RENZI E CL/ La “terza via” di Matteo per archiviare Berlusconi e il vecchio Pd

- Anselmo Del Duca

Come un sapiente musicista ha saputo toccare le corde giuste, e solo quelle. Non una nota fuori posto. Al suo primo discorso al Meeting, Renzi ha gettato ponti. ANSELMO DEL DUCA

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Matteo Renzi ieri al Meeting di Rimini (Infophoto)

Come un sapiente musicista ha saputo toccare le corde giuste, e solo quelle. Non una nota fuori posto. Matteo Renzi, ospite per la prima volta da premier al Meeting di Rimini, era perfettamente conscio di giocare in trasferta. Una platea esigente, con un approccio alla politica alto, ma lontano dalla sua formazione culturale. Davanti a sé il premier aveva due strade: gettarsi fra le braccia di quel popolo, oppure prendere atto di questa distanza e tentare con esso un dialogo su un piano più elevato.

Il primo metodo era quello utilizzato da Berlusconi. Un paragone insopportabile, tanto da prenderne immediatamente le distanze. “C’era fra i miei predecessori chi veniva qui alla ricerca di un’enorme agorà politica”, ha ricordato Renzi. Veniva, insomma, a caccia di consensi. Certo, era un’altra epoca. L’ultima volta di Berlusconi al Meeting risale al 2006, e da allora di acqua sotto il Ponte di Tiberio ne è passata davvero tanta. Renzi lo sa e sa di interpretare i sentimenti della platea quando afferma che vent’anni di scontri fra berlusconismo e antiberlusconismo hanno paralizzato il paese. 

Inevitabile allora la scelta di percorrere l’altra strada, quella del dialogo sui temi concreti. Ma anche qui un distinguo velenoso, quello da Bersani, accusato — senza nominarlo — di frequentare gli ampi padiglioni della Fiera di Rimini “più per le opere”. Renzi, insomma, ha voluto spiegare al popolo del Meeting che lui non è venuto né a caccia di voti, né di affari. 

“Non sono uno di voi”, aggiunge, per chi non avesse ancora capito. Il premier però ricorda anche di non essere neppure così distante, sottolineando quanto nella sua formazione abbia influito il professore di religione del liceo, ciellino, e l’amicizia con lo scomparso Graziano Grazzini, leale avversario politico quando era capogruppo di Forza Italia alla Provincia di Firenze. 

Da queste premesse Renzi è partito per un ragionamento che ha avuto come tema centrale il recupero di speranza nelle possibilità dell’Italia di ripartire e di recuperare un ruolo da protagonista sulla scena internazionale. Una dopo l’altra il premier inanella una serie di passaggi che colpiscono al cuore il popolo di Cl. Strappa l’applauso quando assicura che preferisce perdere qualche voto sull’immigrazione piuttosto che cedere “a chi vuole l’Italia terra della paura”. Salvini dalle parti del Meeting non riscuoterebbe molti consensi.

C’è poi la promessa di ridurre le tasse, che va incontro alle richieste delle imprese. C’è anche la richiesta di semplificare il paese, superando il bicameralismo perfetto perché la non elettività del Senato “non è un attentato alla democrazia”.

Tutti punti concreti di convergenza, insomma. Ma è sulla politica estera che la consonanza fra Renzi e il popolo del Meeting è massima. Lo è nella critica impietosa all’Europa del rigore economico e della chiusura negli egoismi nazionali di fronte alle ondate migratorie, lo è nel saldo ancoraggio agli Stati Uniti e nella critica radicale alle pulsioni anti-russe latenti in alcuni partner dell’Est Europa. E ancora il ruolo che l’Italia può giocare nel Mediterraneo e l’appello per i cristiani perseguitati in Africa e nel Medio Oriente.

Tutto giusto, mai una parola fuori posto, persino nelle citazioni di Chesterton e di Péguy. Renzi ha voluto mantenere le distanze, ma certo non gli dispiacerebbe affatto se una parte del popolo del Meeting decidesse di dargli credito e di sostenere da moderato il suo progetto di partito della nazione. 

Per lanciare questo messaggio ha però compiuto uno slalom da consumato sciatore fra i temi più scabrosi e più sensibili per la platea che lo ha ascoltato con attenzione. Non una parole sulle unioni civili. Non una parola sul sostegno alla famiglia, o sull’Imu delle scuole paritarie, che mette in pericolo l’esistenza di tante istituzioni. Per precisa scelta Renzi ha evitato accuratamente di inerpicarsi sui terreni più scivolosi.

Che qualcuno potesse storcere il naso e giudicarlo un briciolo reticente con ogni probabilità lo aveva messo in conto. Ma ciò che interessava per considerare vinta questa partita giocata fuori casa era lanciare ponti e aprire canali di dialogo. Solo il tempo mostrerà se saranno sufficientemente solidi da durare e consolidarsi.

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