MAFIA CAPITALE/ Caldarola: questa volta Renzi non può chiamarsi fuori

- int. Peppino Caldarola

Per PEPPINO CALDAROLA, siamo di fronte a un fenomeno allarmante che dice la profondità della corruzione. Il Pd è responsabile per omesso controllo e perché sono coinvolti i suoi uomini

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“Nel caso Mafia capitale siamo di fronte a un fenomeno allarmante, che dice la profondità della corruzione a Roma. Il Pd è doppiamente responsabile: perché sono coinvolti i suoi uomini e per omesso controllo”. Lo sottolinea Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità ed ex parlamentare dei Ds. Ieri sono stati interrogati dal gip Flavia Costantini tutti i personaggi arrestati per l’inchiesta Mafia capitale, tra cui l’ex assessore della giunta Marino, Daniele Ozzimo.

Con Mafia capitale sembriamo di fronte a un sistema corrotto a tutto campo. Come è possibile?

La realtà rivela che abbiamo di fronte un gruppo politico-criminale trasversale, con esponenti di destra e sinistra che avevano fiutato il grande affare sulla pelle dei poveri, cioè di nomadi e immigrati. Nei campi rom affluivano grandi quattrini in modo incontrollato. In questa organizzazione criminale c’era sia l’uomo d’affari, Salvatore Buzzi, sia l’uomo d’ordine, cioè Domenico Gramazio. A giocare un ruolo fondamentale sono stati gli intermediatori politici, un pezzo della classe dirigente di Roma che ha guidato il consiglio comunale. Siamo di fronte a un fenomeno allarmante, che dice la profondità della corruzione nella Capitale.

Dietro lo scandalo c’è gente che ha approfittato di un cono d’ombra o di ampie deleghe politiche?

Quando questi fenomeni si rivelano così diffusi e reticolari non mi convince l’idea che si sia trattato di un cono d’ombra. Ha più senso pensare a una zona ampia di contiguità e di omertà, di gente che sapeva e fingeva di non vedere. Possibile che nessuno si sia accorto che il Comune spendeva milioni di euro per i campi nomadi a fronte di una situazione ch restava drammatica? Perché nessuno si è chiesto come mai i soldi non sono stati utilizzati per ristorare queste persone? L’idea che Roma sia stata ingannata da un gruppo clandestino non funziona, erano tutti personaggi noti e di primo piano.

La dirigenza del Pd ha delle responsabilità?

Sì. Le responsabilità sono in primo luogo dettate dal fatto che alcuni di questi personaggi erano parte del gruppo dirigente del Pd. D’altra parte c’è stata un’omissione di controllo, che in politica è una colpa grave. Nessuno ha voluto leggere i bilanci comunali e confrontarli con la realtà sottostante. Questa è una responsabilità, come pure il fatto che nessuno si sia accorto dell’esistenza di sezioni con finti iscritti.

C’è anche una causa politica?

Tutto questo è accaduto anche perché il Pd romano è stato travolto da scandalose lotte di corrente che hanno distolto l’attenzione dai problemi della città. Quando i signori delle tessere si combattono tra loro, finiscono per dimenticarsi di guardare a che cosa accade intorno a loro.

Lei come vede la posizione di Ignazio Marino?

Marino non c’entra nulla in questa vicenda, il suo problema è un altro. Mi riferisco alla sua capacità amministrativa e soprattutto di essere un leader della città. Il sindaco non ha imbroccato la strada giusta, Roma è visibilmente affranta, trascurata e sporca. La questione Marino quindi non esiste in rapporto a Mafia capitale, ma a una città che non ha una guida adeguata.

 

Questo scandalo fa in qualche modo comodo a Renzi, in quanto implica indirettamente personalità non renziane come Zingaretti e Marino?

Assolutamente no. In questo momento qualunque cosa capiti al Pd è messa sulle spalle del suo segretario. Non si è mai visto che un segretario di fronte a incidenti che coinvolgono il suo partito se ne chiami fuori.

 

Alfano si trova nella stessa situazione che spinse il ministro Lupi a dimettersi?

Questa vicenda è molto delicata, perché qui siamo molto più avanti della vicenda Lupi. Quest’ultima, come si è visto, è stata un fatto più mediatico che giudiziario. Invece il sottosegretario Giuseppe Castiglione è coinvolto da un caso giudiziario. E’ una situazione più grave rispetto a quella che spinse Lupi a dimettersi.

 

Orfini è commissario del Pd dal dicembre 2014. Non ha fatto abbastanza, o la vicenda si era già troppo allargata?

Il commissario del Pd non era adatto a svolgere questo ruolo perché è uno dei capi delle fazioni che si sono combattute a Roma. Quando si commissaria un’organizzazione politica non si sceglie uno dei generali della guerra civile, ma si prende un personaggio che sia lontano dal teatro di guerra. Quando si commissariarono Napoli e la Campania si prese Andrea Orlando dalla Liguria. Non capisco perché, invece, per commissariare Roma si sia preso uno dei “signori delle tessere” romani.

 

(Pietro Vernizzi)

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