DIETRO LE QUINTE/ Chi c’è nell’anticamera del potere renziano?

- int. Stelio Mangiameli

Camera e Senato riapriranno l’8 settembre. Renzi avrà i numeri in Senato? Le sue riforme, intanto, vanno in una direzione molto chiara. Il punto di STELIO MANGIAMELI

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Matteo Renzi (Infophoto)

Camera e Senato riapriranno l’8 settembre, e la data scelta, va detto, non è delle più felici. Renzi ha atteso il Meeting di Rimini per ritornare sulla scena, pur senza annunciare particolari novità. Poco importa, al momento, secondo il costituzionalista Stelio Mangiameli. “Chi ha creduto in lui e chi si è schierato con lui — spiega Mangiameli — ha buone possibilità di fare o continuare a fare politica, chi lo contrasta corre il rischio di essere asfaltato”.

Davvero Renzi è ancora così forte?
Pensiamoci un attimo. Finora ha dimostrato di essere più capace dei leader della minoranza dem: ha vinto le primarie, avendo imparato dai suoi predecessori come si fa; ha preso in mano il partito da minoranza ed è diventato maggioranza; ha liquidato il suo predecessore con un hastag diventato famoso; a palazzo Chigi ha messo in gioco la sua poltrona ogni giorno, dicendo di non temere le elezioni e nessuno, come si suol dire, è andato a vedere se c’era il bluff; nel frattempo ha ripreso anche il confronto europeo e ha governato in modo commissariale il Paese, puntando all’approvazione di varie leggi, senza temere eventuali avversari politici o sociali. Sono leggi diventate famose, quanto meno per il loro nome, il Jobs Act, lo Sblocca Italia, la Buona Scuola, la riforma dell’amministrazione pubblica…

Un rullo compressore, in effetti. E sul piano delle riforme istituzionali?
Sul piano istituzionale ha sconvolto il sistema amministrativo locale svuotando le province in attesa di abolirle; ha fatto approvare una legge elettorale iper-maggioritaria, dove la conquista del governo del Paese è più simile ad una lotteria che non ad un confronto democratico deciso dagli elettori; ha proposto e sinora approvato per ben due volte una riforma costituzionale che modifica profondamente il Parlamento, centralizza le competenze legislative in capo allo Stato e a discapito delle regioni e dei governi locali, assegna — in collegamento con la legge elettorale già approvata — un ruolo al governo che neppure una riforma in senso presidenziale avrebbe potuto concedere.

Renzi al Meeting non ha rilanciato la posta, non ha detto di avere l’accordo sul Senato, ha di nuovo difeso l’Italicum. Ma è davvero possibile che dopo un mese di pausa non ci sia ancora nulla di fatto? 
L’accordo sulla composizione del nuovo Senato non interessa a Renzi, per il quale la formulazione in atto approvata rappresenta un punto fermo, bensì agli altri (alla minoranza dem). Sono questi che devono presentarsi da lui con una proposta che Renzi possa accettare e, se non lo fanno, o se Renzi continua caparbiamente a dire di no, sono sempre questi che devono andare sino in fondo, facendo fallire la riforma costituzionale e affrontando la fatica di un turno elettorale che Renzi, a quel punto, potrebbe imporre facilmente. Un po’ come sta facendo Alexis Tsipras in Grecia di fronte alla radicale spaccatura di Syriza.

Questo cosa vuol dire? Qualcuno fa notare che se domani si va alla conta, Renzi i numeri non li ha. Può permetterselo? Senza riforme, l’orizzonte è il voto… 

Certamente i numeri non li hanno gli altri, altrimenti avrebbero già ribaltato il testo costituzionale. Tra tutti gli attori politici sulla scena, Renzi è quello che può permettersi più di tutti gli altri di alzare la posta in gioco e sicuramente non ha timore di andare a vedere eventuali bluff di altri concorrenti. Sta accuratamente cavalcando la proposta, da realizzare nei prossimi due anni, di ridurre le tasse e di eliminare l’imposizione sulla prima casa; ha già ridotto l’Irap; ha dato gli 80 euro e adesso dichiara che rimarranno per sempre. Anche i dati sulla disoccupazione tendono al meglio, sia pure in modo non evidente e per meriti non proprio direttamente attribuibili al Governo, come il Qe (quantitative easing, ndr), la svalutazione dell’euro e il basso prezzo del greggio.

