DOPO IL VOTO/ Sapelli: così la Francia spazza via “caste” e politologi

- Giulio Sapelli

Il Front National è rimasto a bocca asciutta nei ballottaggi delle elezioni regionali francesi. GIULIO SAPELLI ci aiuta a capire l’importanza di questo dato per la politica

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Marine Le Pen (Infophoto)

Le previsioni sono state confermate. La marea lepenista si è arenata sulle spiagge del Nord e del Sud della Francia e il Front National non conquista neppure una presidenza. Un’altra ragione in più per chiedersi se non si pecchi di troppa generalizzazione. Siamo ben certi che si sia dinanzi a un fenomeno politico europeo omogeneo con connotati chiari e distinti? Ossia che si sia dinanzi a una trasformazione del rapporto tra cittadini-elettori (sempre più in diminuzione e sempre più aggressivi)? e rappresentanti politici, che si colora solo di tinte forti, da un lato, oppure di distacco e indifferente disfacimento ideale, dall’altro?

Il dato esiste, naturalmente, e sarebbe da sciocchi non coglierlo. L’ultimo numero di “The Economist” era eloquente sino all’ovvietà: tre cavalieri dell’Apocalisse avanzano nel mondo e non solo in Europa. Si tratta di Doland Trump, Marine Le Pen e Viktor Orban, che impersonificano il distacco irreversibile tra popoli, classi medie di ogni ordine e grado, da un lato, e vecchia classe politica, dall’altro

In effetti, il fenomeno della disgregazione sociale va di pari passo con quello della disgregazione istituzionale da non pochi anni. Già i partiti personali sono stati gli antesignani di tale trasformazione, inverando un rimedio che si è rivelato peggiore del male, ossia la sostituzione dei partiti a partecipazione politica territoriale con “i partiti dei molti leader” raccolti tutti a loro volta attorno a un super-leader unico dal potere verticale.

Il distacco tra “masse e potere” (per dirla con Elias Canetti) veniva superato riducendo l’area della partecipazione medesima e credendo in tal modo di porre un argine al disincanto e alla disaffezione. Ma senza ideologia – se si è pochi e tutti legati da relazioni personali – l’impegno politico muta di senso e diventa competizione interna al partito piuttosto che elaborazione strategica di lungo periodo a beneficio di tutti. Di qui la frammentazione dei partiti a cui abbiamo assistito in tutto il mondo in questi anni. Una delle diversissime manifestazioni della disgregazione sociale? indotte dalla crisi economica sociale e dal ruolo crescente delle tecnocrazie istituzionali e manageriali che ha nell’Europa della deflazione a dominazione svevo-baltica il suo deserto più dilavato e tristo.

Il fenomeno più evidente di tutto ciò ci porta in modo immediato al centro del dramma francese: dalla Francia partono tutte le rivoluzioni, ma è sempre il contado a segnare il passo della storia. In gioco è naturalmente l’eredità gaullista e se si discute – come qui stiamo facendo – della nobilissima virtù di aggregare attorno al mito repubblicano un’infinità di forze culturali prima che politiche, ebbene l’esito francese è d’insegnamento per tutti, proprio perché siamo in un mondo di “unità di distinti” e non di “omogeneità dei diversi”.

Si tratta della perdita della capacità aggregativa dei partiti tra di loro, di norma messa in atto da partiti che dal centro guardano verso le sinistre oppure le destre. È stata questa capacità aggregativa che ha costruito le democrazie parlamentari dopo la Seconda guerra mondiale e quando questa capacità ha cominciato a entrare in crisi dall’inizio degli anni Ottanta del Novecento son aumentati i nostri guai, amplificati da generazioni di politologi deficienti che hanno identificato mediazione e compromesso con inciucio e visione di lungo periodo con obsolescenza senile delle persone piuttosto che delle teorie, ?chiamando “caste” generazioni di sindaci che hanno retto il Paese per puro spirito di servizio.

In Francia eravamo dinanzi a una prova generale di questo tipo: i neo gollisti di Sarkozy sarebbero stati in grado – grazie al sistema a due turni, al ballottaggio, ai collegi uninominali – di ricreare una casa della destra che accogliesse dal nocciolo duro de “Les Republicains” sino ai centristi democratici cristiani e anche – soprattutto – gli estremisti di Marine Le Pen? Si parla di elettorati naturalmente, perché una delle caratteristiche dei sistemi parlamentari è proprio nel suo fondarsi sulla possibilità per l’elettore di dividersi dal destino di colui o colei che voterebbe in condizioni di perfetta e ottimale disponibilità di scelta, allorché questa condizione non può più riprodursi.

È l’ora allora della decisione ultima. È l’ora in cui il valore delle classi politiche o dei leader, come oggi si dice, pienamente si disvela. ?In Francia un gaullismo rinnovato e un socialismo diviso hanno ritrovato un via che pone al primo posto il valore della politica, non del populismo.

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