RIFORMA SENATO/ La vittoria di Pirro del governo Renzi

- Stelio Mangiameli

179 sì, 16 contrari e 7 astenuti: passa il ddl governativo di riforma costituzionale. Ma l’iter non è finito, e tutti dipende dal referendum conclusivo. Tanti i problemi. STELIO MANGIAMELI

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Giorgio Napolitano (Infophoto)

La riforma costituzionale è stata approvata dal Senato con un voto unilaterale. Le opposizioni hanno preferito non partecipare. Non è un fatto nuovo, ma altamente pericoloso; è stato così nel 2001 e ancora con la riforma tentata dal centrodestra nel 2006.

Sostanzialmente, nonostante il risultato sia da ascrivere a Matteo Renzi, è ancora troppo presto per affermare che è stato un successo. Occorre vedere come andrà, all’incirca tra un anno, il referendum costituzionale. 

Si dice che la riforma segna la fine del bicameralismo perfetto, l’istituzione di un Senato in cui siedono le istituzioni territoriali e una migliore definizione del potere legislativo statale rispetto a quello delle regioni, la cancellazione delle province e del Cnel. 

Fatte salve le cancellazioni, ci si deve chiedere che rappresentanza parlamentare ci consegna la riforma, rispetto alla forma di governo, e che regionalismo invera, rispetto alla forma di Stato. 

Cominciando dal Parlamento, la rappresentanza politica sarebbe espressa dalla Camera dei deputati, cui sarebbe rimesso il conferimento della fiducia al governo, secondo lo schema della forma di governo parlamentare, vigilata dal presidente della Repubblica, che nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri. La differenza, rispetto all’attuale assetto, sarebbe data dal conferimento della fiducia da parte di una sola Camera, anziché da parte di due Camere. 

Questa semplificazione, però, sarebbe offuscata dalla legge elettorale, l’Italicum, che non aderisce interamente al disegno costituzionale e prevede, invece, una rappresentanza a composizione maggioritaria e subordinata al capo del governo.

Così il nuovo assetto istituzionale oscillerebbe tra la forma di governo parlamentare e quella del primo ministro, senza escludere peraltro i governi (di minoranza) del capo dello Stato, come furono i governi Dini e, di recente, Monti. Tutto questo perché la legge elettorale ipermaggioritaria può risultare o troppo efficace, oppure troppo poco efficace. Infatti, accoglie evidenti contraddizioni, come la diversa legittimazione dei deputati che si divideranno tra nominati e votati, e, perciò, non è detto che ci darà quella stabilità governativa che ci ha promesso chi l’ha proposta.

Il Senato ha anch’esso una composizione poco efficace: cinque nominati per decreto presidenziale, ventuno sindaci e settantaquattro consiglieri regionali eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. È il famoso compromesso tra la maggioranza e la minoranza del partito democratico. 

Ma qual è la scelta che sottintende? Questo non è chiaro. Ciò che è chiaro, invece, è il depotenziamento della rappresentanza regionale e l’argomento che è stato maggiormente usato — in modo poco nobile — è stato che i consigli regionali accoglierebbero una classe politica che in questi anni si sarebbe mostrata fonte di spesa pubblica e di poca serietà, quando non addirittura di vera e propria corruttela. 

Ora, i vizi della classe politica sono stati gli stessi sia a livello locale e regionale che a quello statale. Un buon numero di deputati e senatori sono stati arrestati e se da ultimo l’autorizzazione non è stata concessa, è solo perché si rischiava di fare “saltare il banco”. Non pochi sono stati gli scandali di corruttela dell’amministrazione statale, ad esempio al Mit, e il nodo della spesa pubblica si proietta sull’altro versante della riforma: il regionalismo e la forma di Stato.

Non basta sopprimere le province per riordinare la Repubblica; anzi, sinora è stato il caos. Inoltre, è noto che il problema dell’efficienza non risiede nella legislazione, bensì nell’amministrazione pubblica.

La riforma del regionalismo è stata fatta apportando modifiche al riparto delle competenze legislative, tutte nel senso del (neo)centralismo, ma non erano necessarie e saranno perfettamente inutili sinché si ignorerà il nodo dell’amministrazione. Infatti, il più resta da fare ed è la riforma dell’amministrazione statale che assorbe circa il 60 per cento della spesa pubblica, mentre con la parte restante i Comuni mantengono i servizi cittadini e le Regioni finanziano la sanità, i trasporti locali, l’assistenza sociale e alcune politiche pubbliche di cui lo Stato da tempo non si occupa come il turismo, i rifiuti, le energie rinnovabili, eccetera. 

Nell’insieme, come si vede, la riforma costituzionale risolve troppi pochi problemi e potrebbe generare o mantenere ancora troppi problemi. 

Tutto ciò verrà fuori soprattutto nel dibattito in vista del referendum costituzionale. Ecco perché la riforma sarà in bilico sino all’ultimo e, se non saranno chiariti i contorni e le dinamiche di attuazione, correrà il rischio di cadere come accadde già a quella deliberata, in modo unilaterale, dal centrodestra nel 2006. 

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