DIETRO LE QUINTE/ I piani di Renzi (e D’Alema) per il dopo referendum

- Anselmo Del Duca

La resa dei conti nel Pd è già cominciata, e la resa dei conti al referendum aprirà di fatto il congresso del partito. Ma le opposizioni pagano l’assenza di un leader. ANSELMO DEL DUCA

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Matteo Renzi (LaPresse)

La resa dei conti nella direzione del Pd? Solo un antipasto. Lo scontro finale è soltanto rinviato, ma è ormai certo che ci sarà. Quando? Con calma, sicuramente dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre. Che così rischia di trasformarsi in un anticipo del congresso.

Del resto, è stato lo stesso Renzi, mesi fa, a dire che la fase congressuale si sarebbe aperta “un minuto dopo il referendum”. La sede era sempre la direzione democratica, il giorno il 9 maggio scorso. Solo cinque mesi, ma che sembrano un’eternità. In mezzo una débâcle alle amministrative e la spaccatura con la minoranza interna che è ormai consumata.

La lista degli esponenti di grido che hanno scelto di schierarsi sulla barricata del No si allunga ogni giorno di più. A D’Alema, il primo e più convinto oppositore, si sono aggiunti Bersani, Speranza e il redivivo Ignazio Marino, tornato in campo con il dente avvelenato dopo l’assoluzione per la vicenda scontrini. 

Ad accomunare gli oppositori è la totale assenza di fiducia in Renzi, nelle sue promesse di metter mano alla legge elettorale, un passaggio considerato essenziale per riequilibrare l’edificio istituzionale che potrebbe risultare dopo il varo della riforma costituzionale. La goccia che ha fatto traboccare il vaso la richiesta che siano le altre formazioni politiche a formulare una proposta. Persino il mite e remissivo Alfano osserva che la prima mossa dovrebbe farla il Pd, vista la sua forza parlamentare. 

In realtà, tutti sanno che sullo scacchiere della legge elettorale nulla potrà realisticamente muoversi prima del pronunciamento della Corte costituzionale, e non semplicemente prima del referendum. Spetterà alla Consulta indicare quale via percorrere nel rivedere l’Italicum.

Lo scontro è quindi tutto politico, e tutto interno al Pd. Bersani lo dimostra chiaramente quando affonda contro il “doppio incarico” di Renzi, premier e segretario. Un affondo che sa molto di prima Repubblica (ricorda le polemiche intorno a Fanfani e De Mita), ma che è un colpo al cuore del renzismo. Il leader decisionista non può essere attaccato su questo terreno senza reagire. 

Dopo il referendum sembra pure sempre più inevitabile andare allo scontro finale. E gli equilibri saranno decisi in gran parte dall’esito della consultazione popolare. Se prevarrà il Sì, Renzi secondo alcuni suoi oppositori “non farà prigionieri”, e il divorzio sarebbe inevitabile. Già adesso l’aria dentro il quartier generale di Largo del Nazareno si è fatta irrespirabile. Gli oppositori sarebbero accompagnati, più meno gentilmente, all’uscita ancora prima del congresso, previsto per la fine del 2017, a un anno esatto dalla consultazione referendaria.  

I tempi sarebbero assai meno veloci nel caso in cui a spuntarla il 4 dicembre fosse il fronte del No. Renzi ne uscirebbe indebolito, ma non eliminato. Non potrebbe quindi procedere di forza nei confronti degli oppositori interni, anche perché avrebbe la precedenza evitare l’ingovernabilità. E la stagione post-referendaria si trasformerebbe in un lungo braccio di ferro interno, con la conta sezione per sezione, provincia per provincia, con tanto di primarie finali, come previsto dallo statuto che ha eletto Renzi nel 2013. Uno scenario lacerante, che potrebbe costare molto caro in termini di consensi al Partito democratico.

Ma il punto debole del fronte che contesta il premier segretario è l’assenza di un coordinamento e, soprattutto, di un leader riconosciuto da opporre a Renzi. Ciascuno sinora si è mosso in proprio. D’Alema è stato il primo e il più duro nello schierarsi per il No. Bersani e Speranza hanno atteso sino all’ultimo, poi si sono pronunciati nello stesso giorno, ma senza un collegamento evidente fra di loro. E Marino si è aggiunto solo dopo l’assoluzione. Cuperlo, al contrario, ancora non ha rinunciato a sperare che Renzi prenda l’iniziativa sulla legge elettorale. E quindi non è ancora ufficialmente passato al fronte del No. E l’uomo che per i più sarebbe il perfetto anti-Renzi, cioè il suo predecessore a Palazzo Chigi, Enrico Letta, ha annunciato che voterà Sì al referendum. Poco convintamente, ma disciplinatamente Sì. E sembra difficile che uno che ha votato Sì al referendum possa guidare il fronte degli oppositori all’attuale segretario. 

Sinora l’unico che abbia annunciato di voler scendere in campo per la segreteria è il governatore toscano, Enrico Rossi. Ma si parla anche del presidente pugliese Michele Emiliano. Non sembrano per ora in grado di impensierire seriamente Renzi proprio per la difficoltà di coagulare le differenti anime del dissenso.

Bisogna poi tener presente che alla sua base il Pd è profondamente cambiato, ed è oggi molto più renziano di quando, tre anni fa, l’allora sindaco di Firenze prevalse nella corsa alla segreteria con oltre il 67 per cento su Cuperlo e Civati. Non è detto quindi che un’opposizione interna tanto divisa sia in grado di strappare a Renzi la guida del partito neppure se il 4 novembre dovessero vincere i No. Il premier segretario è davvero un osso duro.



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