FLOP ELEZIONI/ D’Attorre (Pd): Renzi ha obbedito alle banche e il popolo lo ha punito

- int. Alfredo D'Attorre

Per ALFREDO D’ATTORRE, il senso di queste elezioni è che occorre una politica che piaccia un po’ meno alla Merkel e alle banche e un po’ più a insegnanti, pensionati e disoccupati

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Immagini di repertorio (Infophoto)

“Nell’ultimo anno abbiamo visto un Matteo Renzi forte con i deboli e debole con i forti e gli elettori lo hanno punito per questo. Invece di ascoltare la Merkel e le banche, il segretario del Pd dovrebbe essere più aperto nei confronti di insegnanti, pensionati e lavoratori”. E’ il bilancio di Alfredo D’Attorre, deputato della minoranza Pd, nel giorno in cui Pippo Civati lancia il suo nuovo soggetto politico, “Possibile”. In attesa della direzione del Pd prevista per lunedì, la minoranza interna incassa il 9% di Luca Pastorino in Liguria e si prepara a presentare il conto al segretario.

Che cosa ne pensa del voto delle Regionali?

Il Pd ha vinto in cinque Regioni ma ciò avviene nelle condizioni più favorevoli possibili per il centrosinistra, proprio alla luce della disgregazione del centrodestra. A ciò si aggiungono due dati molto preoccupanti. Il primo riguarda l’astensione che cresce di oltre il 10% rispetto alle ultime Regionali. Il secondo riguarda i voti di lista del Pd che registrano un brusco calo con 2 milioni di voti in meno rispetto alle Europee 2014, 1 milione di voti in meno rispetto alle Politiche 2013 e 600mila voti in meno anche rispetto al riferimento omogeneo delle Regionali 2010. Il Pd è finito sotto la soglia del 25% dopo che per un anno intero Renzi lo aveva imputato a Bersani come una sorta di marchio d’infamia: si tratta di un segnale che deve indurre a qualche riflessione.

Lunedì si riunisce la direzione del Pd. Che cosa accadrà?

Mi auguro che Renzi si presenti con un’analisi del voto meno superficiale e autoconsolatoria di quanto ha fatto finora e che apra alla possibilità di ridiscutere scelte programmatiche di fondo che hanno determinato una perdita di connessione con larghe fasce del nostro elettorato. A ciò si aggiunge una questione di democrazia.

In che senso?

Renzi è andato al governo senza essersi presentato alle elezioni, e soprattutto non c’è mai stato un momento in cui il programma che è stato portato avanti abbia ricevuto una qualche forma di legittimazione democratica. Nei programmi delle Politiche 2013 e delle Primarie del dicembre successivo nessuno aveva mai detto ai nostri elettori che avremmo abolito l’articolo 18.

L’emorragia di voti si spiega con il Pd troppo spostato al centro o con riforme annacquate per accontentare la sinistra dem?

Con questo voto i cittadini hanno giudicato la politica attuata da Renzi, che è stato forte con i deboli e debole con i forti. Il premier non ha aperto una vera sfida in Europa con la Merkel e con la Bce per cambiare le politiche europee, ha scelto una linea di sostanziale acquiescenza nei confronti del governo tedesco e del sistema finanziario ed è invece andato a colpire settori deboli del nostro elettorato. Mi riferisco a insegnanti, lavoratori, pensionati che hanno risentito di una politica economica che li ha svantaggiati ulteriormente.

Quali misure hanno fatto perdere voti a Renzi?

Basti citare il Jobs Act, la riforma della scuola, la mancata estensione del bonus fiscale ai pensionati, il blocco dell’indicizzazione per tutti i dipendenti pubblici e la mancanza di provvedimenti contro la povertà. Il senso di queste elezioni è che occorre una politica che magari piaccia un po’ meno alla Merkel e alle banche e un po’ più al popolo di lavoratori, insegnanti, pensionati e disoccupati che dovrebbe essere il nostro bacino elettorale.

 

Basta una politica economica più di sinistra per recuperare i voti perduti?

In realtà sono mancante anche vere riforme liberali nel segno della concorrenza, della trasparenza e della democrazia economica. Valga come esempio di timidezza nei confronti dei poteri forti il fatto che i pedaggi autostradali aumentano, ma in compenso sono prorogati i contratti dei concessionari. Anche sul versante autenticamente liberale occorre recuperare una spinta che renda l’iniziativa del governo più innovativa.

 

A questo punto che cosa intendete fare?

Vogliamo correggere la rotta del Pd. A partire dal tema della scuola, sarebbe giusto trovare il modo di interpellare anche i nostri iscritti ed elettori. Il programma che Renzi ha portato avanti in questi mesi non ha mai avuto nessuna legittimazione elettorale, anzi alla prima verifica dopo le Europee non è stato certo premiato dal voto.

 

Con Pastorino in Liguria avete fatto le prove generali per qualcosa che può crescere anche a livello nazionale?

La Liguria è una vicenda specifica che si è determinata anche per errori del gruppo dirigente regionale e nazionale, che non ha avuto la saggezza di lavorare a una candidatura unificante. Il Pd si è piegato alla volontà del governatore uscente, Claudio Burlando, che ha imposto una figura di assoluta continuità con la sua esperienza.

 

Uscirete dal partito per formarne uno vostro?

In questo momento non credo che sia questo tema all’ordine del giorno. La priorità è vedere se e come si può evitare un divorzio definitivo tra il Pd e la sinistra. Il problema non è la scelta individuale di alcuni di noi tra uscire o rimanere nel Pd. E’ un’alternativa che può interessare giornalisticamente, ma dal punto di vista sostanziale il problema vero è come riportare nel Pd quelle centinaia di migliaia di militanti ed elettori che non si sentono più a casa. Nelle prossime settimane dovremo capire se questo è possibile o meno.

 

(Pietro Vernizzi)

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