DIMISSIONI MARINO/ E’ il prefetto Gabrielli, il “Sala” romano di Renzi?

- int. Peppino Caldarola

“Non è politica. E’ Roma” diceva uno slogan di Ignazio Marino ai tempi della campagna elettorale. Entrambe, Roma e la politica, lo hanno distrutto. Lo scenario di PEPPINO CALDAROLA

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Immagine di archivio

“Non è politica. E’ Roma” diceva uno slogan di Marino ai tempi della campagna elettorale. Entrambe, Roma e la politica, lo hanno distrutto. Le agenzie hanno battuto la notizia delle sue dimissioni alle 19.29 di una giornata caotica, segnata dall’abbandono di tre assessori, Marco Causi, Stefano Esposito e Luigina Di Liegro, da opposte fazioni in piazza, da pressioni politiche alle quali nessuno avrebbe saputo resistere, nemmeno il “diverso” Marino, il sindaco che se ne stava ai Caraibi mentre a Roma divampava la polemica sul funerale dei Casamonica. Questa volta le spese personali addebitate sulla carta di credito del comune (l’ipotesi di reato per le cene istituzionali sarebbe il peculato) hanno travolto il sindaco, senza appello. Lui, il luminare dei trapianti prestato alla politica, parla di “aggressione”, di “furiosa reazione” al cambiamento e non rinuncia ad un’ultimo, spiazzante colpo di teatro: “Presento le mie dimissioni. Sapendo che queste possono per legge essere ritirate entro venti giorni”. Lo scenario di Peppino Caldarola, già direttore dell’Unità e profondo conoscitore della sinistra.

Caldarola, Marino rinuncia ma non del tutto…
Vedo due spiegazioni possibili. La prima è che spera in un moto popolare che lo sostenga. Esiste un’area di consenso che si sposta di volta in volta contro il potere costituito e a sostegno della vittima designata,  in questo caso Marino stesso. C’è un precedente: la manifestazione a Bologna a sostegno di Romano Prodi, poco prima che arrivasse l’incarico a Massimo D’Alema. 

E l’altra?
Una minaccia rivolta al suo ex partito: fate qualcosa, altrimenti potreste pentirvene. Non dobbiamo dimenticare che nelle settimane in cui Marino era in vacanza ai Caraibi il suo staff fece trapelare la notizia che stava scrivendo un pamphlet in cui faceva tutti i nomi implicati negli scandali. La realtà è che Marino si è dimesso perché stavolta non ha trovato una via d’uscita.

E se non se ne va?
Se Marino non si dimette dopo i 20 giorni, tutti i partiti politici, Pd compreso, useranno contro di lui l’arma delle dimissioni in blocco dei consiglieri comunali. Ci sarà un’accanita resistenza di Renzi a veder confermate le dimissioni, anche perché il commissario politico del Pd romano Matteo Orfini si era fatto garante di Marino con Renzi. E Renzi non può tollerare di venire indebolito.

Appunto. Renzi ne esce “innocente” dal punto di vista politico?
Renzi paga un prezzo importante, però è uomo disinvolto. Può scaricare tutte le responsabilità proprio su Orfini, sul Pd romano e sulla sua componente più di sinistra.

Cosa farà adesso il rottamatore?
Dirà: “questo sindaco non è mio”, ma soprattutto dovrà trovare al più presto un nome di peso per commissariare Roma dopo le dimissioni — che ci saranno — di Marino, e inventarsi un nome in tempi brevi per la campagna elettorale. 

Non è una cosa facile.
No, non è facile per nessun partito. 

Cominciamo il giro. 

