AVENTINO/ Mirabelli: Renzi, la Costituzione non è un decreto del governo

- int. Cesare Mirabelli

Per CESARE MIRABELLI, manca uno spirito costituente e il Senato è modificato senza introdurre un sistema di pesi e contrappesi che invece era stato studiato nel 1948

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Renato Brunetta (Infophoto)

“Più che una legge costituzionale quella del Senato è una riforma governativa. Sul piano del metodo manca uno spirito costituente come nel ’48, e del resto anche sul piano del merito la Costituzione è modificata senza introdurre un sistema di pesi e contrappesi che invece era stato studiato dai padri costituenti”. Lo afferma il professor Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte costituzionale ed ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura.

Che cosa ne pensa del dibattito sulle riforme costituzionali?

In questo momento ciò che manca è lo spirito costituente, indispensabile per una riforma così importante e che tocca la Costituzione in modo non marginale. Non dimentichiamoci che a essere coinvolta dalla riforma è la rappresentanza politica, uno degli istituti più delicati della nostra democrazia. Nell’Assemblea Costituente del ’48 c’erano atteggiamenti molto forti di conflitto per quello che riguardava l’attività governativa. Eppure i partiti di allora discutevano della Costituzione anche con contrasti ma con spirito costruttivo. La Costituzione è un patto comune e non invece un patto della maggioranza.

Che cosa occorre per recuperare questo spirito costruttivo?

Che ci sia questo spirito costruttivo significa evitare forzature da parte sia della maggioranza sia della minoranza. La maggioranza non deve contingentare eccessivamente i tempi di discussione, né chiudersi al dialogo, né tantomeno rivendicare che può farcela da sola. Da parte dell’opposizione invece occorre un atteggiamento non puramente ostruzionistico, ma anche in questo caso una linea costruttiva. Riformare la Costituzione non significa approvare un decreto legge in materia finanziaria, ma toccare le strutture essenziali delle istituzioni.

Il centrodestra ha evocato l’Aventino…

La non partecipazione ai lavori può essere una forma estrema di protesta. Può fare parte del gioco politico, ma sarebbe opportuno che sia la maggioranza sia l’opposizione non usassero la riforma istituzionale come strumento di gioco politico e di opposizione filo o anti-governativo. Dal punto di vista formale, la riforma della Costituzione può essere effettivamente approvata con il voto della maggioranza degli aventi diritto in seconda lettura, cui deve seguire il referendum confermativo.

Quali scenari aprirebbe un Aventino?

L’Aventino può essere una forma estrema di protesta, ma segnala una difficoltà di colloquio e contrasto tra maggioranza e opposizione con forzature che possono essere reciproche. Occorrerebbe davvero recuperare lo spirito costituente, perché la Costituzione riguarda scelte di fondo che vanno meditate. Se anche i tempi si allungano, non sarà affatto un dramma.

 

Per Lorenzo Dellai, “se si uccide la democrazia parlamentare l’alternativa non è la democrazia diretta, ma una post democrazia autoritaria”. Lei che cosa ne pensa?

Il punto sostanziale, al di là del dibattito politico, è che la nostra Costituzione era stata studiata con pesi e contrappesi. Passando a un sistema fortemente maggioritario devono essere garantiti dei contrappesi rispetto al potere della maggioranza. Il nodo è come creare istituzioni che garantiscano la rappresentanza della minoranza, pur attribuendo alla maggioranza pieni poteri e responsabilità di governare.

 

Lei che cosa ne pensa del merito di queste riforme?

La riforma del Senato resta un po’ sospesa a metà. Sarebbe stata una scelta più limpida optare per una seconda camera federale come il Bundesrat tedesco, dove le regioni sono rappresentate in quanto tali. Avere un’elettività di secondo grado con grandi elettori in numero ristretto non garantisce una rappresentanza popolare sia pure mediata. Si comprende l’esigenza legata al fatto che il bicameralismo comporta un rallentamento delle procedure. Ci sarebbe però da riflettere ancora e da migliorare molto l’impianto.

 

Fino a che punto lo spirito del ’48 è diverso da quello attuale?

Un esempio può essere emblematico. Quando si trattò di discutere l’articolo 7 sui rapporti tra Stato e Chiesa, fu l’unica volta in cui il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, prese la parola per sostenere quella riforma. Togliatti decise di votare a favore, e la sua fu una scelta istituzionale, sorprendendo parecchi anche nel suo stesso partito. In altri casi vi furono contrapposizioni tra DC e Pci, ma anche collaborazioni nella stesura degli articoli della Costituzione.

 

Lei ha notato che De Gasperi intervenne sulla Costituzione una sola volta in tutto. In questo caso invece la riforma costituzionale è portata avanti in prima persona dal premier Renzi…

E’ quasi una riforma governativa. E’ da dire che in alcune situazioni drammatiche le riforme costituzionali sono elaborate anche con un “confezionamento esterno”. Penso alla Costituzione francese e al referendum voluto da De Gaulle. Quest’ultimo preparò la Costituzione secondo quelle che lui riteneva le esigenze di funzionamento della Repubblica transalpina, che appariva impantanata in un eccesso di parlamentarismo.

 

Quindi Renzi è più un De Gaulle che un De Gasperi?

Le situazioni in cui si inserisce l’azione di Renzi, De Gasperi e De Gaulle non è paragonabile, né lo sono la storia personale di questi tre leader.

 

(Pietro Vernizzi)

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