REFERENDUM/ Renzi rischia grosso anche se vincono i Sì

- int. Antonio Polito

Per ANTONIO POLITO, la stagnazione dell’economia e la conseguente caduta di popolarità sconsigliano a Matteo Renzi di andare al voto anticipato anche in caso di vittoria al referendum

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“Non basta spersonalizzare il referendum per esorcizzare il problema politico che si creerebbe sia in caso di vittoria del No sia in caso di vittoria del Sì. Il voto avrà conseguenze politiche indiscutibili e rilevanti, ed è puerile sperare di evitarle con un esercizio di bon ton istituzionale”. E’ quanto osserva Antonio Polito, vicedirettore ed editorialista del Corriere della Sera. Intanto, sarà Gianni Cuperlo l’esponenete della minoranzadem a far parte della commissione del Pd che dovrà esplorare la possibilità di cambiare l’Italicum in Parlamento; mentre ieri Massimo D’Alema ha parlato di “clima intimidatorio” da parte deifautori del Sì.

Polito, in questo momento sono avanti i Sì o i No?

Secondo molti sondaggi sono avanti i No, ma il numero di indecisi è tale da poter cambiare il risultato. Maggiore è il numero di indecisi che va a votare e più dovrebbe risalire la quota dei Sì, in quanto gli elettori più motivati per il No sono già decisi ad andare a votare. Fatto sta che sono molte settimane che il No sembra in testa, e che il recupero del Sì è lento e quasi inesistente.

Renzi è riuscito davvero a spersonalizzare l’esito di questo referendum?

E’ certamente importante che nello stile di comunicazione del presidente del Consiglio non ci sia del catastrofismo, evitando affermazioni del tipo che se vincono i No l’Italia piomba nel caos o cade il governo. E’ bene che Renzi abbia sgombrato il campo da tutto questo, perché sarebbe bastato a provocare instabilità. Da molti punti di vista infatti la situazione politica oggi è molto più instabile di qualche mese fa.

Quindi almeno questo rischio è scongiurato?

In realtà non basta spersonalizzare per esorcizzare il problema politico che si creerebbe sia in caso di vittoria del No, sia in caso di vittoria del Sì. Questo referendum avrà conseguenze politiche indiscutibili e rilevanti, ed è puerile sperare di evitarle con un esercizio di bon ton istituzionale.

Qualcuno sta pensando a una exit strategy?

No, nessuno si sta seriamente ponendo il problema. Ciò fa il paio con i toni da resa dei conti finale che ha preso questo referendum. Per fare programmi di lungo periodo, chiunque prima vuole sapere come andrà a finire il referendum, anche lo stesso presidente del Consiglio. A lungo si era detto che una buona affermazione dei Sì sarebbe stata un buon viatico per Renzi per indire elezioni anticipate. Invece ora la stagnazione dell’economia e la conseguente caduta di popolarità del premier gli sconsigliano di andare al voto anticipato anche in caso di vittoria.

A proposito di economia, Renzi di recente ha detto: “Non mi occupo di chi dà i numeri sul Pil”. Come giudica questa strategia di comunicazione?

La verità è che fare previsioni sul Pil è obbligatorio e le fanno in tutto il modo. Nella Nota al Def, il governo ha appena fatto una previsione sulla crescita. Renzi quindi forse vuole dire che crede di più ai suoi numeri che non a quelli degli altri. Fatto sta che da quei numeri dipendono le dimensioni del nostro deficit e gli impegni che prendiamo con l’Europa. Nel caso in cui non fossero confermati, dipenderanno da essi anche le manovre che vanno attuate per recuperare i soldi che non sono entrati nelle casse statali.

Perché Renzi vive in una campagna elettorale permanente e sembra ignorare l’economia?

Di fatto quando Renzi sostituì Enrico Letta, i maligni dissero che lo aveva fatto perché contava di poter gestire una fase di crescita economica. Il Jobs Act è chiaramente una riforma che servirebbe qualora avessimo tempi migliori dal punto di vista dell’economia. Se c’è la crescita, con la liberalizzazione dei contratti le aziende possono assumere meglio. Se invece non c’è la crescita le assunzioni non arrivano con tanta facilità, anche se le norme sui contratti sono più comode per gli imprenditori come nel caso del Jobs Act.

 

Perché in tre anni di governo, Renzi non è stato in grado di fare ripartire il Pil?

Ciò ha a che fare con alcune caratteristiche della struttura dell’economia italiana. Secondo i dati Ocse, negli ultimi 15 anni l’Italia è cresciuta a un ritmo lentissimo, di molto inferiore alla media Ue, e anzi tra 2008 e 2014 ha avuto una fortissima recessione.

 

Quali sono le cause?

All’origine ci sono l’eccesso di tasse su imprese e lavoratori, la frammentazione dell’industria italiana, e la scarsa disponibilità di capitani di ventura, cioè di persone disposte a scommettere sull’avvio di iniziative imprenditoriali. A ciò si aggiunge la complessità estrema della burocrazia per chi vuole avviare un’impresa e avere giustizia nei tribunali su temi come il recupero crediti e i mutui.

 

Lei vuole dire che Renzi non è responsabile della mancata ripresa?

Voglio dire che esistono dei motivi strutturali per la mancata ripresa, ma che il riformismo di Renzi finora non è riuscito a intaccare queste cause. Sono state più volte annunciate e talora anche avviate misure con questo scopo, ma che non hanno prodotto il risultato sperato. La colpa dell’economia stagnante è ben precedente rispetto al governo Renzi, ma la sua spinta riformatrice non si è verificata.

 

La partita di Renzi per la flessibilità di bilancio va nella giusta direzione?

Renzi teme che riducendo il deficit si strangoli ulteriormente il Pil. Aspira inoltre a continuare con la politica dei bonus, dando altri riconoscimenti a singole categorie quali i pensionati e i giovani da assumere. Più deficit però vuol dire produzione di debito. Siccome in questi tre anni il debito non è sceso nonostante fosse scritto nei documenti che sarebbe dovuto calare, il rischio è grosso. Questi infatti sono stati anni in cui i tassi d’interesse erano molto bassi, la Bce ha attuato il quantitative easing e c’erano le condizioni migliori per correggere i conti.

 

(Pietro Vernizzi)

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