INCHIESTA/ Crisi greca in salsa siciliana: le colpe di Roma (e di Crocetta)

- Francesco Inguanti

Venerdì 1° maggio l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato la legge finanziaria, con 39 voti favorevoli e 3 astenuti. Piccolo particolare: mancava il numero legale. FRANCESCO INGUANTI

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Rosario Crocetta (Infophoto)

Venerdì 1° maggio l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato la legge finanziaria, con 39 voti favorevoli e 3 astenuti. Fin qui la notizia, che non ha meritato particolare rilievo. Però l’Ars è costituita da 90 deputati: quindi, al momento del voto, mancava il numero legale. Il varo della legge finanziaria è l’atto supremo di ogni organo parlamentare ed è il momento in cui le opposizioni esprimono il massimo impegno per mettere in difficoltà la maggioranza. Come mai non è accaduto? E cosa è veramente accaduto?

Cominciamo dall’ultima domanda.

Le ore 11,19 del 1° maggio 2015 segneranno per il futuro un altro avvenimento: la fine dell’Autonomia Regionale. L’Autonomia siciliana, espressa dal suo Statuto che nacque già prima della Costituzione italiana e che ne ha lo stesso valore di legge costituzionale, è stata nei fatti, non “in punta di diritto”, svuotata e archiviata da una legge ordinaria approvata col voto di quei 39 deputati presenti. Sia chiaro, nelle norme votate non vi era alcun implicito o esplicito riferimento a tutto ciò, ma il modo come si è giunti al voto e i provvedimenti economici che sono stati assunti non lasciano dubbi. 

La “lunga marcia” partì qualche anno prima, quando fu chiaro a tutti, soprattutto al Governo nazionale, che Crocetta non sarebbe stato in grado di avviare il necessario riordino dei conti della Sicilia. In apparenza e in parte, essi erano frutto di tanti anni di governo allegro e senza controllo, ma erano stati aggravati da quelli più recenti a lui direttamente attribuibili, caratterizzati dalla sua inerzia e pervicace azione politica. 

Ma la vera e più grande causa dello squilibrio dei conti della Sicilia non sta nelle spese allegre e senza controllo, su cui anche la Magistratura è già intervenuta. Ad esempio quelle per la gestione dell’Assemblea Regionale, tra le più costose d’Italia, non vanno oltre i 160/170 milioni di euro l’anno. Bisogna cercare il buco altrove. Nel giudizio di parifica del Bilancio regionale della Corte dei conti dell’anno scorso si dice per esempio riguardo alla sanità: “La spesa sanitaria in Sicilia nel 2013 è stata pari a 8 miliardi 893 milioni, con una diminuzione di 495 milioni rispetto al 2012. Tale spesa assorbe, in termini di impegni, il 54,66 per cento dell’intera spesa della Regione”. Guardando bene, lo squilibrio dei conti non è causato dalle spese quanto da un significativo calo delle entrate che, Statuto alla mano, derivano da imposte che la Sicilia dovrebbe incassare in loco (e che non incassa per il diniego dello Stato) o che sono diminuite a causa del persistere della crisi economica. Tuttavia, il giudizio su Crocetta all’inizio del suo mandato era già chiaro: non avrebbero potuto da solo portare la Sicilia fuori dal baratro finanziario. Una sorte di vicenda greca in salsa siciliana. 

Il primo atto fu l’arrivo a Palermo nel suo primo Governo di Luca Bianchi, un tecnico inviato da Roma che assunse l’incarico di assessore all’Economia, ma che nei fatti curò essenzialmente la redazione e l’approvazione di un bilancio di rigore, tutto “lacrime e sangue”. Con la sua qualifica di vice direttore dello Svimez, doveva rassicurare Roma che i conti della Sicilia sarebbero stati messi in ordine. Si parlò già allora di “commissariamento” della Sicilia, anche se Crocetta tentava di convincere tutti che Bianchi era stato “chiamato” per aiutare i siciliani. Nei fatti si avviò un processo, soprattutto di natura contabile, che servì ad approvare una legge finanziaria, quella precedente a questa, già molto gravosa per i siciliani. Luca Bianchi si dimise in una delle tante crisi del Governo Crocetta, perché incappato in mastodontiche e fortemente contestate impugnative del Commissario dello Stato (figura strategica in questa storia, di cui diremo più avanti). 

Nell’aprile del 2014 fu nominato un altro tecnico, il siciliano Roberto Agnello, che rimase fino all’ottobre, per cedere poi il testimone all’attuale assessore, Alessandro Baccei, toscano come Renzi, da oltre quindici anni in Ernst & Young. Era l’inizio del novembre 2015 e già si comprese che il buco di bilancio ipotizzato fosse di almeno tre miliardi di euro e che non poteva essere colmato con nessuna forma di risparmio a carico dei siciliani.

