DOPO MARINO/ Malagò, Montezemolo, Marchini: per il Campidoglio “follow the money”

- Gianni Credit

Per la successione a Ignazio Marino riprendono corpo identikit di candidati compatibili con i complessi equilibri politico-finanziari nella metropoli capitolina. GIANNI CREDIT

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Luca di Montezemolo (Infophoto)

Follow the money. Giovanni Malagò? Nome di obbligo assoluto nel toto-candidati per il dopo-Marino a Roma. Il presidente del Coni e mastermind di Roma olimpica 2024 – ed ex tutto: chauffeur locale dell’avvocato Agnelli, concessionario Mercedes nella capitale, consigliere della Banca di Roma con Cesare Geronzi, ecc. – ha probabilmente il curriculum più solido per l’investitura a “ottavo re di Roma”; titolo proverbiale che può toccare di volta in volta ad Adriano Panatta o a Francesco Totti, al compianto Alberto Sordi o a Roberto D’Agostino, al sindaco ma soprattutto al palazzinaro di turno. Diciamo – all’inizio del secolo ventunesimo – a Francesco Gaetano Caltagirone: padre-padrone del Messaggero, azionista-chiave di Acea e di infinite altre porzioni di ricchezza e potere nella città eterna.

Per la verità, un curriculum più prestigioso di Malagò – se non più forte – ce l’avrebbe un suo sodale fraterno: un personaggio intervistato giusto ieri mattina dal Corriere della Sera, in prima pagina, sotto i titoloni sulla finis di Marino. Luca di Montezemolo è un romano di blindatissima adozione. Anche politica: già quarant’anni fa – quando era direttore sportivo di Niki Lauda alla Ferrari – faceva a tempo perso anche lo spin-doctor di Umberto Agnelli candidato senatore dc nelle borgate romane. Poi, come direttore delle relazioni esterne della Fiat, “Luchino” è stato il potente ambasciatore dell’Avvocato in tutti i palazzi della capitale. È stato il direttore generale dei Mondiali di calcio del 1990, quelli di Giulio Andreotti che faceva la ola all’Olimpico, in campo il “principe” Giannini come numero dieci giallorosso-azzurro.

È stato un presidente di Confindustria romanissimo. Montezemolo: più ancora, forse, di Luigi Abete. Sempre candidato a tutto con tutti o in alternativa a tutti: premier erede di Berlusconi, sul versante destro o sinistro del centro (ma lo ha sorpassato Matteo Renzi) oppure ministro degli esteri (“del made in Italy”) con un Romano Prodi o anche con un Mario Monti. Editore della Stampa, king-maker di direttori al Corriere della Sera (soprattutto Paolo Mieli) e presidente di Ntv, duopolista delle Fs. Ex presidente della Fiat, anche se oggi distaccato sia da Yaki Elkann che da Sergio Marchionne. Oggi presidente della post-Alitalia gestita dai nuovi potentati finanziari del Golfo, colonizzatori di Fiumicino. È lui – l’ex animatore di Italia Futura – che, ieri mattina, ha “promosso “ Renzi sul Corriere, ma avvertendolo: “Serve una fase due”. Un pit-stop. Nuove prospettive, nuovi alleati.

Certo è difficile (ma non proprio impossibile…) che Montezemolo possa essere al centro di operazioni politiche ambiziose o ardite – “renziane” – come una possibile convergenza fra 5 Stelle e Pd: possibile laboratorio nazionale. Più realistico immaginarlo in disegni vecchia maniera, com’è in fondo anche il “Nazareno”. Che più passa il tempo più somiglia a una coalizione della Prima repubblica: anche se forse non ancora efficiente ed efficace ai livelli toccati da Craxi-Andreotti-Forlani. 

Comunque: Montezemolo sostenuto da Renzi ma anche da Gianni Letta – sulla falsariga del supporto dato al premier prima da Ncd, poi dal dissidente Denis Verdini, infine direttamente da settori di Forza Italia – avrebbe certamente più chance di Linda Lanzillotta, ex assessore al Bilancio in Campidoglio con Walter Veltroni. Il nome della moglie di Franco Bassanini filtra già – come anche quello del marito – in chiave di “candidatura civile” del Pd. Ma sono profili che non sembrano raggiungere la totale funzionalità politico-economica rispetto al “sistema-Roma” raggiunti in passato da un sindaco come Franco Carraro.

Fra le candidature “romane di Roma” – e non potrebbe essere diversamente dopo la disastrosa esperienza di Marino il Marziano – spicca in ogni caso quella di Alfio Marchini. Il cui profilo eccellente di Sindaco-di-Mezzo – di tutti i mezzi, pubblici e privati – è sintetizzato da un episodio memorabile al punto di non aver potuto mai essere confermato. Quel giorno dell’aprile del 1999, infatti, erano solo in tre in un attico privato in via Frattina: il proprietario (il 34enne “Beautiful”); il 92enne presidente onorario di Mediobanca, Enrico Cuccia (in un raro viaggio da Milano), e il primo premier italiano iscritto al Pci, Massimo D’Alema. Un caffè per decidere un gigantesco scambio politico-finanziario: da un lato l’appoggio decisivo di Mediobanca all’Opa dei “capitani coraggiosi” sulla Telecom mal-privatizzata presso presso gli Agnelli; dall’altro lo stop alle due Opa ostili – a Mediobanca – di UniCredit sulla Comit e del Sanpaolo di Torino della Banca di Roma. Con Marchini Jr – figlio del costruttore del Bottegone, il quartier generale del Pci di Togliatti e Berlinguer – il rischio di sottovalutazione è permanente e quasi inevitabile.

Follow the money. Gli altri – a cominciare da Giorgia Meloni – potrebbero ritrovarsi candidati al massimo al ruolo di “buoni perdenti”. Compreso il candidato di MS5: chi l’ha (ancora) visto?

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