più verso la premialità della professionalità e della competenza dei magistrati, sia nel conferimento degli incarichi direttivi che nell’avanzamento in carriera.

 

In che modo saranno affermati principi essenziali quali “rapidità, rigore e rispetto del cittadino”?

La risposta a questa domanda è semplice: attraverso una riforma seria e trasparente così come sta facendo il Governo, anche con la consultazione pubblica on line, e consentendo a tutti i cittadini di fornire un proprio contributo.

 

Che cosa ne pensa di quanti affermano che la riforma della Giustizia sia stata definita da Renzi e Berlusconi in occasione del Patto del Nazareno?

Credo che non sia vero. La riforma della Giustizia è uno dei punti caratterizzanti una stagione di riforme ed ha l’obiettivo chiaro ed ineludibile di migliorare realmente il sistema. Un confronto serio e costruttivo sulle proposte del Governo si farà in Parlamento, dove ci si augura che il maggior numero di forze politiche si dimostrino disponibili a cogliere l’occasione di dare anche in tema di Giustizia un assetto nuovo ed al passo con i tempi al nostro Paese.

Ovviamente, questo processo dovrà coinvolgere anche i principali protagonisti che operano nel settore giustizia (avvocatura, magistratura, personale amministrativo etc.). L’interesse di tutti deve essere quello di far funzionare il processo civile e penale, di ridurne i tempi e di offrire ai cittadini un servizio di qualità e una risposta celere alla loro domanda di giustizia.

 

Come valuta complessivamente l’impostazione di questa riforma?

La valutazione è molto positiva e ritengo che sussistano tutte le premesse perché si possa realmente migliorare la macchina della Giustizia e dare ai cittadini quelle risposte in termini di efficienza, effettività e celerità che ormai da troppo tempo si aspettano. Siamo sulla buona strada, occorre l’impegno di tutti ed il coraggio di andare avanti qualità che a questo Governo certamente non mancano.

 

(Pietro Vernizzi) 

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