DIETRO LE QUINTE/ Così Renzi punta ai voti di destra (con l’aiuto di Mattarella)

- Ugo Finetti

Rotto il patto del Nazareno, Matteo Renzi può adesso affacciarsi all’elettorato di centrodestra. UGO FINETTI fa il punto sulle riforme e sull’effettivo rapporto con Sergio Mattarella

renzi_mattarella_r439
Matteo Renzi con Sergio Mattarella (Infophoto)

Vi è una evidente (o quantomeno apparente) contraddizione tra la legge elettorale che Renzi propone e la politica che sta facendo. Da un lato il capo del governo sostiene il cosiddetto “modello Westminster” e cioè un sistema maggioritario che postula due partiti principali e contrapposti secondo la dialettica dell’alternanza e in tal senso motiva il premio alla lista e non alla coalizione. Dall’altro, però, in concreto sta facendo una politica che ha come obiettivo non il bipolarismo, ma il suo esatto contrario e cioè non solo porsi al centro del Parlamento, ma provocare anche una frantumazione partitica sia sulla destra sia sulla sinistra azzerando ogni prospettiva di alternanza.

Rotto il patto del Nazareno con l’elezione di Mattarella, il leader del Pd ha invertito il trend negativo dei sondaggi e ha recuperato a sinistra. A questo punto si è aperto lo spazio di una iniziativa sulla destra non come accordo con Berlusconi, bensì per uno sfondamento nell’elettorato di centro-destra a partire dalle prossime elezioni regionali.

In questo quadro le polemiche da sinistra non indeboliscono, ma rafforzano la politica di penetrazione nell’elettorato di centro perseguita da Renzi. Non più attaccabile da sinistra per il Patto del Nazareno con cui lo si tacciava di aver “ridato spazio” o “riabilitato” Berlusconi, l’ex sindaco di Firenze si presenta anzi come il più temibile avversario del Cavaliere proprio in quanto punta a impadronirsi di una fetta dell’elettorato di centro-destra. In questo è obiettivamente agevolato non solo dal fatto che negli ultimi anni Berlusconi ha parlato bene solo di Renzi e sempre male del suo partito (il Pdl o FI), dei suoi dirigenti e alleati, ma soprattutto dalla burrasca che continua a destra tra continue minacce di scissioni o di espulsioni. Con Berlusconi e Salvini divisi e comunque rispettivamente impegnati in un corpo a corpo l’uno con Fitto e l’altro con Tosi, il rischio della sconfitta di Caldoro in Campania e di Zaia in Veneto è diventato concreto.

L’accusa della sinistra del Pd e della Cgil a Renzi di essere dalla parte della Confindustria, di Marchionne e degli imprenditori accredita la convinzione che il governo stia facendo davvero una politica positiva ed efficace verso il mondo produttivo.

La Cgil di Landini che invoca una “coalizione sociale”, la presidente della Camera Boldrini che agita il pericolo di “un uomo solo al comando”, il capogruppo Pd alla Camera Speranza che denuncia un’alterazione del rapporto Governo e Parlamento “cardine della democrazia” non indeboliscono il leader del Pd e sono invece “spot” che attirano verso Renzi un elettorato di centro-destra deluso e tentato dall’astensione.

Il ricorso alla decretazione d’urgenza secondo il modello della “protezione civile” è un prendere a schiaffi il Parlamento che piace molto all’elettorato giovanile e, più in generale, a chi lo interpreta come il “fare” contro i freni del “Palazzo”. Va inoltre tenuto presente che la spinta a una democrazia meno “partecipata” e più “decisionale” è condivisa da tempo non solo a livello di opinione pubblica, ma anche tra i costituzionalisti. Certamente il varo di una legge elettorale maggioritaria con un solo maggior partito non ha molti precedenti. Cancellare il Senato dall’”albero delle decisioni” e rimettere tutto a una Camera in cui una sola lista minoritaria nelle urne diventa largamente maggioritaria nell’aula con la possibilità di eleggersi l’esecutivo e di nominarsi tutti gli organi di garanzia governando come “potere assoluto” può presentare profili opinabili.

In tal senso le opposizioni – soprattutto le sinistre Pd – guardano con fiducia e speranza al nuovo inquilino del Quirinale che ha promesso di essere un “arbitro” ineccepibile. Il Capo dello Stato ha già fatto sentire la sua voce rilanciando la legge preparata da Grasso sulla corruzione e, dopo aver negato udienza a Berlusconi nell’incontro con Brunetta, ha poi creato un’occasione di clima positivo con Grillo e Casaleggio.

A raffreddare le attese c’è però la notizia pubblicata nei giorni scorsi dal “Corriere della Sera” secondo cui Renzi, prima di votare Mattarella, ha mandato la Boschi a verificare che l’allora giudice costituzionale fosse pienamente d’accordo sul “piano organico” di riforme istituzionali del governo con particolare riferimento a come Renzi, intendeva modificare la Costituzione e la legge elettorale. “Insomma – scrive Francesco Verderami – la Boschi si portò avanti con il lavoro così da spazzare le voci di Palazzo in base alle quali – con l’avvento di Mattarella al Colle – quel ‘progetto organico’ avrebbe avuto bisogno di profonde verifiche”. Mattarella prima di essere eletto avrebbe rassicurato il Ministro delle Riforme mandatogli da Palazzo Chigi. Sembrerebbe che l’arbitro abbia buttato via il fischietto prima di scendere in campo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori