LEOPOLDA NEL CAOS/ Cuperlo: se Renzi fa da solo, stavolta perde

- int. Gianni Cuperlo

Per GIANNI CUPERLO (Pd), Renzi deve capire che a partire dalle comunali dell’anno prossimo la possibilità di vincere dipenderà molto dalla ricostruzione di un centrosinistra unito

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Gianni Cuperlo (Infophoto)

“Il Pd deve avere l’umiltà di capire che non siamo autosufficienti e che a partire dalle amministrative dell’anno prossimo la possibilità di vincere dipenderà molto dalla ricostruzione di un centrosinistra unito”. E’ il richiamo di Gianni Cuperlo, deputato ed ex presidente del Pd, che per oggi a Roma organizza un incontro nazionale sul tema “Con il Pd in un mondo che cambia. Per un nuovo centrosinistra”. Un’iniziativa promossa insieme a Roberto Speranza e Sergio Lo Giudice e cui parteciperanno Lucia Annunziata, Lorenzo Guerini, Emma Bonino e Piero Ignazi.

La Leopolda di Renzi e, a 500 metri, a debita distanza, i cittadini beffati dalle banche. Cuperlo, che succede?

Non faccio il questore di Firenze, dico però che abbiamo davanti decine di migliaia di persone, gente semplice, onesta, che ha lavorato anni per cumulare i suoi risparmi e a cui hanno tolto non solo la certezza sul proprio futuro ma la fiducia nello Stato. Il rimpallo delle responsabilità è uno spettacolo penoso. E’ evidente che chi avrebbe dovuto vigilare, prevenire e intervenire per tempo non lo ha fatto. Resta un sistema di banche locali che ha mostrato più di qualche opacità e a oggi non c’è la garanzia che altri problemi non riguardino istituti diversi. Anche per questo credo vada accolta la richiesta, che è partita dalle opposizioni, per una commissione parlamentare d’inchiesta sull’attività di vigilanza degli ultimi dieci anni. Bisogna restituire ai cittadini la certezza del diritto e delle regole, cambiando quelle che si sono rivelate sbagliate.

A Roma si tiene l’incontro nazionale di cui lei è il principale organizzatore. Cosa dev’essere oggi il Pd?

Una forza della sinistra, aperta, plurale, ben piantata nel campo largo di un centrosinistra civico e di governo. Un partito che apre un confronto culturale e sulla strategia di una sinistra socialista che a livello europeo balbetta quando si parla di profughi o di contrasto alle politiche di austerità. Un partito che non ha paura di mutare radicalmente le forme della sua organizzazione guardando negli occhi il calo di iscritti e l’abbandono silenzioso di tanti.

E che cosa deve essere la sinistra italiana?

Ma la sinistra italiana per me non è altra cosa dal Pd, anche se naturalmente non è interamente compresa dentro quel partito. A me è dispiaciuta l’uscita di figure che stimo come Cofferati, D’Attore, Fassina e Carlo Galli, e ho rispetto verso la nuova esperienza che hanno contribuito a far nascere. Ma guai se accettiamo – loro e noi – l’idea che a questo punto siamo uno l’avversario dell’altro. Il Pd deve avere l’umiltà di capire che non siamo autosufficienti e che a partire dalle amministrative dell’anno prossimo la possibilità di vincere dipenderà molto dalla ricostruzione di un centrosinistra unito. In questo l’appello dei sindaci di Milano, Genova e Cagliari va nella direzione giusta. I miei compagni di Sinistra Italiana, da parte loro, dovrebbero comprendere che l’avversario non è il Pd ma la destra. Lo dico così, questo non è tempo di steccati o casacche, ma di ponti e di un campo aperto. E questo vale per tutti.

Quali sono le responsabilità del governo nella vicenda legata al salvataggio delle quattro banche?

Il governo ha messo in sicurezza depositi e conti correnti e adesso cerca una soluzione per chi si è svegliato senza più nulla. E’ giusto farlo e mi auguro che la soluzione ripaghi almeno parte di quelle persone anche nella loro dignità.

