RIFORMA/ Il giurista: Senato da “buttare”, ora serve un capo dello Stato più forte

- int. Annamaria Poggi

Per ANNAMARIA POGGI, con le recenti modifiche si è creato un grave sbilanciamento sia rispetto ai poteri del presidente della Repubblica sia rispetto al rapporto Stato-enti locali

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Il Quirinale visto dalla Consulta (Infophoto)

“Il compromesso raggiunto all’interno del Pd sulla riforma costituzionale di fatto crea un Senato privo di una vera identità. La conseguenza è un grave sbilanciamento sia rispetto ai poteri del presidente della Repubblica sia rispetto al rapporto Stato-enti locali. Sarebbe stato meglio optare per un monocameralismo secco”. E’ il commento di Annamaria Poggi, docente di diritto costituzionale nell’Università di Torino. Venerdì Pietro Grasso ha annunciato che il voto finale sul ddl Boschi avverrà il prossimo 13 ottobre. Mentre giovedì erano stati approvati gli articoli della legge che riguardano il rapporto Stato-enti locali.

Professoressa, come valuta la nuova stesura della riforma costituzionale?

Ormai ritengo che sia stato fatto un accordo generale, presumibilmente tutto interno al Pd, per cui comunque la riforma deve passare. Man mano che andranno avanti si renderanno conto però di tutte le conseguenze che ciò comporta. E questo soprattutto per quanto riguarda l’applicazione del ddl Boschi a determinati istituti.

Che cosa ne pensa nello specifico della parte che riguarda il presidente della Repubblica?

Attualmente il presidente della Repubblica non è considerato un organo di indirizzo politico bensì di garanzia dell’intero ordinamento. E’ quindi garante dell’assetto complessivo delle relazioni tra i poteri, nonché dell’attuazione della Costituzione. Quello che mi domando è se dopo questa riforma potremo continuare a dire che il presidente della Repubblica è garante anche della parte che riguarda l’attuazione del decentramento e i rapporti Stato-enti locali.

Che cosa c’entrano federalismo e poteri del Quirinale?

Finora il presidente della Repubblica ha svolto un ruolo di garanzia complessiva del sistema. Con una revisione che riguarda sostanzialmente le funzioni del Parlamento, di fatto si va a incidere sui poteri del presidente della Repubblica. Ogni volta che ciò avviene si apportano però dei cambiamenti alla forma di governo.

Per il costituzionalista del Pd Stefano Ceccanti, il quorum dei tre quinti dei votanti rischia di bloccare il Parlamento quando si voterà per il Quirinale. E’ davvero così?

Il punto è che un presidente del Consiglio con poteri così rafforzati non può non avere come contropotere un presidente della Repubblica che abbia una legittimazione più ampia. Con l’attuale meccanismo al contrario di fatto Mattarella è stato voluto e votato dal Pd. Questo è un problema serio. Devo dire dunque che sono abbastanza d’accordo sul fatto che si ampli la legittimazione del ruolo di garanzia del presidente della Repubblica.

L’altro grande versante della riforma è quello del rapporto Stato-enti locali. Qual è la sua opinione su questa parte?

Il vero problema è che non c’è chiarezza sul sistema elettorale del Senato, che di fatto con la nuova formulazione è rinviato all’attuazione del legislatore ordinario. L’assetto rischia quindi di cambiare di molto rispetto a quello attuale. Il vero cambio epocale sarebbe quello dell’elezione indiretta secca dei senatori: è questa la soluzione che auspico. Nel momento in cui c’è l’intermediazione dei partiti, è chiaro che si rischia di fare del Senato delle autonomie una barzelletta.

 

Questa riforma è salvabile, sia pure con delle modifiche, o è sbagliata alla radice?

Per quanto riguarda la forma di governo, è salvabile sia pure con qualche assestamento. In tutto il mondo non esiste infatti un sistema così farraginoso come il nostro. Il presidente del Consiglio nel nostro ordinamento ha dei poteri molto forti dal punto di vista dell’indirizzo politico. E’ un paradosso quindi che il premier non possa avere la garanzia che determinati provvedimenti, una volta portati in Parlamento, siano approvati entro una certa data. Condivido molto quindi la parte della riforma che rafforza i poteri del presidente del Consiglio, sia pure individuando determinati contrappesi.

 

Quale parte invece non è salvabile?

Quello che non condivido è la modalità di elezione del Senato. Di fatto noi avremo un Parlamento monocamerale, e quindi tanto valeva abolire il Senato del tutto. Invece non avremo né una vera camera delle autonomie, né un Senato che vota la fiducia. Sarebbe stato quindi meglio un monocameralismo, aumentando la Camera di un certo numero di membri. Con questa via di mezzo si creano solo un sacco di problemi.

 

(Pietro Vernizzi)

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