Chi potrebbe avere più possibilità di lui alle elezioni politiche?
La realtà è che non soffia neppure il vento della protesta, nonostante gli sforzi compiuti dai rappresentanti del M5s, i quali di fatto sono anche loro al rimorchio della politica renziana; un po’ come capitò al Pd ai tempi di Berlusconi, che peraltro ha il suo bel daffare per mantenere diviso il centrodestra.

Stando ai rumors, pare che una delle ipotesi più gettonate sia quella dei senatori “eletti” con il listino. Come la giudica?
Se questa è la proposta di mediazione della minoranza dem, ma in realtà non è quella la provenienza, allora Renzi può facilmente accondiscendere e, per così dire, manifestare la sua generosa volontà di unità del partito. In realtà, di tutte le ipotesi in campo, è una delle peggiori. 

E perché?
I listini erano previsti dalla legge elettorale regionale del 1995 e contro questo strumento di privilegio hanno combattuto quasi tutti i consigli regionali, perché sono stati un potente mezzo a disposizione delle segreterie di partito anche contro il territorio. Adesso, la grande invenzione sarebbe di ripristinarli per indicare i consiglieri-senatori. Credo che così la manipolazione delle liste regionali possa favorire ulteriormente la centralizzazione del potere politico sulle nomine. Se dovesse passare questa proposta, la composizione del nuovo Senato, ancor più di quella della Camera dei deputati, verrebbe decisa a livello romano, anziché dalle istituzioni regionali come sta scritto attualmente.

Sabino Cassese ha detto che se la politica non sa decidere, poco importa; lo faranno i giudici al suo posto, nel nostro interesse. Luciano Violante invece ha detto che la politica deve recuperare la centralità che le Corti le hanno tolto. Lei che ne pensa?
Cassese da giudice costituzionale non mi è sembrato molto decisionista e comunque non ha manifestato alcuna irrequietezza nei confronti dei comportamenti della politica. C’è da dire, a sua difesa, che l’esperienza alla Corte non lo ha esaltato più di tanto, come lui stesso dichiara nel suo libro-diario del novennato di giudice costituzionale, in cui dipinge una Corte con molti limiti. Se la Corte costituzionale italiana è quella dipinta da Cassese, come si fa ad auspicare che decida la Corte al posto della politica?

E Violante?

Violante ha rivendicato il primato della politica rispetto allo strapotere dei giudici, che interverrebbero troppo nella vita pubblica; ma i giudici riempiono un vuoto di potere, non si ingeriscono di compiti non propri. Basterebbe che la politica riprendesse il suo percorso per riallineare anche i compiti dei giudici; non è necessaria alcuna recriminazione nei confronti delle azioni intraprese dai giudici in questo momento nella vita pubblica.

Allora il problema qual è?
E’ come fare recuperare il terreno alla politica “buona” nella vita pubblica e scacciare quella “cattiva”. Ci stanno provando in tanti, e non è detto che prima o poi non si riesca.

Nel frattempo, chi comanda in Italia?
Se siamo ancora una democrazia, direi i cittadini. Se non siamo più una democrazia, allora comanda chi ha il potere di fatto e lo gestisce in modo non pubblico, ma coperto; e beato chi sta nella sua “anticamera”, perché solo lui può ancora ottenere qualcosa per il Paese. Ricordiamoci, però, quello che diceva Cavour: “La plus mauvaise des chambres est encore préférable à la meilleure des antichambres” (la peggiore delle camere [parlamentari] è ancora preferibile alla migliore delle anticamere, ndr).

Che cosa sta leggendo di interessante in questo periodo? 
Come lettura estiva mi sono imposto di rileggere le forme di governo e di stato descritte da Platone nella Repubblica. Un confronto attuale; credetemi, dentro si trovano anche Berlusconi e Renzi. Adesso sono all’inizio del libro nono, alla descrizione del tiranno. Molto istruttivo e anche molto indicativo per la realtà italiana; potrei intravvederne qualcuno che già circola in giro.

(Federico Ferraù)

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