CAOS FI e LEGA/ La “regola di Totò” condanna Berlusconi e Salvini alla sconfitta

- Anselmo Del Duca

Sulla carta la somma delle forze di centrodestra supererebbe la sinistra, ma Berlusconi ha ibernato FI e Salvini non muove un dito. Infatti, gli conviene. ANSELMO DEL DUCA

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Silvio Berlusconi (Infophoto)

Amava dire Totò, il principe della risata, che “è la somma che fa il totale”. E il problema del centrodestra è proprio questo: tradurre in un totale una somma che che — sulla carta — rimane significativa e competitiva. L’area moderata è sospesa fra il tutto e il nulla, fra sondaggi (Euromedia, ultimi giorni di dicembre) che vedono una lista unica di centrodestra addirittura prima (davanti a Pd e 5 Stelle), e la realtà dei fatti di un totale che proprio non ne vuol sapere di venir fuori.

Il ventre molle del centrodestra si chiama Forza Italia. E il ventre molle di Forza Italia si chiama Silvio Berlusconi. Per la sua formazione i sondaggi non sono cattivi, sono catastrofici. Alcuni, consegnati a cavallo di capodanno e firmati Lorien Consulting, vedono Forza Italia addirittura al di sotto della soglia psicologica di sopravvivenza del 10%. Euromedia la vede di poco al di sopra. Poco cambia, soprattutto perché è il suo leader a non avere le idee chiare.

Nell’anno che lo vedrà tagliare (a fine settembre) il traguardo degli 80 anni, Berlusconi è sempre più incerto sulla rotta da seguire. Enuncia una strategia, ma si impantana nel momento in cui deve cominciare ad attuarla. E l’ultima trovata ha sollevato un vespaio di polemiche. La balzana idea che gli ha percorso la testa è l’ibernazione di Forza Italia alle prossime elezioni amministrative, in favore dell’appoggio a liste civiche legate direttamente ai candidati sindaco. Una maniera di contenere i danni, evitando una conta impietosa che, se dovesse confermare i sondaggi, finirebbe per consegnare a Salvini non solo la leadership del campo moderato, ma soprattutto la golden share della compilazione del listone unico del centrodestra reso indispensabile dall’Italicum di rito renziano. E in quel caso se agli azzurri spettasse il 30% dei posti sarebbe grasso che cola. 

Di suo Forza Italia è già un caravanserraglio di liti e antipatie. L’ipotesi che Berlusconi ha ventilato all’orecchio di chi lo chiamava per gli auguri di buon anno ha sollevato un putiferio. E persino un fedelissimo come Giovanni Toti si è affrettato ad andare in tv per spiegare che l’ipotesi non esiste, e che il simbolo di Forza Italia sarà presente in tutte le principali città che andranno al voto presumibilmente a giugno. Solo in quelle medio-piccole si potrebbe scegliere — caso per caso, secondo convenienza — la strada della lista civica.

La brusca frenata di Toti, però, non è bastata affatto a tranquillizzare gli alleati potenziali. Soprattutto dalle parti della Lega la preoccupazione aumenta di giorno in giorno, e si fatica a mordere il freno. La verità è che la costruzione dell’alleanza è in altissimo mare. E se le amministrative di primavera dovessero rivelarsi un flop, la sfida delle politiche sarebbe persa in partenza. Un’occasione sprecata, grande quasi quanto quella del 2013, appena 137mila voti di scarto. Il centrodestra sarebbe condannato, cioè, a un ruolo da spettatore di uno scontro fra Renzi e i 5 Stelle, rimanendo fuori dal ballottaggio.

La tabella di marcia è serrata: il 5 gennaio Matteoli riunirà il tavolo tecnico per proseguire l’esame delle candidature a sindaco. I tre leader dovrebbero tornare a vedersi subito dopo l’Epifania, dopo il vertice del 15 dicembre, mentre i sondaggisti lavorano intensamente per individuare le ipotesi più competitive per vincere nelle città. Intanto, però, l’annunciata manifestazione unitaria a Roma è già slittata dal 6 al 20 febbraio.

A parole tutti fanno professione di unità, ma il problema è come. Berlusconi critica i due giovani alleati per la loro ritrosia a scendere direttamente in campo. A Milano Salvini non ne vuol proprio sapere, e le ipotesi in campo restano Sallusti e Del Debbio. A Roma il pressing sulla Meloni continua, anche perché solo scendendo direttamente in pista la leader di Fratelli d’Italia potrebbe giustificare il veto imposto sul nome di Alfio Marchini. Niente di definito, quindi, un vantaggio enorme concesso a un centrosinistra tutt’altro che in salute. 

Per Salvini e Meloni, però, il problema vero è l’inconsistenza di Forza Italia; ondivaga in Parlamento, è praticamente scomparsa sul territorio. Da qui la richiesta di “prove d’amore”, come il voto compatto sulla mozione di sfiducia al governo presentata dal Carroccio, o la battaglia contro lo jus solii e la legge Cirinnà sulle unioni civili che si avvicina. Lì si farà — secondo i due giovani alleati di Berlusconi — la scrematura. Per chi tentenna o — peggio — vota con il nemico Renzi non ci sarà alcuno spazio. E il leader di Forza Italia sa che farà una fatica enorme a mantenere un briciolo di disciplina fra le fila del sul ormai ridotto esercito.

Nulla, di conseguenza, appare scontato. Nulla è ancora scritto. La (ri)costruzione del centrodestra appare oggi una strada decisamente in salita. Eppure le cose stanno proprio come le descriveva Totò: è la somma che fa il totale. E senza il totale non c’è alcuna prospettiva di vittoria.

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