Baccei si mise all’opera non solo per tagliare le spese, ma soprattutto per trovare col Governo centrale una modalità di rientro dei conti pubblici in grado di tirar fuori la Sicilia dalla palude e dal rischio “default”. Cosa poteva “offrire” la Sicilia in cambio? La tanta vituperata Autonomia. Per molti, soprattutto oltre lo stretto, essa era ed è la causa di tutti i mali dell’isola: in circa 70 anni avrebbe dovuto garantirne lo sviluppo, ma nei fatti, secondo gli stessi, ne ha causato il tracollo.

Ed a questo punto che scese in campo il premier Renzi, di cui è ben noto il “fastidio” per le autonomie locali, oltre che per i corpi intermedi, la carta stampata, e la conoscenza delle regole amministrative del Governo della nazione. Il valore costituzionale dello Statuto siciliano non consentiva un impegno diretto per la sua modifica: avrebbe richiesto tempi biblici e provocato contrasti e dissensi in vari settori. Meglio svuotare l’Autonomia dei suoi contenuti più decisivi, quelli economici. In sintesi ecco ridisegnata la strategia della formazione in campo: Crocetta a Palazzo d’Orleans a baloccarsi con le denunce ai mafiosi di ogni risma, soprattutto quelli che allignano negli uffici pubblici, e Baccei, in via Notarbartolo, sede dell’Assessorato all’Economia, per governare i conti della Regione in accordo con Roma.

Un assist formidabile gli era stato lanciato dallo stesso Crocetta il 5 giugno del 2014 quando sottoscrisse un accordo con il ministero dell’Economia in cui la Regione Siciliana si impegnava a ritirare “tutti i ricorsi contro lo Stato pendenti dinnanzi alle diverse giurisdizioni relativi alle impugnative di leggi in materia di finanza pubblica promossi prima del presente accordo, o comunque di rinunciare per gli anni 20014-2017 agli effetti positivi sia in termini di saldo netto da finanziare che in termini di indebitamento netto che dovessero derivare da eventuali pronunce di accoglimento”. I contenziosi infatti riguardavano, nella maggior parte dei casi, imposizioni tributarie o prelievi di risorse che presentavano profili di illegittimità. Ebbene, Crocetta si impegnò, a prescindere dal giudizio dei giudici della Corte costituzionale, a rinunciare a quanto sarebbe spettato alla Sicilia e ai siciliani. Le stime parlavano in quei giorni di almeno 4 miliardi euro. Una testata locale sentenziò: “La Sicilia è in vendita, … anzi in svendita”. Baccei la settimana scorsa nel corso del dibattito in aula sul Bilancio ha anticipato che ci sono margini per rivedere l’accordo, ma si vedrà dopo.

Pochi compresero la gravità dell’avvenimento, ma tutto fu più chiaro poco dopo quando la Consulta nell’aprile di quest’anno diede ragione all’Isola: lo Stato aveva prelevato illegittimamente 235 milioni di euro l’anno dal 2012 in poi. Ma il presidente Crocetta a quei soldi aveva già rinunciato, in cambio di una liquidità di cassa che ben presto si era esaurita nel buco nero dei conti siciliani. 

Mancava ancora un tassello, quello relativo al Commissario dello Stato, figura prevista dallo Statuto siciliano con il compito di verificare la congruenza di ogni legge approvata dalla Sicilia con le norme nazionali. Tale figura, molto contestata e vituperata, era stata interpretata nel corso degli anni come una norma di favore nei confronti della Sicilia. Ma nel novembre del 2014, con una decisione storica, la Corte costituzionale aveva tolto le funzioni di controllo preventivo da parte di questo organismo dello Stato nei confronti del Parlamento regionale. Da quel momento, quindi, il controllo sulle norme dell’Ars è successivo alla loro emanazione, come avviene per le altre regioni; sulle norme dell’Ars potrà ricorrere alla Corte costituzionale soltanto il Governo nazionale.

Ed ecco spiegato perché Alessandro Baccei è riuscito lì dove Luca Bianchi inciampò: la “sua” legge finanziaria è già operante e solo “Roma”, cioè chi l’ha inviato e il partner con cui è stata scritta a quattro mani, può impugnarla. Ma siamo quasi certi: ciò non accadrà.

Rimane da spiegare perché Crocetta è ancora in sella. Intanto va premesso che in sella si è ormai stabilmente accomodato l’assessore Baccei. Una piccola nota di colore: nelle settimane cruciali del dibattito in Ars del testo della legge, Crocetta è stato sempre “impegnato altrove”; lo si è visto poco e niente, inaugurando anche in questo caso una procedura politica mai accaduta prima. 

