BOSCHI & GOVERNO/ Lo strapaese dei babbi sgomitanti

- Gianluigi Da Rold

La grande sceneggiata di ieri, con la Boschi assolta in Parlamento e Renzi che strepita (senza nessun effetto) contro Merkel a Bruxelles, dimostra il paese che siamo. GIANLUIGI DA ROLD

senatoaulaR439
Infophoto

Quello che più indigna è lo spettacolo della nuova grande sceneggiata. Con il ministro alle Riforme costituzionali, Maria Elena Boschi, che difende di fronte al Parlamento il padre, ma “se colpevole” sarebbe pronta a condannarlo, pur amandolo. Poi la sedia vuota del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che invece gioca la parte inedita del “guastatore” a Bruxelles, alzando la voce contro l’Europa a trazione tedesca e Angela Merkel. Sapendo così che assolve a un “compitino” che qualcuno gli ha affidato, forse dall’altra parte dell’Atlantico, ma di cui nessuno si preoccupa, tanto meno la Germania e la Merkel. Che cosa conta l’Italia renziana in politica estera?

Come dice un bravo e saggio analista di vicende politiche, in fondo, “è venti anni che questo Paese vive di sceneggiate”. Ma questa volta l’indignazione si rinnova più forte, perché c’è un pensionato che si è suicidato e ci sono 130mila persone, carne umana, che sono state truffate da Banca Etruria e da altre consorelle di sedicente “territorio”. E non c’è nessuno che ha pensato e che può ora risarcire gli imbrogliati e i derubati.

Nella grande sceneggiata ci sono diversi atti e differenti quadri. Siamo partiti da Montecitorio, ridotto ormai a una palestra di discorsi con strafalcioni, con in pedana anche uno dei nuovi leader del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista, specialista in mozioni “ad personam”, scambiato dai nuovi media della “svolta morale” come una sorta di novello Lord Palmerston.

Ma in fondo la Camera dei deputati è ormai solo un “retrobottega”, un aspetto inquietante, anche questo drammatico, della crisi della democrazia e dello Stato italiano e dove c’è posto per la follia grillina.

Al centro della scena c’è invece lo scivolone che ha fatto il presidente del Consiglio sull’affare delle quattro banche fallite e sui retroscena della vicenda. Matteo Renzi, il “decisionista” più veloce del mondo, questa volta è intervento tardi, lasciando che l’Europa salvasse le sue banche in difficoltà, mentre lui perdeva tempo per tutelare quelle italiane, soprattutto i risparmiatori.

Ma c’è di più. In una di queste banche, forse la più importante, l’Etruria, uno degli amministratori dal 2011 è il padre del suo ministro “principe”, Maria Elena Boschi, Pier Luigi Boschi. Questo signore è stato sanzionato e la banca è stata commissariata quando è diventato vicepresidente. Ma dal 2011, quando era già in consiglio di amministrazione (nonostante un lapsus della figlia), era contemporaneamente, a quanto si dice, in altri 14 consigli di amministrazione di grandi aziende agricole della Toscana e dell’Umbria.

Banca Etruria non è affatto una “banchetta” come qualcuno ha voluto far credere. Ha una storia aretina di scontri e di accordi tra massoni e cattolici, dai tempi del “maestro venerabile” Licio Gelli fino alla parabola degli ex Dc. Come è strano che, in uno dei suoi fondi antirenziani, Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, evocasse ombre massoniche. 

Ma queste sono “quisquiglie e pinzillacchere”, come direbbe il grande Totò, rispetto a quello che dovrebbe ricostruire la magistratura: come era la gestione del credito dell’Etruria? Che storia ha avuto in questi ultimi anni? E malgrado la grande liberalizzazione della finanza (impostasi in Italia soprattutto dopo Tangentopoli e le note liberalizzazioni “svendita” anche delle banche), quella che doveva introdurci nel “regno della trasparenza”, ci si chiede legittimamente se non ci sarà stato qualche amministratore di banche e contemporaneamente di aziende che abbia favorito qualche partito, aprendo linee di credito di favore. Sono ombre che bisognerebbe chiarire, non con la solita “commissione d’inchiesta”, che riempie gli scaffali delle biblioteche di Camera e Senato ma che non porta mai alla verità.

Invece, Renzi, il suo ministro “principe” Boschi, e tutto il clan o “cerchio magico”, tira fuori il petto e alza i toni anche per l’istituzione di una commissione d’inchiesta, in questo neppure contestato dalla cosiddetta “sinistra interna” del Pd, una larva sopravvissuta del vecchio Pci che fa rimpiangere persino l’Armando Cossutta, filobolscevico ma anche capace, ai suoi tempi, di far fuori stalinisti come Giuseppe Alberganti e Alessandro Vaia nella federazione comunista di Milano.