Nardella ha dichiarato: “Lo schema destra-sinistra è superato. La formula è il Partito della Nazione”. E’ d’accordo con questa idea, che pare risultare vincente?

Mi permetto di dubitare sul fatto che sia così vincente come appare. Suggerirei di leggere con cura le analisi dell’ultimo voto regionale e inviterei tutti a riflettere sugli effetti potenziali di un ballottaggio senza apparentamenti e con il premio di maggioranza alla lista. Quanto al Pd credo non possa essere quel Partito della Nazione descritto venerdì dal sindaco di Firenze. Una grande balena piantata al centro, sull’onda della convinzione che destra e sinistra siano categorie sepolte nel Novecento e che tutto ciò che sta fuori dal Pd sia un misto di populismo o antipolitica. Lo trovo un modo regressivo di intendere la nostra democrazia.

 

Il Labour inglese si è evoluto da Blair a Corbyn, la sinistra italiana da D’Alema a Renzi. Sono due dinamiche in qualche modo opposte. Come spiega questo fatto?

Capisco il dono della sintesi ma forse in questo caso è un po’ eccessiva. Blair è stato il solo leader laburista a vincere per tre volte di seguito le elezioni del suo Paese ma è anche artefice di alcuni errori drammatici, a cominciare dall’avventura irachena. Renzi si è imposto sull’onda di una domanda di rinnovamento delle classi dirigenti che evidentemente maturava da tempo. Poi, una volta scalato il partito e il governo, ha dato vita a una politica di riforme che si è discostata non poco dalle premesse della sua candidatura. La sua forza è nell’avere restituito al Paese uno slancio e un dinamismo che mancavano da tempo. Mentre sul merito io continuo a credere che agire sulle sole regole del mercato del lavoro, su forme di sostegno al reddito e su sgravi alle imprese non basti. Perché in assenza di una strategia coraggiosa di investimenti pubblici la ripresa timida di oggi non si tradurrà in una crescita più solida.

 

Cosa prenderebbe rispettivamente da Corbyn, Tsipras e Podemos?

I voti delle primarie. L’orgoglio di un popolo. La capacità di ripensare la partecipazione dal basso.

 

Che cos’è M5s per lei? Un interlocutore privilegiato, come per Bersani? O cos’altro?

Quando un movimento si presenta alle elezioni e raccoglie un quarto dei voti il primo sentimento è di rispetto. Liquidarlo come espressione di puro populismo può confortare gli animi sensibili alla propaganda ma non aiuta a capire da cosa quella fiducia di tanti sia originata. In parte credo che i 5 stelle siano la risposta che la crisi ha generato e che quella esperienza ha avuto il merito di incanalare nella rappresentanza. Penso anche che l’attività nelle istituzioni, nei consigli comunali e regionali, nel Parlamento rafforzi la loro componente più matura e responsabile e questo non può che fare del bene. Poi, sul merito, mi sento distante anni luce quando si ragiona di migranti e più in sintonia su altri terreni, ma questo è persino secondario rispetto al fatto che occuperanno per un tempo non breve uno spazio non banale nella vita pubblica del Paese.

 

La vittoria della Le Pen è più una conseguenza della paura del terrorismo o delle difficoltà economiche che sta attraversando la classe media, accomunando Francia e Italia?

Non sono un esperto di cose francesi ma penso sia tante cose. Non solo l’effetto della strage di novembre e di un riflesso securitario. In fondo quel partito è in una luna di miele con gli elettori dal 2002, l’anno dello storico ballottaggio alle presidenziali tra Chirac e Le Pen padre. Mi pare di aver capito che la figlia ha saputo “ripulire” il movimento dalle sue scorie più impresentabili a cominciare dalle pulsioni antisemite. Detto ciò credo e spero che Marine Le Pen non salirà mai all’Eliseo, ma per evitarlo sarebbe il caso che i socialisti affrontassero di petto ragioni e rimedi possibili della loro crisi attuale. Pensare di arrestare l’onda annunciando il rischio di una guerra civile se vince il Fronte Nazionale mi pare il modo meno efficace di aggredire il problema.

 

(Pietro Vernizzi)

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