DIETRO LE QUINTE/ Renzi usa l’Italicum (e Landini) per liberarsi di Bersani e co.

- Anselmo Del Duca

O con Landini, oppure con Renzi. La minoranza Pd è finita in un angolo e nella direzione di oggi si vedrà cosa intende fare. Spazio per una terza via ce n’è sempre meno. ANSELMO DEL DUCA

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Matteo Renzi con in mano il fac-simile della nuova scheda elettorale secondo l'Italicum (Infophoto)

O con Landini, oppure con Renzi. La minoranza Pd è finita in un angolo, e rischia di rimanere stritolata. Spazio per una terza via ce n’è sempre meno, lo scontro fra le due anime della sinistra si sta radicalizzando. La direzione democratica chiamata a definire la linea sulla legge elettorale non potrà che finire in una sconfitta, visti i rapporti di forza schiaccianti a favore del segretario-premier. 

La battaglia vera sarà in parlamento, sarà alla Camera, dove l’Italicum è atteso a fine aprile. I vari Bersani, Fassina e Cuperlo lo giudicano una minestra immangiabile e preannunciano una pioggia di emendamenti. Usano toni da ultima spiaggia, parlano di arretramento della democrazia italiana e di approdo (con Italicum e riforma della Costituzione) a un presidenzialismo di fatto che con la tradizione della sinistra italiana nulla ha a che spartire. 

Tutto da verificare è però se gli oppositori interni di Renzi troveranno il coraggio di andare sino in fondo, votando contro un progetto che il leader non vuole venga ulteriormente modificato. Se succederà, la rottura con il Pd sarà consumata, e ne seguirà una inevitabile scissione.

Tutti i segnali lasciano capire che questa eventualità risulta piuttosto remota. La sinistra dem ha avuto un’occasione d’oro per rompere, sul Jobs Act, e non l’ha fatto. Si è fidata di Renzi, e ha fatto male, dal momento che ha visto disattesi nei decreti attuativi tutti quegli impegni alla cautela che Palazzo Chigi si era preso in fase di approvazione della legge. 

Nonostante la beffa subita, la minoranza democratica continua ostinatamente a sperare in un’apertura da parte del leader. Spiega D’Attorre che una linea di totale chiusura alle modifiche “poche e qualificate” proposte dal gruppo dei dissidenti è incomprensibile nel momento in cui il “patto del Nazareno” con Berlusconi è venuto meno e che — di conseguenza — con una rigidità totale sarebbe Renzi ad assumersi la responsabilità di un’eventuale divisione del Pd.

Dal quartier generale renziano, nonostante che vi siano alcuni pontieri all’opera, non viene però alcun segnale di apertura, eccezion fatta per il passaggio della direzione, dove i numeri sono però largamente dalla parte del segretario e dei suoi. Del resto, Renzi non mostra alcuna propensione a riaprire le trattative, né sulla legge elettorale, né sul testo delle riforme costituzionali. Il tempo delle mediazioni è finito, è la frase che riportano i suoi fedelissimi. A meno di cataclismi, entrambi sono destinati a rimanere fermi alla formulazione attuale. L’equilibrio raggiunto viene giudicato soddisfacente, anche se non perfetto. E per l’Italicum quello alla Camera è l’ultimo passaggio: con il sì di Montecitorio senza modifiche questa riforma sarebbe arrivata in porto.

In caso contrario, il testo dovrebbe ritornare al Senato, dove i numeri dei gruppi parlamentari non sono così schiaccianti a favore della linea del governo, e difficilmente il soccorso azzurro di Forza Italia potrebbe compensare la trentina di voti che potrebbe venire a mancare fra le fila dei senatori dem. Il rischio di un nuovo Vietnam a Palazzo Madama è precisamente quello che Renzi intende evitare.

Le parole di Maria Elena Boschi sono nettissime: intenzione dell’esecutivo è andare avanti sulla strada del cambiamento, visto anche che qualche numero — timidamente — comincia a fare intravedere un miglioramento delle prospettive dell’economia.

Dopo la direzione, dunque, la palla tornerà nel campo della minoranza dem. Il voto verrà considerato vincolante, e quindi chi si schiererà contro l’Italicum si metterà in rotta di collisione con il partito. Altri traccheggiamenti sarebbero incomprensibili all’esterno, come dimostra l’aut aut di Vendola, secondo cui sta finendo il tempo della credibilità di una battaglia interna al Pd. Dal leader di Sel viene chiaro l’invito ad abbracciare la causa della “coalizione sociale” che il leader della Fiom, Maurizio Landini, ha portato in piazza a sabato scorso a Roma. Per l’opposizione democratica è però davvero duro da digerire quel giudizio scandito dal palco di Piazza del Popolo, quello di un Renzi peggiore persino di Berlusconi. Equivale ad ammettere di aver consegnato la “ditta” nelle mani di un usurpatore destrorso, che ha però vinto nettamente le primarie, il congresso e le elezioni europee.

In linea del tutto teorica lo spazio a sinistra del Pd sta crescendo. Manca però ancora un catalizzatore che ne faccia un fatto politico nuovo, e lo stesso Landini si è rifiutato — almeno sino a oggi — di recitare quel ruolo. Nel frattempo, per chi si oppone al premier-segretario dal di dentro del corpaccione della “balena rosa” lo spazio si restringe sempre più. Ad attendere un Godot che restituisca piena agibilità politica alle istanze della sinistra interna si rischia però di essere spazzati via, oppure marginalizzati. Che in politica è poi la stessa cosa.

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