DIETRO LE QUINTE/ Chi sono i veri “nemici” dell’accordo Renzi-Berlusconi?

- Anselmo Del Duca

Dietro le quinte, Lorenzo Guerini sta mediando con i forzisti perché i verdiniani non bastano. Ma tutto è appeso a un filo. E dipende dal presidente del Senato. ANSELMO DEL DUCA

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Matteo Renzi (Infophoto)

Nel bel mezzo della calura ferragostana i ritmi della politica rallentano e il torrente delle esternazioni si riduce a un rigagnolo ad altissimo tasso di demagogia, sparate roboanti con l’unico obiettivo di conquistare un titoletto di giornale. 

Eppure ci sono a volte uscite che sintetizzano meglio di altre lo stato dell’arte e aprono squarci sul futuro. E’ Enrico Morando a spiegare l’autunno secondo i renziani: “Se passa un emendamento che reintroduce il Senato elettivo — scandisce il viceministro dell’economia — significa che il lavoro di riforma costituzionale ricomincia da capo. Quindi succede un disastro, molto grave, di cui chi risulterà protagonista dell’iniziativa porterà intera la responsabilità”.

Il dito è puntato contro la minoranza democratica, che con le sue bizze rende insicuri i numeri del governo a Palazzo Madama. E lascia intendere che quella sulle riforme costituzionali sarà la madre di tutte le battaglie autunnali. 

Non sarà l’unica, però. L’elenco è lungo, e tale da non lasciare dormire sonni tranquilli all’entourage del premier. Alla ripresa settembrina dei lavori parlamentari il governo dovrà prodursi in uno slalom ardito fra paletti strettissimi: la riforma del processo penale con annesso il tema scottante della regolamentazione dell’uso delle intercettazioni telefoniche, la legge sul conflitto d’interessi, lo jus soli per gli immigrati che nascono in Italia, la definizioni del reato di tortura, le unioni civili e — dulcis in fundo — la riforma della governance della Rai.

Agenda piena, anzi stracolma, se vi si aggiunge la definizione di una legge di stabilità tutt’altro che facile, visto che l’economia non riparte e Moody’s certifica che molto difficilmente l’Italia nel 2016 vedrà per il Pil un risultato superiore a +1%. Renzi si trova ad affrontare una simile quantità di ostacoli con numeri incerti al Senato. Su ciascun provvedimento rischia di vedere venir meno alternativamente l’appoggio della sinistra interna, o dell’anima centrista della coalizione. 

Il fatto che le opposizioni siano profondamente divise non basta. Non c’è, bella e pronta, un’alternativa credibile al suo governo. Salvini litiga ogni giorno sia con i grillini, sia con Forza Italia sulla sua intenzione di bloccare l’Italia per tre giorni a novembre. In più, gli azzurri sono divisi al loro interno fra chi vorrebbe aiutare il leader leghista nel tentativo di spallata e chi — Romani in testa — con Renzi vuole tornare a dialogare quasi come ai tempi del patto del Nazareno. Berlusconi ondeggia, ma alla fine sembra parteggiare per quest’ultima fazione. 

L’uomo del momento risponde al nome di Lorenzo Guerini. Se il presidente del Consiglio lo chiama scherzosamente Arnaldo, un ragione c’è. Arnaldo come Forlani, un Gianni Letta 3.0, un doroteo del XXI secolo, tenace e flessibile mediatore, rimesso in pista per cercare di riannodare i fili del dialogo con gli azzurri. Gli àscari verdiniani non bastano.

“Siamo pazienti, e attendiamo”, spiega l’ex sindaco di Lodi, convinto che alla fine Berlusconi ci guadagni di più a tornare al tavolo della discussione sulle riforme. Certo, la sua pazienza (come quella di Renzi) ha un limite, i primi giorni di settembre. Intorno al 7 i giochi dovranno essere fatti, perché si riprenderà a fare sul serio in Parlamento. Guerini (come Renzi) è sicuro che, alla fine, se il governo dovesse crollare ora, l’ex Cavaliere non avrebbe scelta e dovrebbe consegnare a Salvini la leadership del campo moderato.

Al riparo degli ombrelloni, sotto cui riposa ora anche il ministro Boschi, la discreta mediazione di Guerini va avanti, orientata verso Forza Italia assai più che non verso la minoranza dem. Imperativo fare in modo che in Senato il testo di riforma costituzionale non venga modificato, perché questo vorrebbe dire ritornare alla casella di partenza dell’iter di riforma, perdendo altri sei mesi sulla tabella di marcia renziana. 

Il massimo delle concessioni possibili è un ordine del giorno che leghi la scelta dei futuri senatori all’elezione dei consigli regionali, senza arretrare sulla non elettività diretta dei futuri inquilini di Palazzo Madama. Ovvio che a quel punto possono esserci contropartite diversissime su altri argomenti, dal ritocco dell’Italicum per il premio di maggioranza alla coalizione, sino a interventi in materia di giustizia. Le diplomazie sono al lavoro, e i risultati — se vi saranno — si vedranno solo fra due o tre settimane.  

La buccia di banana su cui tutto il lavoro affidato a Guerini potrebbe scivolare è costituito dal presidente del Senato. Tocca a lui decidere se siano ammissibili o meno emendamenti che rimettano in gioco l’elezione diretta della futura assemblea di Palazzo Madama, contenuta nell’art. 2 del ddl Boschi. Grasso ha già indicato la necessità di una correzione del testo attuale proprio in quell’articolo per quanto riguarda i sindaci-senatori (che rischiano di rimanere in carica anche in caso di fine del mandato di primi cittadini). Ma se si aprirà il vaso di Pandora delle modifiche a quell’articolo, gli esiti potrebbero essere imprevedibili.

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