DIETRO LE QUINTE/ Quirinale, Berlusconi furibondo “rompe” con Renzi

- Anselmo Del Duca

Mentre l’Italicum passa al Senato con i voti determinanti di Berlusconi (anche se Renzi lo nega), il leader del Pd mette in grave rischio il patto del Nazareno. ANSELMO DEL DUCA

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Silvio Berlusconi - Foto Infophoto

Raccontano di un Berlusconi furibondo. Che si sente franare la terra sotto i piedi. Che vede messi in forse dal suo avversario più amato, Renzi, un anno di sforzi che passano sotto il nome di patto del Nazareno. Per la prima volta, forse, il patto vacilla sul serio. Eppure lui, Berlusconi, pensa di averlo onorato sino in fondo, e di aver quindi diritto ad avere voce in capitolo sulle scelte inerenti il Quirinale. Averlo onorato sino al sostegno senza se e senza ma alla legge elettorale, quell’Italicum cambiato almeno 17 volte dall’accordo primitivo, e sempre su richiesta del segretario del Pd.

I senatori azzurri si sono sostituiti ai dissidenti democratici, ben 24, persino a costo di lasciare sul campo una dozzina di dissidenti. Senza l’apporto di Forza Italia la soglia dei 184 consensi a Palazzo Madama sarebbe stata semplicemente impensabile per Renzi. La Boschi e Zanda si sono affrettati a dire che la maggioranza di governo si è rivelata autosufficiente anche nel voto finale, ma sanno perfettamente che questo è vero solo sulla carta, se si fa riferimento alle presenze in aula. In realtà, se ai 170 voti della coalizione di governo si sottraggono i 24 dissidenti capitanati da Gotor si scende ben sotto la soglia della maggioranza assoluta.

Ecco, questi numeri certificano quanto Forza Italia possa essere decisiva, quanto coerente con il Patto del Nazareno sia stato Berlusconi con il suo partito. Essere messo all’angolo sulla partita del Quirinale, questo Berlusconi proprio non se l’aspettava. Da qui la decisione di disertare le consultazioni ufficiali con le delegazioni di partito per manifestare la propria insoddisfazione, e puntare tutto su di un faccia a faccia risolutivo fra lui e il premier.

Berlusconi si è tenuto in costante contatto sia con gli ambasciatori azzurri (Verdini in testa), sia con quanti sono stati ricevuti da Renzi nell’ambito delle consultazioni democratiche per il Quirinale, prima di Forza Italia, Area Popolare, Lega, Fratelli d’Italia. Una telefonata dopo l’altra, sul suo taccuino si sono affastellati indizi tutti negativi, e la rabbia è cresciuta. 

Solo su di un punto ha ricevuto rassicurazioni, che il nome secco che alla fine farà Renzi non sarà quello di un tecnico, cosa che esclude di botto almeno tre candidati possibili: Pier Carlo Padoan, Ignazio Visco e Mario Draghi. 

Per il resto niente di buono. Sarà un politico, ma non potrà essere un moderato. Né Amato, perché Renzi teme che dietro vi si celi un trappolone trasversale per farlo saltare. Neppure Casini, perché inviso a mezzo Pd.

Sarà un democratico, in quanto Renzi ha spiegato che con quasi la maggioranza assoluta dei grandi elettori la sua priorità assoluta è tenere unito il partito: il colloquio con Bersani, quindi, peserà sulla scelta finale assai di più di quello con il leader azzurro, con buona pace del Patto del Nazareno, e dintorni. 

Le rassicurazioni venute dal quartier generale democratico hanno sortito l’effetto opposto di quanto sperato da Renzi. L’ex premier non si è certo accontentato delle parole di Lorenzo Guerini, secondo cui la sua assenza oggi non pregiudica il clima di dialogo. Pesano assai di più le dichiarazioni secondo cui il nome non uscirà dall’incontro con l’ex Cavaliere.

Non sarà facile quindi il faccia a faccia fra i due. Al premier toccherà l’arduo compito di convincere il suo predecessore a non rovesciare il tavolo. Fargli digerire un nome organico al Pd sarà impresa titanica. In quell’occasione le carte che sin qui sono rimaste rigorosamente coperte non potranno più rimanere tali. In caso contrario la diffidenza cresciuta in Berlusconi troverebbe nuovo alimento.

Sinora Renzi ha nascosto le sue vere intenzioni dietro una cortina fumogena, lasciando che circolasse un elenco pressoché sterminato di nomi, da Veltroni a Mattarella, da Delrio a Castagnetti, sino alla Finocchiaro, alla Pinotti o a Gentiloni. Il gioco non può più proseguire oltre, dal momento che le lancette dell’orologio scorrono veloci verso l’ora X dell’inizio delle votazioni.   

Se sbaglierà mossa, il leader del Pd rischia di veder saltare per aria il fragile castello della riforma costituzionale e della nuova legge elettorale. Per convincere anche i più riottosi dei suoi interlocutori avrebbe ventilato anche l’ipotesi che in caso di stallo si arrivi a un presidente di garanzia (magari un magistrato), che subito dopo un’elezione di stretta misura sciolga le Camere e porti il paese al voto. Una minaccia abbastanza convincente nei confronti di un parlamento dove i gruppi sono sempre più spappolati, come le ultime dieci fuoriuscite dalle fila grilline stanno a dimostrare: pur di non tornare a casa — è il ragionamento — questi deputati e senatori voterebbero qualsiasi cosa. Eppure politicamente si tratta di una minaccia dimezzata, perché se si votasse a maggio, lo si farebbe con la legge proporzionale pura del “Consultellum”. E senza premio di maggioranza, Renzi dopo il voto avrebbe più di prima bisogno dei voti di Berlusconi per governare.

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