PIANO UE ANTITERRORISMO/ Dambruoso: smantellare Schengen è un regalo ai jihadisti

- int. Stefano Dambruoso

Nelle sedi Ue si sta studiando un piano antiterrorismo in cinque punti: controllo del web, schedatura dei passeggeri dei voli, chat accessibili a intelligence. Funzionerà? STEFANO DAMBRUOSO

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Due arresti sono avvenuti a Bardonecchia e a Orio al Serio ai danni di altrettante persone sospettate di appartenere all’Isis. Un afghano di 22 anni è stato fermato alla frontiera con la Francia, dopo che una perquisizione ha fatto emergere che portava con sé 23 schede sim e diversi telefonini sui cui erano salvate le foto della guerra in Siria e Iraq. Alali Faowaz, un siriano di 30 anni, è stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio (Bergamo) mentre si stava per imbarcare per Malta. Oltre al passaporto falso, portava con sé una sua foto con la divisa dell’Isis. Intanto nelle sedi Ue si sta studiando un piano antiterrorismo in cinque punti, che prevede di controllare periodicamente i contenuti del web, di schedare tutti i passeggeri dei voli e di rendere le chat accessibili agli investigatori. Ne abbiamo parlato con Stefano Dambruoso, questore della Camera, magistrato anti-terrorismo e deputato di Scelta civica.

Che cosa ne pensa del piano di sicurezza dell’Ue?

Il piano di sicurezza è attuabile se c’è la volontà da parte di tutti di cooperare. Alla base c’è sempre questo requisito. Se mettono i soldi per l’informatizzazione della banca dati e per lo scambio di informazioni, il piano è evidentemente attuabile. Poi tutto è aggirabile, ma intanto c’è una pressione forte di controllo e questo si può assolutamente realizzare. 

Due persone sospettate di legami con l’Isis sono state arrestate a Bardonecchia e a Orio al Serio. Il nostro Paese quanto è permeabile al terrorismo?

In primo luogo grazie a questi controlli e a quel minimo di banche dati che esistono, questi soggetti sono stati individuati. Non c’è però ancora la certezza di un’appartenenza a gruppi o a cellule terroristiche: è ancora tutto da accertare. Laddove ci sono delle legittime perplessità, è giusto che siano monitorate con la massima attenzione. Non farei coincidere un’allerta maggiore con giudizi affrettati.

Che cosa ci serve per combattere il terrorismo in Italia?

Scambio di informazioni e investimento sulla formazione dell’intelligence, in particolare degli analisti. Le informazioni si riescono a raccogliere con strumenti tecnologici adeguati: il problema è che devono poi essere analizzate, rilette e interpretate. Le informazioni ci sono ma gli uomini sono insufficienti, e quei pochi che ci sono non sempre sono preparatissimi. Investire nell’intelligence vuole dire investire sugli uomini, in termini quantitativi ma soprattutto qualitativi. C’è bisogno quindi di una grande formazione e di un grande aggiornamento.

E’ meglio aprire le frontiere per controllare chi entra o smantellare l’area Schengen?

Smantellare Schengen non ha alcun senso, perché significa tornare indietro di 25 anni. Questa scelta rappresenterebbe davvero l’ennesima vittoria dei gruppi terroristici, che si aggiungerebbe alla paura che stanno diffondendo. In un periodo particolare si possono rimodulare le modalità di controllo con forme più stringenti. Tutto ciò senza abbandonare l’idea che aveva portato alla firma del trattato da parte di più di 20 Stati. E’ un punto dal quale bisogna ripartire e non invece tornare indietro.

Secondo Angelo Panebianco il vero anello debole sono i pm. E’ così?

Da tempo rivendico e chiedo maggiore perfezionamento dei pm, soprattutto in una materia come la lotta al terrorismo con la quale ci troveremo a confrontarci sempre più spesso. Lo sto facendo dal 2001, allorché le prime fasi d’indagine sul terrorismo in Italia mi vedevano direttamente coinvolto. Ci vuole specializzazione. Grazie al mio impegno è stato finalmente formato l’ufficio del procuratore nazionale anti-terrorismo che coordina tutte le indagini italiane svolte dalle singole Procure. In prospettiva è necessario avere anche una sponda da parte della magistratura giudicante: non possiamo affidarci di volta in volta alla buona capacità di lettura del singolo magistrato, ci vuole un minimo di perfezionamento in più e una responsabilizzazione da parte dell’organizzazione giudiziale.

 

Dopo la retata di Merano, sette arrestati su 17 sono già fuori. Perché?

Sette su 17 erano coinvolti solo da materiale indiziario. Fortunatamente ancora oggi non è possibile privare una persona della libertà, se non si ha del materiale che è diventato anche un minimo di prova. Però in un periodo come questo evidentemente ci vuole sensibilità. Io credo che sia stata utilizzata, perché su 17 persone dieci sono rimaste private della loro libertà, mentre le altre sette sono state raggiunte da provvedimenti di espulsione. L’apparato ha quindi funzionato. Mentre in Francia dove i soggetti principalmente coinvolti sono cittadini francesi, neanche la stessa espulsione può funzionare. Quindi noi abbiamo anche la sponda del provvedimento legislativo che ci consente di svolgere un’attività di prevenzione adeguata.

 

(Pietro Vernizzi)

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