Ma torniamo alle 11 e 19 del 1° maggio 2015. Al momento del voto finale le opposizioni comprendono subito che non c’è il numero legale. Si aprono frenetiche consultazioni, rese pubbliche anche da un microfono della diretta televisiva lasciato distrattamente acceso. Si aprono due possibilità: chiedere la verifica del numero legale, con la conseguenza che nei fatti Crocetta sarebbe dovuto andare a casa e con lui i 90 deputati, oppure rimanere in aula, assumendosi una sorte di corresponsabilità dell’evento, pur votando contro. Ed ecco l’alzata d’ingegno: le opposizioni lasciano l’aula e con essa la responsabilità alla maggioranza di votarsi la “propria finanziaria”. Ma i numeri continuano a non tornare ed allora tre deputati, uno del Pd, uno del Gruppo Misto, e uno del Ncd (che in Sicilia è all’opposizione, mentre a Roma è al governo), si astengono. Due del Ncd non partecipano al voto ed uno dell’Mpa (il partito dell’ex presidente Raffaele Lombardo) vota sì. E così i conti possono tornare. Conclusioni, la legislatura è salva e con essa lo scanno di deputato regionale.

Il Presidente Crocetta ha salvato la sua poltrona e con essa la possibilità di continuare a foraggiare, in barba ad ogni tipo di proclama contrario finora espresso, i suoi più stretti collaboratori, senza dotarsi della pur misera strategia di politica economica.

L’Assessore Baccei ha dimostrato di aver egregiamente svolto il suo compito e di poter adesso proseguire la sua opera risanatrice.

Gli altri 11 assessori hanno la possibilità di continuare a gestire le briciole di un bilancio che non offre alcuna reale possibilità di spesa.

I 90 deputati, di maggioranza e di opposizione, hanno salvato, almeno per un altro anno, la legislatura. 

Già, ma cos’è la legislatura? Non è di certo la possibilità di legiferare nell’interesse dei siciliani, ma più semplicemente la garanzia di aver assicurato lo stipendio con cui pagarsi, così dicono in tanti, i debiti contratti nella campagna elettorale.

E dopo? Fare previsioni non è adesso particolarmente difficile, basta comprendere la logica con cui l’assessore Baccei ha formulato e fatto approvare la “sua” legge finanziaria. Lo spettro della “macelleria sociale” è stato evitato con un abile utilizzo del vecchio metodo del “bastone e della carota”, oltre che con l’accensione di un ennesimo mutuo. Inoltre, sono state varate piccole norme che spostano gradatamente competenze di spese significative al suo assessorato. In questa legge finanziaria il bastone è stato usato nei confronti dei dipendenti regionali, famosi in tutto il mondo per i loro presunti privilegi. Pagheranno loro il conto con la decurtazione di trattamenti pensionistici, avvio di prepensionamenti e ulteriori riduzioni di vari emolumenti. Baccei ha dichiarato dopo l’approvazione che ora i conti sono più solidi anche se ci vorrà almeno un’altra finanziaria per metterli a posto; l’11 maggio prevede già di mandare in Commissione la riforma degli Enti locali. 

Decodificando, tutto ciò significa che già come l’anno scorso in cui furono varati quattro provvedimenti che erano nei fatti delle mini leggi finanziarie, anche quest’anno si procederà sulla stessa linea. E ad ogni provvedimento si interverrà su soggetti diversi: enti locali, società partecipate, ecc. ecc. Peccato che tutto ciò era stato ampiamente annunciato da Crocetta fin dal suo insediamento e mai nemmeno iniziato. Ma Baccei non è Crocetta, non deve fare politica e non ha elettori cui dar conto. C’è il timore che per risparmiare si continuerà a colpire i soggetti ai quali è possibile sottrarre da subito risorse. Adesso è toccato ai dipendenti regionali, poi potrebbe essere la volta dei precari degli enti locali, poi i forestali e via via fino a giungere a quella fantomatica quota 100mila che rappresenta — nella vulgata regionale — il numero di quelli che in un modo o nell’altro vivono “alle spalle di mamma Regione”.

In definitiva la Sicilia si avvia a divenire con le decisioni del Governo centrale, la complicità della politica locale e il disincanto dei suoi abitanti, l’ultima provincia dell’impero, buona ad essere ricordata prima per la mafia e ora per gli sbarchi degli immigrati.

Alla Sicilia si è in passato attribuito il merito di aver anticipato formule di Governo che poi sono state trasferite a Roma. Forse ci siamo anche questa volta. Il Parlamento siciliano, in barba alla sua millenaria storia, sarà ridotto ad una assemblea legislativa priva di reale capacità decisionale. 

In Sicilia si continuerà ad approvare poche e poco significative leggi, sempre all’unanimità, almeno dei presenti (come avviene già da molti anni) perché il Governo non ha lì un maggioranza, né ha necessità di averla. L’azione di governo della Regione si esaurirà nella applicazione dei dettati economici che verranno da Roma e che l’Assessore Baccei, con l’abilità (anche politica) che ha dimostrato, continuerà a portare avanti. Gli assessore occuperanno il tempo tra una inaugurazione e un sopralluogo a qualche viadotto che crolla e i deputati regionali attenderanno con pazienza e trepidazione lo scorrere del tempo in attesa della fine della legislatura quando, a conclusione della campagna elettorale, ne dovranno essere eletti 70 piuttosto che gli attuali 90. 

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