SCENARIO/ Folli: la morte del renzismo verrà dalle periferie, non dai tagli

- int. Stefano Folli

Per STEFANO FOLLI, Renzi sta sottovalutando la situazione nelle città, nei Comuni e nelle Regioni. Ciò sta creando degli strappi anche con figure che gli sono vicine come Chiamparino

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Sergio Chiamparino (Infophoto)
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“Il vero problema non sono i tagli alla sanità ma la gestione del potere tipica del renzismo. Il premier è tutto concentrato sulla sua immagine a livello nazionale, ma sottovaluta la situazione nelle città, nei Comuni e nelle Regioni. Ciò sta creando degli strappi anche con figure che gli sono vicine, come Chiamparino, e in vista delle elezioni amministrative può determinare una serie di intoppi a vari livelli che possono anche costituire una pietra d’inciampo molto grave sul cammino di Renzi”. E’ l’analisi di Stefano Folli, editorialista di Repubblica, dopo le tensioni per il momento rientrate tra il governo e Sergio Chiamparino, presidente dimissionario della Conferenza Stato-Regioni e presidente della Regione Piemonte. In un suo editoriale Folli aveva parlato di “deriva egocentrica e solitaria del potere renziano”.

Folli, il leaderismo è una caratteristica di tutti i partiti moderni. Perché nel Pd sta producendo così tanti strappi?

Non c’è dubbio che il leaderismo sia un portato della democrazia moderna. Tutti i politici la cui immagine personale sovrasta quella del partito rientrano in questa definizione. Da noi c’è forse un eccesso di tendenza a essere l’uomo solo al comando. Poiché non è stato ancora costruito un partito a immagine del leader, questo nel Pd comporta una serie di strappi. Questi ultimi sono avvenuti con la minoranza, anche se li possiamo riportare a una normale dialettica all’interno del partito.

Quindi Renzi non ha nulla di cui preoccuparsi?

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Ciò che dovrebbe preoccupare Renzi è che adesso gli stessi strappi si stanno ripetendo anche con personaggi che fanno parte della sua carovana. Chiamparino era stato per certi aspetti un antesignano del Pd renziano, e quindi la sua polemica è molto più interessante della vicenda della “cosa rossa”.

In fondo però Chiamparino è espressione della “periferia dell’impero”…

E’ proprio questo l’aspetto interessante. Renzi rischia di sottovalutare la situazione nelle città, nei Comuni e nelle Regioni, disinteressandosi troppo del partito locale che presenta spesso problemi non facilmente risolvibili anche a livello di classe dirigente. Ciò finisce per produrre strappi e incomprensioni anche gravi non soltanto con i suoi avversari, ma anche con persone che dovrebbero essergli vicine come appunto Chiamparino.

Perché il premier sembra disinteressarsi di ciò che avviene in Regioni e grandi città?

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Per Renzi quello che conta è l’immagine del leader e il messaggio che manda da Palazzo Chigi, mentre il partito non è importante. Il partito deve seguire, organizzarsi, fargli da controcampo. Questo fa parte certamente di quel leaderismo che esiste non soltanto in Italia. Il nostro Paese però è abituato ad avere a sinistra un’articolazione politica importante e complessa. La svolta impressa da Renzi rischia di non essere compresa e di dare luogo a un cortocircuito che abbiamo già visto in vari casi, a partire da Roma.

Quali sono le conseguenze a livello nazionale?

Il prodursi di una sfasatura tra il cammino solitario di Renzi e il partito sul territorio. Il fatto è che in questo cammino il premier non esita a mettere in crisi anche vecchi rapporti perché non vuol essere condizionato da nessuno. Il partito a livello locale spesso non è all’altezza del messaggio del leader, eppure tra pochi mesi si voterà per le amministrative. Ecco dunque la sfasatura tra un forte messaggio a livello centrale e una serie di intoppi ai vari livelli locali che possono anche costituire una pietra d’inciampo molto grave sul cammino della stessa filosofia politica di Renzi.

 

Quale strategia può mettere in campo Renzi per non far cadere Roma e Milano in mano all’M5s?

Milano e Roma sono due situazioni completamente diverse. A Milano Pisapia è un buon sindaco, che lascerà un buon ricordo di sé, e quindi con una strategia accorta il Pd può restare al potere. Non si tratta di umiliare o mortificare il partito, ma del fatto che qualunque decisione va presa senza strappi. Sala è un eccellente candidato, ma va condiviso in modo che la città e il centrosinistra lo accolgano anche perché in politica va tutto costruito insieme.

 

E a Roma?

Il Pd non può pensare di prendere Roma. Al massimo può votare al secondo turno un candidato che sia il meno lontano possibile.

 

Quindi la sfida è tra centrodestra e M5s?

In vista del primo turno l’M5s è molto forte. I giochi però si faranno al secondo.

 

Veniamo alla legge di stabilità. Secondo lei ha un progetto?

Con questa manovra Renzi cerca di fare breccia in un elettorato moderato che finora ha guardato con simpatia al premier, ma che non gli ha dato ancora il voto. Non è detto però che ci riesca, perché questa manovra ha mille condizionamenti. I taglio delle tasse è una questione forse più apparente che reale, comunque ci sono degli aspetti sia pure positivi che però non sono in grado di smuovere grandi blocchi di elettorato.

 

Renzi mette nel conto di perdere qualcosa a sinistra in termini di consensi, cercando al tempo stesso di guadagnarne al centro e centrodestra. Secondo lei riuscirà nel suo intento?

Al momento nel centrodestra non vedo una leadership, e non vedo nemmeno come si possa ricostruire. Oggi come oggi Salvini è forte, ma non abbastanza per imporre una sua egemonia al centrodestra. Berlusconi è troppo debole, irresoluto e ondeggiante. Ha ancora un blocco di voti non disprezzabile, ma sono degli spezzoni che non riescono a esprimere una sintesi alta.

 

(Pietro Vernizzi)

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