SPILLO/ Nei Boschi c’è un caso Lupi. Anzi, molto peggio

- Gianni Credit

L’esito del voto di fiducia sul ministro Boschi, oggi alla Camera, è quasi scontato. Ma le domande restano, scomode. E torna alla mente il caso Lupi. GIANNI CREDIT

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Maurizio Lupi (Infophoto)

L’esito del voto di fiducia sul ministro Maria Elena Boschi, oggi alla Camera, è quasi scontato: favorevole alla Boschi e alla stabilità dell’esecutivo. Ma anche la risoluzione di Banca Etruria e di altri tre gruppi decisa dal governo Renzi tre settimane fa sembrava “scontata” negli sviluppi: invece sta facendo vacillare come non mai Palazzo Chigi da 18 mesi a questa parte. Lo stesso passaggio di domani — su una mozione presentata da M5s — giunge poche ore dopo il blitz Pd-M5s sull’elezione dei giudici costituzionali: su cui — al di là della retorica immediata sulla fine del Nazareno — è Renzi che è dovuto scendere a patti. E in fondo la stessa iniziativa gemella del capogruppo FI al Senato Renato Brunetta non ha l’obiettivo reale di sfiduciare il ministro in aula. L’obiettivo l’ha già raggiunto: obbligare Renzi a un diverbio parlamentare mediaticamente dannoso soprattutto per il premier.

Oggi il voto sarà preceduto da un giro d’interventi da parte dei capigruppo, microfono aperto e telecamere in azione: e difficilmente sarà un capitolo digeribile per lo story-telling renziano. In Toscana il padre del premier è stato costretto a querelare una documentatissima denuncia (politica) del capogruppo Fdi in consiglio regionale, Giovanni Donzelli, sui legami fra Tiziano Renzi e Banca Etruria. Soprattutto, difficile che domani non venga mai citato il precedente di Maurizio Lupi. 

Il ministro per le Infrastrutture fu spinto a dare le dimissioni — dietro le quinte anche per pressioni direttamente provenienti da Palazzo Chigi — senza aver ricevuto nessun avviso di garanzia, alla fine per un Rolex regalato al figlio, di cui a una classica intercettazione “non pertinente”. Il caso Boschi si presenta sostanzialmente più grave: anche perché nessuna intercettazione, nessun documento interno alla banca, nessun verbale d’inchiesta è ancora intervenuto a chiarire il nocciolo della questione riguardante il presunto conflitto d’interesse del ministro Boschi.  

Quest’ultima è in possesso di azioni e/o obbligazioni subordinate di Banca Etruria? E’ quindi potenzialmente oggetto di rimborsi o risarcimenti, che il governo ha ora deciso di affidare al presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone? Era o no presente al consiglio dei ministri del 22 novembre? Analogamente: quali titoli Etruria possedeva il 20 gennaio scorso, quando il Consiglio dei ministri decise la trasformazione obbligata delle Popolari in Spa, con timing controverso e rialzi anomali dei titoli in Borsa? E infine quali era la sua situazione il 10 febbraio, quando l’Etruria fu infine commissariata?

Se le risposte a queste domande sono tutte “ineccepibili”, perché Boschi non le ha ancora fornite? Perché si è nascosta dietro una goffa intervista “familista” della madre al Corriere della Sera? Il senatore Pd Massimo Mucchetti — appoggiando l’ipotesi ventilata da Renzi di una commissione parlamentare d’inchiesta su banche e risparmio — ha detto di voler porre alcune di queste domande e altre al padre del ministro, Pierluigi, ex vicepresidente dell’Etruria, già oggetto di sanzioni da parte della Vigilanza Bankitalia. 

Di certo — indipendentemente dall’esito dei voti di fiducia — fino a che Boschi non chiarirà, ogni volta che si presenterà alle Camere (ed è nei fatti il ministro dei rapporti con il Parlamento) dovrà fare i conti con queste domande. Come minimo mute. Come massimo urlate o scritte su striscioni. Può consentirsi questo un governo che ha “ringraziato il ministro Lupi per la sua sensibilità”? Forse per questo si parla con insistenza di un ritorno della Boschi al partito: a rinnovare la Leopolda ogni giorno.      

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