LA SICILIA DI CROCETTA/ Una politica in pezzi (e le macerie sui cittadini)

- Francesco Inguanti

Dopo aver cambiato 41 assessori in 36 mesi, la Sicilia si avvicina alle elezioni puntando su un governo di coalizione per fermare l’avanzata del Movimento 5 Stelle. FRANCESCO INGUANTI

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Rosario Crocetta (InfoPhoto)

Una volta, non molto tempo fa, sembrava che il problema più grave della politica italiana fosse la durata dei suoi governi, da quelli locali a quello nazionale. La causa era tutta interna alla politica, che aveva smarrito la strada per raggiungere il bene comune. Poiché però ammettere ciò significava mettere in discussione il ruolo che svolgevano e il potere che amministravano partiti e uomini politici, si imboccò la solita scorciatoia del “meccanismo infallibile”. Politici e mass media ci convinsero così che con l’elezione diretta da parte di tutti i cittadini di Sindaci, Presidenti di Province (quando ancora esistevano) e di Presidenti delle Giunte regionali, in attesa di modificare la Costituzione per giungere finalmente anche in Italia al Presidenzialismo, si potesse sconfiggere, quasi per editto, il triste fenomeno di governi che duravano lo spazio di un mattino. I meno giovani ricorderanno che si coniò il termine di “Governo balneare” proprio a indicare quella sorte di precarietà necessaria che le circostanze richiedevano.

Giunsero così i governi stabili, in grado di reggere cioè una intera legislatura la quale, avrebbe portato con sé la continuità di governo e quasi taumaturgicamente quella del “Buon governo”. Peccato che proprio le regole che si ritengono più perfette sono quelle che producono più danni; così i malesseri di una politica che non era più in grado di reggere il rapporto con gli elettori, si scaricarono sui cittadini. E da ciò derivò anche il vertiginoso aumento dell’astensionismo, fino a quel momento quasi sconosciuto.

Basta percorre la storia degli ultimi 15 anni di politica siciliana e dei governi che si sono succeduti per averne la prova e comprendere la gravità delle conseguenze su tutta la società. Dopo gli anni dei Governi Cuffaro e Lombardo, che raccolsero grandi messe di voti alle elezioni, si è giunti pochi anni fa, alla elezione di Rosario Crocetta, frutto del consenso del 13% dei siciliani aventi diritto al voto: molti non votarono, altri non lo votarono.

Crocetta, forte del patto scellerato previsto dalla legge che lega le sorti del suo governo alla permanenza del 90 deputati all’Assemblea regionale, ha inaugurato una nuova strada per governare, meglio un’autostrada (peccato che in Sicilia queste, prive di manutenzione, crollano a pezzi e ci si deve accontentare della “Regia trazzera” fatta con i soldi dei deputati 5 Stelle, per andare da Palermo a Catania), sintetizzabile nella frase con cui alcuni giorni fa ha commentato la nascita del suo quarto Governo. A chi chiedeva se sarebbe stato un governo per tutta la legislatura, ha risposto. “Non sono un oracolo… L’importante è che ci sia Crocetta sino alla fine…”.

Così questi anni saranno ricordati per uno dei più difficili record da eguagliare: quello del numero di assessori nominati. Con quelli entrati nel nuovo governo siamo già a 41 in 36 mesi, ma il numero può sempre aumentare, anche mentre scriviamo. Vi è solo un uomo a Palermo che può batterlo: il presidente del Palermo Maurizio Zamparini che col licenziamento di Beppe Iachini ha liquidato in totale 44 allenatori, cui vanno aggiunti i cambi di panchina. Volendo indulgere ancora sui numeri si può dire che 41 è esattamente la somma di tutti gli assessori nominati nei quasi cinque anni del governo Lombardo e nell’ultima esperienza di Totò Cuffaro. Un assessore per ogni venti giorni, insomma.

Inutile dire che di tanti di questi “fortunati” amministratori non si ricorda più neanche il nome, soprattutto per la brevità dei mesi in cui hanno soggiornato nell’assessorato assegnato. Per onor di cronaca ne citiamo solo alcuni: Marcella Castronovo, assessore alla Funzione pubblica, arrivata in Sicilia direttamente della Presidenza del Consiglio dei ministri. La sua esperienza, iniziata il 3 novembre del 2014 si concluse ufficialmente a capodanno.

Anche Piergiorgio Gerratana resistette due mesi. Giusto il tempo di fare scoppiare una “guerra siracusana” sulla ripetizione delle elezioni a Rosolini e Pachino, di essere presentato dal presidente Crocetta come l’ennesimo esempio di lotta al malaffare e dell’intenzione del governo di puntare sui giovani, di spingere l’allora deputato e freschissimo assessore alla Formazione Bruno Marziano a promettere una denuncia a Crocetta per voto di scambio. Le elezioni furono perse e il voto di scambio non ci fu. Marziano adesso è una new entry del quarto Governo crocetta, alla faccia delle denunce.