A destra c’è la Meloni. Romana robusta, di quartiere, molto “garbatelliana”, con un buon seguito a Roma, ma non è un candidato con capacità espansive. I 5 Stelle sono sicuramente sulla cresta dell’onda, ma hanno il problema di non avere il candidato sindaco e quelli che si sono offerti al loro interno sono fragilissimi. Tutto ciò può avvantaggiare Alfio Marchini, che però non può compromettersi con un apparentamento a destra con Meloni e Salvini. Anzi, potrebbe perfino essere sponsorizzato da Renzi. Infine, non è esclusa la discesa in campo di un “mister X”, capace di farsi interprete di un’esigenza pressante di cambiamento, che però non saprei identificare con un nome.

Un mister X di provenienza partitica? O piuttosto un “alieno”?
Quelli di provenienza politica o sono già stati sindaci, e di questi tenderei a escludere che Veltroni abbia voglia di tentare; potrebbe essere spinto a farlo Rutelli, ma dovrebbe calcolare il rischio di una seconda sconfitta. Oppure sarebbero renziani come Gentiloni e Giachetti. Entrambi conoscono Roma benissimo, ma non hanno grande seguito elettorale. Gentiloni ha perso le primarie, Giachetti è un parlamentare bravo, combattivo, coraggioso, però nessuno sa quanto voti ha alle spalle. 

Quindi?
Questo fa pensare che come per Milano, dove pensa a Giuseppe Sala, anche per Roma Renzi sia in cerca di un “Sala” romano. Renzi deve poter dire all’opinione pubblica romana incazzata: ora basta, vi propongo un signore che qui mette ordine. 

Uno come il prefetto Franco Gabrielli.
Deve solo decidersi. Ha il physique du rôle, ha le carte in regola e le capacità. Ma è anche uno dei possibili candidati a prendere il posto di Alessandro Pansa a capo della polizia. 

Un bel problema.
Fare il sindaco di Roma o è la conclusione di una brillante carriera o ne è l’inizio. Per Gabrielli non si tratterebbe della conclusione, perché è molto giovane, dunque dovrebbe essere l’inizio di una carriera tutta politica. Cosa che io non credo. E’ uomo delle istituzioni, e se gli chiedono di commissariare Roma in questi mesi lo farà brillantemente. Ma potrebbe bastargli.

Un candidato sindaco di Roma può permettersi di essere solo espressione identitaria?
No, non più. Oggi un candidato identitario se arriva al 20 per cento è già grasso che cola. Questo è anche il limite del candidato M5s, che ha potenzialmente molti voti ma è appunto identitario. I 5 stelle sono combattivi e in crescita, ma sono ugualmente molto detestati. 

E il tempo rema contro tutti.
Sì. Paradossalmente, tutte le forze politiche e anche gli outsider avrebbero tutto da guadagnare di fronte a elezioni a breve termine, quando i fuochi sono ancora accesi. 

Cioè primavera 2016. 

Sì, perché l’ipotesi alternativa, quella sponsorizzata da chi ha paura del voto, metterebbe tutti di fronte a un commissario che probabilmente farà bene, si tratti di Gabrielli o di un altro, e che quindi azzererà, nell’opinione pubblica, l’immagine di tutte le forze politiche. Perché Renzi dovrebbe andare al voto nel 2018 contro il commissario che per due anni ha governato Roma? O ne fa il suo sindaco, e dal suo punto di vista sarebbe una scelta saggia; o, se non vi riesce, si mette in buca da solo: per due anni i romani direbbero “siamo governati da un commissario perché il Pd ha toppato sindaco”.

Da dove cominciare, Caldarola?
Dall’identikit. Dovrà essere un personaggio fuori dalla politica. Purtroppo, dico io. Non può essere un affabulatore, non uno “speaker” di Roma nel mondo, nemmeno un intellettuale prestato alla politica. Luigi Petroselli è stato forse il più grande sindaco di Roma (1979-1981, ndr). Un vecchio funzionario del Pci su cui non scommetteva nessuno, ma che aveva legame popolare e che rivelò una capacità organizzativa mostruosa. Certo, Petroselli morì di infarto per superlavoro. Senza essere come lui, serve uno che stia “h 24” sulla palla.

(Federico Ferraù)

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