FORZA ITALIA vs RENZI/ Il giurista: Berlusconi si appella a Mattarella ma sbaglia tutto

- int. Stelio Mangiameli

Renzi cerca la prova di forza sulle riforme. Forza Italia si appella a Mattarella perché non firmi le riforme istituzionali del governo. Il commento del costituzionalista STELIO MANGIAMELI

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Silvio Berlusconi (Infophoto)
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Forza Italia si appella a Mattarella perché non firmi le riforme istituzionali del governo. Ieri alla Camera è stata una giornata di scontri al calor bianco su Italicum e legge sul Senato. Il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, si è chiesto politicamente: “La modifica della Costituzione può essere strumentalizzata per una prova di forza sulla tenuta di un governo? O non dovrebbe essere semmai la solidità di una maggioranza politica vera, radicata, non occasionale, legittimata attraverso meccanismi elettorali non viziati, una maggioranza che prova anche a dialogare con le opposizioni, il presupposto per la delicatissima operazione che è la riforma della legge delle leggi?”. Ne abbiamo parlato con Stelio Mangiameli, professore di Diritto costituzionale nell’Università di Teramo.

Che cosa ne pensa della scelta di Fi di appellarsi a Mattarella?
La mossa di Forza Italia non mi sembra particolarmente efficace, in quanto il presidente della Repubblica non può intervenire nel merito dei lavori parlamentari. Non ha, infatti, un potere di disciplina del dibattito politico, anzi se lo facesse sarebbe uno straripamento rispetto all’ambito dei suoi poteri. Rivolgersi al presidente della Repubblica ha più il significato di un appello morale, e mira a fare scattare un senso di responsabilità nella controparte. Ma come è capitato in passato con Napolitano, il presidente stesso ha dichiarato che non può intervenire in questo ambito.

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Come valuta più in generale la posizione di Berlusconi?
Ritengo che ci sia una certa incoerenza da parte del centrodestra. Forza Italia si è trovata spiazzata dall’elezione del presidente della Repubblica e adesso vorrebbe fare saltare quanto aveva contribuito a costruire con il patto del Nazareno. Il problema è che in politica non si possono concludere accordi che non sono giusti, solo perché si è convinti di ottenere dei vantaggi. Così come non si può recriminare dopo sul contenuto degli accordi siglati solo perché i vantaggi sperati non si sono realizzati. Da questo punto di vista i problemi che vi sono nel modo di procedere alle riforme costituzionali e a quella della legge elettorale sono stati generati – dal punto di vista politico – anche dal centrodestra.

Lei come vede l’iter delle riforme?
L’iter delle riforme non è dei migliori, perché sono scarsamente condivise. Mancano inoltre di una strategia complessiva, al di là della scelta di ricentralizzazione del potere in capo al governo. Attraverso queste riforme si attua una riduzione della democrazia, sia attraverso la riforma del Senato, che non assicura una vera partecipazione delle Regioni alla legislazione nazionale, e sia soprattutto attraverso l’Italicum, la proposta di legge elettorale con il ballottaggio al secondo turno. 

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Non si capisce, del resto, quale vantaggio o utilità per il Paese riescano a produrre queste riforme, al di là della concertazione del potere in forma oligarchica in capo a pochi.

Perché le ritiene delle riforme inutili?
Queste non sono riforme che modificheranno l’assetto della nostra società, o che faranno crescere la responsabilità civica dei cittadini, e non miglioreranno il funzionamento della pubblica amministrazione e non porteranno a una riduzione del carico fiscale sui cittadini che pagano le tasse. Le riforme istituzionali di cui avremmo bisogno dovrebbero partire dal sistema dei partiti, dal rapporto della rappresentanza con i cittadini, dal ruolo delle autonomie territoriali e delle Regioni in relazione alla distribuzione dei compiti pubblici e all’impegno europeo del governo nazionale e, da questo punto di vista, la stessa legge elettorale andava impostata in modo diverso. Con l’Italicum si ha la sensazione che si voglia stabilizzare una forma di governo del “primo ministro”, e non più – come previsto dalla Costituzione – una forma di governo basata sulla fiducia del Parlamento, con un sistema in cui una minoranza ottiene il pieno controllo dello Stato per cinque anni.

(Pietro Vernizzi)




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