Durò, invece, due giorni l’avventura amministrativa di Francesca Basilico d’Amelio, che forse intuì prestissimo in quale guaio si stava cacciando e decise di lasciare per motivi personali, mai del tutto compresi. Altro caso emblematico è quello di Antonio Fiumefreddo: dato per certo da Crocetta come nuovo entrante in questo ultimo governo, è stato costretto il giorno dopo a lasciare la giunta, per i veti incrociati dei partiti, ma soprattutto per dar spazio alla rappresentanza di partitini minori. Di lui va ricordato anche il tentativo fallito nell’aprile del 2014 quando fu nominato assessore ai Beni culturali. Ma le polemiche, soprattutto del Pd, lo costrinsero ad abbandonare la carica dopo appena cinque giorni. Quando si dice la sfortuna!

Un altro caso “simpatico” è quello di Mariarita Sgarlata, esponente di spicco del Pd siracusano, già assessore ai Beni culturali, costretta a dimettersi per presunte irregolarità riguardanti la costruzione di una piscina nella sua villa. Fu prosciolta successivamente ed ora continua a fare politica nella sua città.

Proviamo ad accorpare altri casi analoghi almeno per non dilungarci troppo. Nel terzo governo Crocetta, rimasero in carica meno di sette mesi, l’avvocato siracusano Ezechia Reale, la crocettiana Pina Furnari, Roberto Agnello assessore all’Economia, poi ripescato come consulente dell’Assessore alla Salute Lucia Borsellino. Un rilievo particolare va dato a Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Caponetto e rimasto famoso perché chiese chi fosse l’intestatario della sala Giuseppe Alessi (primo presidente della Regione siciliana, ndr). Rimasero sette mesi in giunta anche il presidente del Pd Giuseppe Bruno e il presidente di Federalberghi Nico Torrisi. Anche Nino Caleca, assessore all’Agricoltura, lasciò dopo meno di sette mesi, quando però si accorse del rischio di un possibile “ritorno del passato”, visto che proveniva da una storia di sinistra militante.

Chiudiamo con un caso inciso nei ricordi di tutti gli automobilisti siciliani. Quello di Ettore Leotta: le sue dimissioni furono una diretta conseguenza del crollo del pilone sulla A19. Comunicò nella circostanza che per lui docente catanese era diventato impossibile fare la spola tra Palermo e Catania, con l’autostrada interrotta. Così è stato sostituito… da un altro catanese, cioè il suo segretario particolare Giovanni Pistorio.

Ci sarebbe poi da raccontare della studentessa fuori corso Nelli Scilabra divenuta assessora alla Formazione professionale ed ora “retrocessa” a capo della segreteria del presidente. Della segretaria del presidente Michela Stancheris promossa assessora, incarico che lasciò dopo una non brillante performance elettorale alle elezioni europee, ma comunque poi sempre ripescata. E di tanti altri “personaggetti”, come direbbe Maurizio Crozza, che volevano fare grande la Sicilia e non sono riusciti a fare più grandi neanche loro stessi.

Adesso le speranze sono puntate sul nuovo Governo che rispetto al passato dovrebbe essere forte del consenso dei partiti che lo sostengono, anche attraverso esponenti di primo piano. Il tentativo ben noto e meno ben riuscito è quello di dar vita ad una grande coalizione che veda al suo interno il maggior numero di forze politiche possibili, non importa se sono state o sono o saranno all’opposizione, non importa se hanno detto peste e corna di Crocetta, non importa se sono state a guardare fin ora, purché vogliano condividere l’avventura di questi ultimi due anni e presentarsi ai siciliani per il dopo Crocetta. Obiettivo dichiarato fermare la marea montante del consenso che i 5 Stelle continuano ad acquisire.

Saranno comunque due anni durissimi perché i conti del bilancio regionale non tornano, malgrado i tanti viaggi a Roma dell’assessore all’Economia cui si aggiunge il giudizio inclemente della Corte dei Conti della Sicilia. Ma, si sa, quando c’è profumo di elezioni si trova sempre un punto di convergenza. Importante e vincere; a litigare c’è sempre tempo, dopo. Ed ecco che sono rispuntati gli “arditi” che per il bene del popolo sono disposti a raccogliere il testimone, alquanto logoro e consunto, che lascerà Crocetta. Parliamo di coloro che sono pronti a candidarsi alle prossime elezioni regionali. C’è da credere che il numero aumenterà vistosamente nei prossimi mesi. E di fronte ai tanti problemi irrisolti dei siciliani, verrebbe da dire: la Sicilia può attendere.

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