Di fatto, in un anno, visto l’andamento dell’ultima “Leopolda”, il governo, il partito e il clan dei sostenitori si sono giocati una fetta enorme di credibilità. La Maria Elena Boschi è assolta dal voto parlamentare, scontato e quindi quasi inutile, ma resta “azzoppata”. Il premier “faccio tutto io”, Matteo Renzi, deve addirittura richiedere l’intervento di Raffaele Cantone, cioè del presidente di un’Autorità esterna, per riacquistare parte della sua credibilità di presidente del Consiglio del governo.

Il tutto in uno spettacolo da “polverone” di basso livello, se non da “basso impero”, dove il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, la Banca d’Italia e la Consob dicono e vengono contraddette, escono con dichiarazioni quasi banali e poi vengono messe in un angolo. La parola d’ordine è che “arriva Cantone”, come in una vecchia canzone che diceva “arriva la bomba che scoppia e rimbomba”.

Il problema reale è che anche in una crisi democratica e dello Stato, come si vive in Italia, il potere, anche se destrutturato e frantumato, non può finire in mano a una compagnia di amici, che hanno in più dei “babbi sgomitanti”, come si dice a Firenze, ad Arezzo e dintorni. Qui vale la pena di ascoltare un vecchio socialista come l’ex ministro Rino Formica, che spiega che l’Italia, anche se è in crisi, resta sempre un grande paese, che non può essere governato da una sorta di “strapaese” rampante.

In parole più chiare e irriverenti, ci si scusi l’accostamento, la tragedia dei risparmiatori italiani non può essere gestita da un’entità che ci ricorda una famosa canzone di Enzo Jannacci, quella del “palo” della banda dell’Ortica. 

Ci sono almeno altri due atti della grande sceneggiata. C’è quello dei media. Ieri la contraddittoria Repubblicaapriva con un titolo come se qualcuno avesse vinto la guerra: “Banche, Renzi chiama Cantone”. Abbiamo capito che “arrivano i nostri”, come nella battaglie tra “indiani e cowboys” e che i “nuovi americani” salveranno in questo modo l’ingegner Carlo De Benedetti, abituato alle accuse “sempre infondate” di insider trading. Peccato che un articolo molto più bello e documentato di Alberto Statera, sugli intrighi di Arezzo e su Banca Etruria, sia relegato a pagina 11.

Ma “l’originalità” dei media in questa vicenda è perfettamente allineata all’altro quadro della totale ignoranza o disinformazione sul ruolo della finanza attuale. Alcune sere fa una celebre star dell’informazione televisiva sosteneva che il presidente americano Barack Obama avrebbe chiesto la separazione tra banche d’affari e banche commerciali, quindi il ripristino dello Steagall Glass Act, cancellato definitivamente dal democratico Bill Clinton, il cosiddetto “presidente dell’Ulivo mondiale” secondo un ispirato Walter Veltroni dell’epoca. Siamo curiosi di sapere di quando è e qual è esattamente la dichiarazione di Obama e perché il presidente Usa non sia riuscito nel suo intento.

Quello che più sorprende oggi è che ci sono plotoni di rappresentanti di risparmiatori, sindacalisti, giornalisti e politici di sinistra che rivendicano la separazione tra banche d’affari e commerciali. Ma tutti questi signori, dove erano negli anni Novanta? In Lapponia? Quando anche in Italia si riscopriva la “banca universale” che sarebbe capace di vendere un titolo cartolarizzato anche sulle tue scarpe? Dove erano questi signori di sinistra che applaudivano alle liberalizzazioni? In quel momento, senza neppure saperlo, si trovavano a destra di Enrico Cuccia che, pur avendo vissuto in una banca d’affari, prendeva a calci chi parlava di derivati o di altre sciocchezzuole da casinò.

Hanno capito dopo quello che è successo, dopo la crisi del 2007. Niente di male, in fondo. Umberto Terracini e Camilla Ravera, protagonisti della scissione del Pci a Livorno nel 1921, dissero nel 1969 che aveva ragione Filippo Turati. Ci vuole tempo, per alcuni, a comprendere.

Intanto che si prova di capire che cosa sono i prodotti finanziari sintetici, si legga l’editoriale del sussidiario di oggi (ieri, ndr) per comprendere quale dovrebbe essere il ruolo delle banche nella tutela del risparmio. E sperando che non ci siano altre crisi bancarie, evitiamo le solite sceneggiate. Sono noiose.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori