IL CASO MARINO/ D’Attorre: Renzi ha gettato il Pd e Roma nel caos

- int. Alfredo D'Attorre

Per ALFREDO D’ATTORRE, Se Renzi e la segreteria nazionale pensano che Marino si debba dimettere lo dicano in maniera esplicita senza ricorrere a segnali o a stratagemmi vari

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Ignazio Marino (Infophoto)

“Non si può proseguire così. Se Renzi e la segreteria nazionale pensano che Marino si debba dimettere lo dicano in maniera esplicita senza ricorrere a segnali o a stratagemmi vari”. E’ il messaggio di Alfredo D’Attorre, deputato della minoranza dem, a proposito dello scandalo Mafia Capitale. Nei giorni scorsi Renzi aveva sottolineato riferendosi al sindaco di Roma: “Se fossi in Marino non starei tranquillo”. A stretto giro era arrivata la risposta del primo cittadino, che alla Festa dell’Unità appellandosi ai romani che lo avevano eletto aveva replicato: “Io non vi tradirò. Andremo avanti fino al 2023 e faremo lì il nostro bilancio”. Mentre è di ieri la notizia che Matteo Orfini, presidente del Pd e commissario del partito romano, è sotto protezione proprio in relazione alle vicende di Mafia Capitale. Orfini aveva preso le difese di Marino, in quanto aveva rimarcato: “Ignazio Marino sarà sicuramente ancora sindaco di Roma”.

Come valuta quanto sta avvenendo nel Pd romano?

Renzi ha di fatto delegittimato sia Marino sia il commissario Orfini, che sinora aveva sostenuto il premier con assoluta intransigenza. Rispetto a questo ritengo che occorra quanto prima un chiarimento. O Renzi corregge la sua posizione, oppure Marino deve prendere atto della situazione. Non si può mantenere la città in un tale clima di incertezza e di smarrimento.

Lei sta dalla parte di Renzi o di Marino?

Non si tratta di schierarsi da tifoso come se fosse il derby Roma-Lazio. L’onestà di Marino è fuori discussione, e sono rimasto sorpreso per la disinvoltura con cui Renzi ha liquidato il sindaco e delegittimato il commissario da lui nominato, Orfini.

Che cosa deve fare Marino?

A questo punto il sindaco non può far finta di niente. O ottiene il sostegno pieno del Pd per un’operazione di rilancio e di forte discontinuità, oppure deve prendere atto del fatto che questo sostegno non c’è e trarne le dovute conseguenze. Non si può certo tenere la città appesa a un mancato chiarimento interno.

Il Comune va commissariato affidandolo al prefetto Franco Gabrielli?

La prima cosa è fare chiarezza nel Pd e sui doveri primari che Renzi, Marino e Orfini hanno di fronte alla città. E’ ovvio che se Marino dovesse essere indotto a un passo indietro, quella di Gabrielli sarebbe una soluzione di lato profilo. Proprio per questo adesso occorrerebbero gesti molto forti di discontinuità.

Quali nello specifico?

Ciò che occorre è l’azzeramento e la costituzione di una nuova giunta comunale. O Marino è in grado di garantirli subito alla città, mostrando di poter avere il sostegno pieno del suo partito e del suo segretario, o è bene che ne prenda atto e ne tragga le conclusioni. Resta il fatto che non si può proseguire così. Se Renzi e la segreteria nazionale pensano che Marino si debba dimettere lo dicano in maniera esplicita senza ricorrere a segnali o a stratagemmi vari.

Per Fabrizio Barca, su 108 circoli romani del Pd, 27 sono “dannosi” e 17 “inerti”. Il partito nella Capitale è intrinsecamente malato?

Il problema dell’inaridimento nella vita dei circoli e della loro feudalizzazione è reale. Nel lavoro di Barca ci sono però anche inesattezze ed errori che vanno corretti. Non vanno trascurate le cause di fondo che hanno condotto a questa situazione. I circoli si svuotano anche perché il partito perde la sua base sociale di riferimento. Bisogna riflettere sul modo in cui il partito riesce a rappresentare mondi essenziali quali il lavoro e la scuola.

 

La scuola appunto. Che cosa ne pensa del conflitto interno al Pd che si è creato proprio a proposito di questa riforma?

Il punto politico di fondo è che questo governo non può imporre per via disciplinare attraverso l’imposizione del voto di fiducia una linea contraria al programma con il quale i deputati di centrosinistra sono stati eletti nel 2013. Come è già avvenuto sulle tematiche del lavoro, anche sulla scuola si insiste su una linea che è più simile alle posizioni espresse da Forza Italia.

 

Anche sulla scuola però la minoranza Pd sta dando prova di indisciplina…

Non si può chiedere disciplina e lealtà a queste condizioni. Per quanto mi riguarda io avverto lealtà anzitutto al programma con cui sono stato eletto nel 2013 e agli orientamenti che sta esprimendo il nostro popolo, che con il voto alle Regionali ha dato il segnale più trasparente.

 

Dal 2013 a oggi però è cambiato l’intero panorama politico…

Se sui temi della scuola si vuole verificare un cambio di linea così profondo, la soluzione è quella di consultare la nostra base in maniera democratica come prevede lo Statuto. Questa è l’unica scelta che potrebbe creare un vero vincolo, legittimando una modifica così radicale nell’orientamento. Altrimenti, su una materia così delicata come la scuola, non può essere imposta una svolta da un governo che tra l’altro nasce senza una legittimazione popolare diretta e il cui programma sua mai stato discusso o votato dagli elettori.

 

Anche sui temi europei il governo Renzi sembra non seguire una linea precisa. Lei come valuta le sue prese di posizione sulla Grecia?

La Grecia sta ponendo un problema che riguarda la sopravvivenza della stessa unione monetaria. Se siamo onesti dobbiamo riconoscere che il problema non sono i debiti della Grecia, che evidentemente non potranno mai essere rimborsati. La questione riguarda piuttosto le modalità di funzionamento e l’indirizzo di fondo della politica economica nell’Eurozona.

 

E quindi che cosa dovrebbe fare il nostro governo?

L’Italia si sarebbe dovuta schierare con decisione fin dall’inizio a sostegno della battaglia di Tsipras, e per un cambiamento di fondo e strutturale dell’attuale assetto europeo. La posizione defilata e anodina assunta dal nostro governo, che di fatto è stato poi escluso da tutti i vertici più importanti, è poco coraggiosa, lungimirante e rispondente agli interessi del nostro Paese.

 

(Pietro Vernizzi)

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