CAOS PD/ Renzi e Referendum, il No di Bersani vale la scissione

- Gianluigi Da Rold

Dopo l’intervista al “Corriere” in cui Bersani annuncia il suo No al referendum, diventa sempre più profonda la spaccatura Nel Pd. E oggi c’è la direzione nazionale. GIANLUIGI DA ROLD

bersani_festaunitaR439
Pier Luigi Bersani (LaPresse)

Diventa sempre più profonda la spaccatura all’interno del Partito democratico, settimana dopo settimana. Questa volta è l’ex segretario, Pier Luigi Bersani, che “rompe i giochi” e si presenta alla direzione di oggi con una scelta per il No al prossimo referendum costituzionale, l’ordalia della politica italiana fissata al 4 dicembre.

Bersani ha fatto capire da mesi la sua posizione di incertezza, meglio dire la sua profonda perplessità sulla politica di Matteo Renzi, ma oggi probabilmente romperà gli argini, dopo aver anticipato la sua scelta in una lunga intervista al Corriere della Sera: al referendum voterà No.

Se fino a qualche settimana fa, Bersani sembrava orientato verso un “Ni”, insomma coltivava ancora dubbi, ora l’ex segretario sembra aver deciso e dice: “Sono stato trattato come un rottame”. E ritorna, con insistenza, sul combinato tra referendum costituzionale e Italicum, la riforma elettorale che a suo parere Renzi non cambierà affatto: “Sono solo chiacchiere”. Quindi, prende una posizione secca: “Non voglio un governo del capo”.

Ora questa scelta di Bersani, anche se era nell’aria, segnerà una svolta sul referendum, ma soprattutto sul futuro prossimo del Pd.

Facciamo un poco di cronaca storica di questi ultimi mesi. Ha avuto un senso limitato e contenuto, a suo tempo, la rottura di Civati, D’Attorre, Fassina. Ha avuto certamente più significato e più peso la contestazione interna di Cuperlo, Speranza, Gotor. E’ stato per certi aspetti traumatico vedere Massimo D’Alema, un leader storico e indiscusso del post-comunismo, prendere di mira duramente tutta la politica dell’attuale segretario del Pd e diventare addirittura il capo di un “comitato del No”. E ancora la posizione nettissima a favore del No del governatore della Puglia, Emiliano. Infine, come una “ciliegina sulla torta”, è arrivata anche l’assoluzione di Ignazio Marino, ex sindaco di Roma, “liquidato” con metodi notarili, che ricordano vagamente e nostalgicamente “strumenti” stalinisti e giustizialisti dall’apparato del Pd romano e nazionale, nonostante l’estemporanea personalità di Marino, che forse doveva essere valutata prima.

Insomma, oggi si presenta quindi una corsa verso il No da parte della sinistra, interna ed esterna del Pd, che ha origine da una massa intricata di problemi politici e di antichi regolamenti di conti che sembrano arrivati tutti all’appuntamento finale.

Ma il No di Bersani ha un significato più profondo, che lascia spazio a una rottura senza precedenti nel Pd (probabilmente, questa è un’ipotesi nostra) che può addirittura portare a una nuova aggregazione a sinistra, a un nuova formazione di centrosinistra, che dovrebbe indebolire soprattutto il renzismo, visto ormai, dalla parte post-comunista, come un “cambiamento di pelle” del Pd. Insomma, il “No” di Bersani potrebbe essere l’anticamera di quello che tutti volevano evitare: una scissione. 

Nell’intervista al Corriere, l’ex segretario usa temi che sono stati ripetuti più volte in queste settimane da D’Alema. Dice Bersani: “Noi abbiamo cercato di salvare il salvabile, ma a volte trattenersi è molto difficile. E anche adesso dico quel che dico perché un pezzo del nostro popolo non vada via, restando vittima di cattivi pensieri. Non puoi sempre farti vedere con Marchionne e Polegato”. E’ un attacco di un’incredibile durezza a Matteo Renzi, al segretario del suo partito, che mentre un “pezzo del popolo del Pd” è tentato di andarsene, e non vota neppure più, non trova di meglio che andare a trovare l’amministratore delegato dell’ex Fiat, quella che non paga neppure più le tasse in Italia, oppure il proprietario della Geox di Treviso, dove Renzi è andato a dire “Vengo a parlare dalla gente che fa Pil”.

Probabilmente sbaglieremo, ma il processo che si è avviato in questi giorni, e dovrebbe confermarsi oggi nella direzione del Pd, è quello che porta diritto a una spaccatura profonda, magari con un processo lungo e complicato, ma che ha solamente un esito di tipo non unitario.

E questo sembra il “canovaccio scontato” indipendentemente dal risultato del referendum. Vinca il Sì o vinca il No, come si ricompongono visioni politiche tanto differenti e protagonisti che si sono dati battaglia senza esclusioni di colpi come appartenenti a schieramenti diversi?

Pier Luigi Bersani ha già in mente addirittura lo schema del suo discorso al prossimo congresso del Pd: “Sosterrò la tesi che non si può essere assieme segretario e premier. Vorrei che il Pd si accorgesse dei rischi, separasse le funzioni e mettesse questo gesto a disposizione di un campo largo di centrosinistra”.

Questo è un passaggio dell’intervista del Corriere a Bersani dove si coglie quasi un ammiccamento dell’ala post-comunista a una parte dell’ala post-democristiana.

Ci sono infatti molte partite sotterranee in corso. La questione banche e Monte dei Paschi di Siena forse sarà una “preoccupazione particolare” del duo Romano Prodi e Giovanni “Nane” Bazoli, che non sembrano in sintonia con le soluzioni di Renzi. Forse il ministro dei beni e delle attività culturali, Dario Franceschini, aspetta “sulla riva del fiume”, dichiarandosi addolorato per l’intervista di Bersani.

Ma la sostanza è che le dichiarazioni di Bersani hanno creato un’autentica “questione” all’interno del Pd, capace di ridisegnare la mappa degli schieramenti politici italiani. Renzi per vincere il referendum cercava voti a destra? La risposta di Bersani è arrivata come una “bomba” all’interno del Pd, che sembra aver ormai cambiato veramente pelle.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori