SCENARIO/ Più riforme = meno tasse, il patto con “l’inganno” del Governo

- Roberto Locatelli

Matteo Renzi ha annunciato un taglio delle tasse. Un piano che richiede in cambio “mani libere” per attuare le riforme. Per ROBERTO LOCATELLI è un patto di cui occorre diffidare

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Matteo Renzi (Infophoto)

Il mai eletto presidente del Consiglio Matteo Renzi ha chiesto, ma non si sa se abbia poi ottenuto risposta, un “patto con gli italiani” sulla falsariga di quanto fece a sua volta anni addietro, durante la trasmissione televisiva “Porta a Porta”, il suo padre politico Silvio Berlusconi. Il patto prevederebbe uno scambio dove, a fronte di meno tasse, si dovrebbe permettere al presidente del Consiglio di fare le riforme: e fin qui niente di nuovo, il solito politico all’italiana chiacchierone e inconcludente che se la suona e se la canta da solo.

I politici italiani, soprattutto quando premier, riescono sempre a spostare in avanti la loro personale soglia del ridicolo, infatti mi piacerebbe sapere quale risposta Renzi (pardon, lui direbbe feedback) ha potuto ottenere dai cittadini italiani, visto che una volta annunciati i suoi intendimenti pattizi attraverso i media, tutto finisce lì. Diverso sarebbe stato se a ciò fosse seguito l’esito di un voto politico, allora sì che una occasione di risposta il cittadino-elettore l’avrebbe data, ma in tale maniera, più che un “patto” sottoscrivibile liberamente tra due soggetti, dà l’idea di un ricatto, o meglio, di una boutade estiva da solleone.

Ma anche accettando la buona fede e le buone intenzioni del premier, questo voler sottoscrivere un patto con gli italiani, sa di stantio, di già visto, una blanda riedizione aggiornata in stile 2.0 di quanto fece a suo tempo Berlusconi nel 2001, e poi finito nel dimenticatoio il tempo di aprire le urne e decretarlo vincitore e premier.

Purtroppo il livello cialtronesco della classe politica italiana negli ultimi tre decenni ha avuto la terribile conseguenza di depotenziare termini, approcci e progetti politici di per sé nobili, meritevoli di essere trattati in maniera seria e non meschina: un federalismo serio servirebbe eccome, sarebbe benefico per i tanti sprechi dell’apparato pubblico italiano; una seria politica liberale, servirebbe eccome, per liberare da lacci, lacciuoli e congreghe di vario ordine e grado gli individui e le imprese dotate di buona volontà e talento; una politica seria a favore della famiglia servirebbe eccome, per valorizzare l’unico istituto che ha tenuto in piedi questo Paese nei decenni di difficoltà economica e di minaccia del relativismo culturale; una vera politica sociale servirebbe eccome, per creare un concetto di comunità tanto importante quale prosecuzione dell’individuo e della famiglia, nella quale valorizzare e tutelare gli individui attraverso i cambiamenti di tipo economico, culturale e sociale, laddove una sempre più invasiva e spietata società dei consumi non accetta che “si rimanga indietro”.

Quanto servirebbe tutto questo, quanto servirebbe una classe politica volta a un’azione politica frutto di approcci e ideologie che permettano di immaginare la società, e agire in tal senso senza altri fini, se non il bene comune. Ma è un’utopia, ne siamo ben lungi, i politici vivono e agiscono per il consenso, che si ottiene solo comparendo in televisione e formulando discorsi-tweet con la finalità di lisciare il pelo dell’elettorato per il suo giusto verso. 

Di riforme sventolate e mai realizzate ne abbiamo fatto il callo, e sul tema dell’invasività del fisco e della pressione fiscale gravante sui ceti produttivi poi, siamo alla nausea. La Prima Repubblica è crollata sulla spinta di Tangentopoli che ne ha messo a nudo il marciume morale fatto di tangenti, familismi, clientele e comportamenti oltre il limite della sconcezza morale, lasciando in eredità una situazione fatta di dissesto finanziario per le casse dello Stato, con un debito pubblico pari al 120% del Pil.

Con la Seconda Repubblica uno degli obiettivi era quello di far rientrare il rapporto debito/Pil a livelli accettabili, anche per tornare ad attrarre capitali stranieri, ma siccome in Italia nessuno è quel che dice, proprio il presunto-liberale Berlusconi è riuscito nell’impresa non solo di non ridurre questo valore, bensì di aumentarlo, segno che il dimagrimento delle spese e degli sprechi dello Stato non è stato in cima ai reali pensieri e alle reali azioni dell’allora premier. Negli ultimi anni la situazione si è ulteriormente aggravata, e nell’area euro, dopo l’ormai fallita e colonizzata Grecia, il Paese con il peggior rapporto debito/Pil è proprio l’Italia.

Quello che l’ex-presunto rottamatore e attuale premier, Renzi, dovrebbe dire è tutt’altro. Se avesse un briciolo di coraggio, di buon senso e di disinteresse verso consenso, potere e prossime tornate elettorali, dovrebbe rimarcare come l’unico modo per diminuire la pressione fiscale su imprese e lavoratori è quello di una grossa dieta dimagrante dello Stato italiano, tagliandone spese e sprechi, anche se ciò significherebbe inevitabilmente andare a incidere la carne viva del consenso elettorale, del voto di scambio. 

Negli anni, nei decenni, la politica ha ingigantito l’apparato pubblico aumentando oltre ogni ragionevole limite il numero di occupati nel settore pubblico, anche ricorrendo pretestuosamente all’istituzione di enti e apparati vari, a scopo di creare sacche di elettori riconoscenti, degli stipendifici improduttivi e costosi utili solo a lorsignori per poter tenere le chiappe sulle loro comode poltrone a spese dei contribuenti onesti e di lavoratori e imprese serie, produttori e non consumatori di ricchezza. E questa manifestazione di sconcezza morale accade soprattutto in occasione della cosiddetta “legge mancia”, dove sono evidenti le miriadi di potentati elettorali-familistici-clientelari da soddisfare, una riedizione in chiave moderna dell’assalto alla diligenza ma senza l’audacia, il rischio e la virilità dei banditi d’antan.

Gran parte dell’apparato pubblico italiano è uno stipendificio per tornaconto politico-elettorale, oggi così potente e sindacalizzato da essere divenuto lobby e poter ricattare i centri del potere politico, indirizzandone la politica sempre a favore di una maggiore spesa pubblica improduttiva.

Per poter abbassare la pressione fiscale Renzi dovrebbe eliminare centinaia, migliaia di centri di spesa pubblica a livello centrale e periferico, licenziare almeno 1 milione di stipendiati nel settore pubblico, agire con l’accetta su molte regioni soprattutto nel Sud dove si “produce” una non-ricchezza, fatta non da attività privata d’impresa, ma dai soli lauti emolumenti provenienti da impiego pubblico.  

Ma ciò comporterebbe un sicuro grave danno elettorale e nei consensi, cosa che per chi come lui vive per piacere agli altri, è intollerabile e non percorribile; oltretutto il siluramento del buon Cottarelli è il peggiore indicatore della mancanza di volontà nell’agire in questa direzione.

Dovremo pertanto rassegnarci a valutare queste parole di Renzi sullo scambio tra riforme e minore pressione fiscale, come l’ennesimo parlare a vuoto dell’ennesimo premier, con l’aggravante che Renzi condisce il tutto con una boria che non riesce a nascondere la propria vuotaggine politica.

 

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