SCENARIO/ La “road map” di Matteo per salvare Pd e riforme (e andare al voto)

- Anselmo Del Duca

I malumori della minoranza Pd, che vede in Roberto Speranza il suo nuovo leader, non impensieriscono Renzi. Che si prepara a cedere qualcosa sul Senato. Per votare nel 2016. ANSELMO DEL DUCA

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Roberto Speranza (Infophoto)

La conta che fa Gianni Cuperlo è tanto precisa, quanto impietosa: “Negli ultimi mesi abbiamo visto uscire due parlamentari europei, ossia Cofferati e Schlein; quattro parlamentari nazionali, vale a dire Civati, Pastorino, Fassina e Gregori. Abbiamo un ex presidente del Consiglio, Enrico Letta, che ha fatto una scelta di vita, si è dimesso dal Parlamento e sta a Parigi. Massimo Bray, che era ministro della Cultura nel governo Letta, è tornato a fare il direttore della Treccani. Lapo Pistelli ha compiuto la scelta personale di lasciare il governo per andare all’Eni”.

Sintesi (sempre di Cuperlo): andiamo verso il partito franchising, come una gelateria “dove ognuno costruisce il suo Pd per gli scopi propri e il vertice fornisce il marchio”. Sassi scagliati verso il quartier generale, dove il ritorno al Renzi 1, detto anche “il rottamatore” non si vede ancora, ma dove anche si osserva che sinora le uscite sono state un rigagnolo, e non un’onda di piena che tracima gli argini.

Sabato scorso Bersani ha incoronato Roberto Speranza, e non Cuperlo come anti Renzi. Chiaro l’intento di contrapporre un coetaneo, un 36enne, a Renzi, preferendolo al 54enne Cuperlo, in politica da una vita, e delfino di D’Alema già dal 1988, quando era il segretario (l’ultimo) della Fgci, la federazione giovanile comunista. 

Sarà un percorso in salita per il giovane ex capogruppo tentare di riunire il frastagliato arcipelago degli oppositori di Renzi, che sinora si sono distinti solo per la rara capacità di differenziare in parlamento le proprie posizioni in occasioni delle votazioni cruciali (voto contrario, astensione, uscita dall’aula, o semplice richiamo alla disciplina di partito).

In comune con Cuperlo, Speranza ha l’analisi impietosa sullo stato del partito che — dice — non può essere solo il megafono di Palazzo Chigi. Ci ha pensato una vecchia gloria del Pci come Alfredo Reichlin, dall’alto dei suoi novant’anni, a strigliare gli oppositori di Renzi, sbattendogli in faccia che “bisogna pensare a cose nuove per l’Italia” piuttosto che a organizzare correnti. 

Il tentativo di dar vita a una visione alternativa a quella del premier-segretario che, in prospettiva, possa contendere a Renzi la guida del partito è quindi ancora tutto da costruire. E l’ipotesi di una scissione a sinistra, sulle orme dei sei parlamentari che se ne sono andati, sembra aver perso quota nelle ultime settimane.

E’ per queste ragioni che lo stato maggiore renziano non mostra particolari preoccupazioni, nonostante le tante spie di allarme che si accendono soprattutto sul territorio. Si pensi alla patata bollente di De Luca in Campania, che Renzi ha dovuto sospendere, applicando alla lettera la legge Severino per sfuggire l’accusa di applicare due pesi e due misure. Si pensi ad altri casi, come Mafia capitale e il Pd romano da rifondare, oppure lo scontro fra il Pd siciliano e il governatore Crocetta, oppure ancora all’ultimo fronte apertosi nel sud, con l’inchiesta sulla rimborsopoli calabrese, che impone un rimpasto della giunta Olivero, che governa solo da pochi mesi.

Questioni morali e questioni politiche che s’intrecciano e che fanno capire come Renzi oggi non abbia ancora in mano il partito che guida ormai da un anno e mezzo. Ecco perché l’annuncio di voler tornare alla fase della rottamazione impensierisce i suoi avversari ancora prima di essere messa in pratica sul serio.

Il premier-segretario sembra però aver imparato dal deludente risultato delle amministrative la lezione di non poter stravincere. E quindi sta pensando di concedere qualcosa alle sue minoranze. Non sulla scuola, su cui il testo passato con la fiducia a Palazzo Madama viene considerato intoccabile, e neppure sulla legge elettorale, perché i renziani ritengono pericoloso rimettere mano all’Italicum, magari per spostare il premio di maggioranza dalla lista alla coalizione più votata.

La merce di scambio potrebbe essere il sistema di scelta dei futuri senatori. Non più da parte dei consigli regionali, ma eletti insieme ai parlamentini, in una scheda a parte, o sulla scheda del voto per le regioni. Ovviamente questa concessione potrebbe avvenire solo sulla base di un patto di ferro che garantisca tempi ristrettissimi per l’approvazione della riforma costituzionale che, in virtù di questo ritocco, ricomincerebbe il suo iter da zero. 

Dunque voto in Senato entro luglio, e poi di corsa alla Camera. Terza e quarta lettura a ottobre e dicembre, così da poter indire il referendum confermativo entro la primavera 2016, in concomitanza con una tornata corposa di elezioni amministrative, cui la consultazione referendaria finirebbe per fare da traino. Si voterà a Milano, a Torino, a Napoli (e forse pure a Roma); i democratici sono preoccupati, visto il magro bottino del 31 maggio, e grazie al referendum potrebbero trasformare quel turno elettorale in una consultazione dal sapore più politico che locale. 

In più, il 1° luglio 2016 entrerà in vigore l’Italicum. E a quel punto tutto sarà pronto per riportare gli italiani al voto. Renzi si sente sicuro di farcela, anche se le opposizioni non staranno certo a guardare.

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