CAOS RIFORME/ Cassese: la politica ha fallito? Ci siamo noi giudici…

- int. Sabino Cassese

La politica non sa guardare lontano? Qualcun altro lo fa al suo posto. Oggi al Meeting di Rimini è la prima volta di SABINO CASSESE, giudice emerito della Corte costituzionale

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La politica non sa guardare lontano? Possiamo stare tranquilli, perché qualcun altro lo fa al suo posto. Oggi al Meeting di Rimini è la prima volta di Sabino Cassese, giurista di fama internazionale e giudice della Consulta dal 2005 al 2014. E’ in questa veste che Cassese partecipa all’incontro-dibattito dal titolo “Cosa significa fare il giudice costituzionale?”, con Marta Cartabia, vicepresidente della Consulta, e Joseph Weiler, presidente dell’Istituto Universitario Europeo. 

Cosa fa la Corte costituzionale, professore?
Suo compito fondamentale è quello di essere garante delle libertà costituzionali contro le maggioranze di passaggio, come dicevano negli anni Venti del secolo scorso Duguit e Hauriou. Fa questo la Corte: assicura qualcosa che deve rimanere stabile nei confronti di ciò che passa.

Che cosa esattamente “passa”?
Le maggioranze parlamentari, che hanno orizzonti brevi. Invece la Corte, i “saggi” che la compongono, sono chiamati a garantire libertà che hanno un orizzonte più lungo.

La Consulta è sempre sotto i riflettori, le sue sentenze sono controverse, i politici l’accusano di fare interessi di parte. Com’è invece l’Italia vista dalla Corte costituzionale?
Appare come un mondo di passioni che si contrappone a un mondo di ragione. Di fronte a questo stato di cose, compito della Corte è ridurre a ragione questo mondo di passioni.

Non dovrebbe essere la politica a mediare tra ragione e passioni?
Purtroppo non riesce a farlo. E così lo deve fare qualcun altro.

Sul sussidiario Luciano Violante ha rilevato che oggi la politica soffre di una sindrome di non decisione, come se essa avesse delegato la sua azione regolatoria a terzi soggetti, tra questi la Corte costituzionale. E così secondo lei o no?
Guardi, io ho l’impressione che oggi la politica sia priva di forti passioni, e si accontenti solo delle piccole. Tocqueville parlava nell’800 della passion des places, la fame di posti. Mi sembra una definizione che calza benissimo all’Italia. Una delle cose che ho più lamentato nei miei nove anni di Corte costituzionale è proprio questo, il terribile abuso, tipico delle regioni meridionali, nel sistemar persone facendo a meno dei concorsi. I concorsi vogliono dire accesso aperto a tutti, rispetto degli altri, del merito, dell’eguaglianza. Questi sono i valori che dovrebbero fare da guida. Se la politica non riesce a farlo, certamente si auto-riduce e pone un freno a se stessa.

Da quando secondo lei siamo così?
Certamente le cose non stavano in questi termini quando c’era quel grande fervore di idee e di idealità che ha segnato l’immediato dopoguerra. Allora pensavamo in grande, era l’aspirazione a un vero rinascimento. 

E dopo che cos’è cambiato?

Le corporazioni hanno prevalso. Hanno fatto venire in primo piano le passioni piccole, i modesti interessi. E’ venuto il tempo del familismo amorale, per usare la nota espressione di Banfield, il tempo di chi pensa all’oggi rinunciando al domani. Il governo Renzi è il 152esimo dell’Italia unita e il 63esimo della Repubblica. Nello stesso periodo, quello nostro repubblicano, la Germania ne ha avuti un terzo. Siamo un aeroporto nel quale gli aerei accelerano senza riuscire mai a decollare. 

Da quello che lei dice, però, non sembra solo un problema di classe politica ma anche di comunità politica.
Da questo punti di vista non c’è dubbio che le forze migliori della società non vanno in politica. Ho fatto per 50 anni il professore e l’educatore, ma nessuno dei miei migliori allievi ha mai pensato alla politica. E perché? — perché l’hanno vista come un mondo lontano che li avrebbe portati a mettere da parte le loro idealità, a doverle mescolare con interessi troppo piccoli. La politica non riesce a suscitare energie, e pensare che dovrebbe fare proprio questo.

Cosa pensa quando sente dire che “la Corte fa politica”?
Se questo vuol dire che la Corte prende decisioni che attengono l’interesse collettivo, non c’è dubbio che sia così; e lo deve fare con grande impegno, perché dev’essere un memento per la classe politica. Se invece si vuol dire che la Corte prende la posizione di questo o quel partito, rispondo che invece non lo fa nel modo più assoluto. E’ chiaro che di volta in volta può scontentare qualcuno. Ma il punto è: ha avuto di vista l’interesse collettivo? Ha guardato lontano? Ecco la domanda fondamentale.

Oggi la Corte costituzionale decide su materie molto sensibili, attinenti i concetti morali fondamentali come i cosiddetti “nuovi diritti”, questioni etiche controverse che dividono l’opinione pubblica. Che cosa sta cambiando?
E’ vero: si pongono in modo rilevante problemi di etica collettiva che attengono al rapporto tra vita e morte, alla condotta sessuale delle persone, alla religione. Questi problemi in realtà ci sono sempre stati, solo che adesso emergono con forza dirompente. La Bibbia ci parla di uomini che avevano due mogli, noi non ammettiamo l’esistenza di concubine. Nel corso della storia le concezioni cambiano e dobbiamo adeguare i nostri convincimenti al mutare della vita collettiva. E’ stupido rimanere fermi. 

La nostra Carta va cambiata o no?
Su questo, il giudizio è ormai storico e consolidato: c’è una prima parte che guarda lontano e c’è una seconda parte che, per i timori che Togliatti e De Gasperi avevano l’uno dell’altro, guarda troppo vicino. La prima parte va salvata e valorizzata, la seconda modificata. 

(Federico Ferraù)

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