DIETRO LE QUINTE/ Le sinistre analogie tra il caso Lupi e Mastella

- Anselmo Del Duca

Infuria il caso Lupi. Viene da chiedersi se Renzi abbia valutato per davvero il rischio di un traumatico finale di partita, soppesandone apertamente i pro e i contro. ANSELMO DEL DUCA

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Diceva uno che la sapeva lunga sulla politica italiana che a pensar male si fa peccato ma ci s’indovina. E nel caso Lupi ci sono troppi indizi che autorizzano a pensare male, anzi malissimo. La posta in gioco non è chiara, ma è alta, e potrebbe diventare altissima. 

Segnali concordi e voci di corridoio lasciano intuire che Matteo Renzi non abbia alcuna intenzione di difendere fino alla morte il ministro delle Infrastrutture. Alla Camera ha persino cambiato porta d’ingresso nell’aula per non correre il rischio di incrociare Lupi. In privato, però, si racconta che le pressioni ci sono state, e sono anzi crescenti. Non c’è fretta, perché non si rincorre l’umiliazione, ma il conto alla rovescia è cominciato, almeno secondo Palazzo Chigi.

Due sono gli appuntamenti cruciali di questa vicenda: venerdì, con ogni probabilità, le comunicazioni di Lupi e la prossima settimana la mozione di sfiducia che hanno presentato Movimento 5 Stelle e Sel, e che verrà votata anche da Lega e Fratelli d’Italia. Quella è la scadenza ultima: l’autodifesa verrà concessa, ma il voto — secondo Palazzo Chigi — andrebbe evitato con un gesto preventivo, anche perché larghe fette del Pd, e non solo la minoranza interna di Fassina, non sembrano disponibili ad andare alla guerra per difendere Lupi.

Renzi non vuole sentire ragioni, non vale neppure l’argomento che Lupi non è stato finora iscritto nel registro degli indagati. Se il caso non si sgonfierà, se l’autodifesa non sarà più che convincente finiranno per prevalere motivi di opportunità. La questione viene declinata sul piano dell’etica politica, e si arriva ad adombrare un danno al paese, perché il favoritismo (vero o presunto) nei confronti del figlio di un ministro è giudicato tale da scoraggiare persino gli investitori stranieri in cerca di legalità.

Dicono di un presidente del Consiglio particolarmente adirato con Alfano per la difesa che del proprio esponente ha fatto Nuovo Centrodestra. Particolare fastidio hanno provocato i riferimenti ai quattro sottosegretari democratici indagati (Francesca Barracciu, Umberto Del Basso De Caro, Vito De Filippo e Filippo Bubbico), oltre che al ministro Poletti, fotografato con alcuni dei protagonisti del caso Mafia Capitale. 

Eppure il caso Lupi esplode nel pieno di un clamoroso braccio di ferro fra il premier e la magistratura, ed è difficile non vedervi una qualche forma di collegamento, una sorta di avvertimento. Mai la tensione fra le toghe e un governo di centrosinistra è stato così alta. Troppi gli episodi che hanno contribuito ad allargare il solco, dal taglio delle ferie estive alla legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Sabelli, presidente dell’Anm, ha accusato il governo di prendere  a schiaffi i pm, e riservare le carezze ai corrotti. Accuse respinte al mittente con durezza da Palazzo Chigi.

I più maligni sottolineano alcune sinistre analogie fra questa situazione e il 2008. Allora il bersaglio dell’azione della magistratura fu il ministro della Giustizia Clemente Mastella. Anche allora le inchieste coinvolsero i familiari. E anche allora si trattava di un partito, l’Udeur, che — per quanto piccolo — era decisivo per la sopravvivenza del governo. 

La storia si potrebbe ripetere? In astratto sì. Del resto, Nuovo Centrodestra non può nemmeno continuare a incassare ceffoni, dopo le dimissioni forzate del sottosegretario Antonio Gentile (subito dopo la nomina da parte di Renzi), precedute da quelle di Nunzia De Girolamo, a pochi giorni dalla fine del governo Letta. Non a caso è stata la stessa De Girolamo a rendersi protagonista della difesa più accesa di Lupi, spingendosi sino a ipotizzare che Ncd potrebbe lasciare il governo, se il titolare delle Infrastrutture fosse alla fine davvero costretto a lasciare. Uno scenario che potrebbe precipitare il paese al voto per assenza di una maggioranza in Senato. 

Non a caso Renzi è tornato a sottolineare che si voterà solo nel 2018, alla scadenza naturale della legislatura. A molti osservatori è parsa la maniera di esorcizzare il rischio che il governo venga travolto dalla bufera giudiziaria intorno a Lupi e alle grandi opere, proprio alla vigilia dell’apertura dell’Expo. 

Nel gioco del “cui prodest”, del “chi ci guadagna”, la magistratura potrebbe segnare un punto a proprio favore nell’eterno braccio di ferro con la politica, stoppando (per il momento) ogni ulteriore tentativo di riforma, e di ridimensionamento del proprio ruolo.

Viene da chiedersi se Renzi abbia valutato per davvero il rischio di un traumatico finale di partita, soppesandone apertamente i pro e i contro. Oggi manca un leader credibile che gli si possa opporre, e l’opposizione si presenta ridotta a brandelli. Il momento per andare a votare potrebbe essere propizio. Sull’altro piatto della bilancia, però, c’è il fallimento delle riforme costituzionali, che, invece, il premier preme per portare a compimento dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto.

Intorno a Lupi, insomma, si gioca una partita più grande del singolo caso. Ma solo Renzi può deciderne — in un modo o nell’altro — il finale.

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