SCENARIO/ Renzi, 15 giorni di vita per sopravvivere all’Europa

- Anselmo Del Duca

Se Renzi pensava che l’Europa fosse disposta a cavargli le castagne dal fuoco dell’immigrazione, ha sbagliato i suoi calcoli. Ora i margini di manovra sono molto ridotti. ANSELMO DEL DUCA

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Matteo Renzi (Infophoto)

Se Matteo Renzi pensava che l’Europa fosse disposta a cavargli le castagne dal fuoco dell’immigrazione, ha sbagliato i suoi calcoli. Mille miglia lontana dalle origini e dalla visioni dei fondatori Adenauer, Schumann e De Gasperi, l’odierna Unione vede prevalere gli egoismi nazionali su ogni dossier, dalla crisi economica (Grecia docet) all’emergenza emigrazione.

Tutto questo, a meno che non si disponga di un’efficace politica europea, la capacità di rendere i propri problemi problemi dei 28 partner. Un peso politico e uno spessore che il premier britannico Cameron ha dimostrato di avere (con l’annuncio del referendum sull’adesione inglese all’Europa unita), e Renzi no. Anche la scelta di puntare tutte le fiches italiane sul ruolo di alto rappresentante della politica estera dell’Unione, un anno fa, si è rivelata fallimentare. Oggi non solo l’Italia è lontana da tutti i principali dossier economici (per fortuna che Draghi c’è), ma è anche completamente isolata da punto di vista della gestione dell’emergenza profughi. E il ruolo di Federica Mogherini brilla per la sua assoluta irrilevanza.

Ribaltare un simile tavolo non sarà affatto facile, anche se il governo italiano dovrà fare di tutto per riuscirvi. Ci sono due settimane per tentare, costellate di incontri diplomatici bilaterali (con Cameron e Hollande sono in agenda incontri a Expo) e di tavoli europei, dal consiglio dei ministri dell’Interno al vertice dei capi di Stato e di governo di fine mese. Al momento però non esiste una sola ragione perché il fronte del nord debba cedere alle pressioni italiane. Renzi minaccia un piano B “che sarebbe una ferita anzitutto per l’Europa”, ma che al momento non spaventa le cancellerie dei partners comunitari. 

Anzitutto bisogna avere il coraggio di passare dalle parole ai fatti, e il governo italiano questo coraggio deve ancora trovarlo e dimostrarlo. Ci sarebbe da denunciare un regolamento comunitario cui l’Italia non si oppose nel 2003, quello di Dublino, che impone l’identificazione e la presentazione delle domande di asilo nel primo paese comunitario di approdo. Formalmente, quindi, l’Italia ha torto e i paesi del Nord ragione. Così va letta la linea dura della gendarmeria francese schierata sul confine ligure. Gli alleati scarseggiano, e sulla Grecia — in prima linea come noi in mezzo al Mediterraneo — non si può certo far conto. 

Per chiedere una revisione urgente e radicale del regolamento di Dublino l’Italia deve dimostrare di sapere fare argine, dovrebbe puntare risolutamente sui rimpatri di migranti economici illegali. Dovrebbe cominciare almeno contando sulle proprie forze — ma per farlo servono uomini e risorse economiche — e soprattutto su accordi bilaterali coi i paesi d’origine, che si devono riprendere i propri cittadini senza frapporre ostacoli.

Sarà una corsa contro il tempo che metterà a dura prova l’intero esecutivo italiano, anche perché sulla questione ribolle il fronte interno. Aldo Cazzullo è stato nettissimo nella sua analisi: se Renzi non riuscirà a chiudere la rotta di Lampedusa, correrà più rischi di quanto non si possa immaginare. “La sicurezza, la legalità, il rispetto delle regole, la certezza della pena non sono cose di destra”, ha scritto il commentatore giorni fa su Sette. Negarlo allontana la sinistra dal senso comune delle persone normali. 

Gli spettacoli tristi di Ventimiglia, delle stazioni ferroviarie di Milano e di Roma, le periferie insicure delle due maggiori città diffondono una situazione di insicurezza concreta che rappresenta il brodo di coltura ideale per la riscossa del centrodestra, sempre più nettamente a trazione leghista. Una riscossa che altrimenti non avrebbe spazio politico per concretizzarsi. Lasciare l’esclusiva di questi temi a Matteo Salvini costituisce un errore politico che — se non sarà rapidamente corretto — potrebbe portare grossi guai a un Pd che già si trova a fronteggiare grane notevoli in termini di questione morale intorno all’indagine “Mafia Capitale” e al caso De Luca. Gli porterebbe in dote la leadership incontrastata dell’opposizione politica e sociale, oggi come minimo contesa da Berlusconi e da Grillo. 

Il messaggio che si attende la maggioranza degli italiani è di legalità e di rigoroso rispetto delle regole, unito alla sicurezza, delle città, delle periferie e dei piccoli centri. Solo a queste condizioni in molti sono disposti a dimostrarsi solidali e accoglienti. Per corrispondere a queste attese a Renzi serve un colpo di reni di grande portata. Galleggiare non è possibile, e la strategia dei rinvii non è nemmeno proponibile, visto che il quadro internazionale peggiora, anziché migliorare. Il rischio concreto è quello dell’accerchiamento: da una parte l’Europa sorda degli egoismi nazionali, dall’altra l’esplosiva situazione dell’emigrazione sul fronte interno. Per il premier probabilmente la sfida più difficile da quando è approdato a Palazzo Chigi. 

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