REFERENDUM 4 DICEMBRE 2016/ Cazzullo: se vince il No Mattarella scende in campo

- int. Aldo Cazzullo

Per ALDO CAZZULLO, l’obiettivo di Pier Luigi Bersani non è andare alla scissione ma riprendersi il Pd, e per farlo sulla riforma costituzionale ha compiuto una giravolta molto spregiudicata 

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Pier Luigi Bersani (LaPresse)

“Quello della sinistra Pd sul referendum è stata una giravolta molto spregiudicata. In aula ha votato la riforma, e tra l’altro ha posto come condizione che fosse peggiorata chiedendo un senato di consiglieri regionali anziché di sindaci come voleva il premier. Per una volta è stato Bersani a fregare Renzi anziché il contrario”. A spiegarlo è Aldo Cazzullo, inviato speciale del Corriere della Sera, che ha da poco pubblicato per Mondadori il suo nuovo libro dal titolo Le donne erediteranno la terra. Sempre per Cazzullo in vista del referendum del 4 dicembre “Berlusconi tifa per Renzi, con il quale si sente molto più a suo agio che non con Salvini. Non a caso Fedele Confalonieri ha fatto sapere che voterà Sì”.

Al referendum vincono i Sì o i No e perché?

All’inizio ero convinto che avrebbero vinto i Sì, adesso comincio a pensare che possano vincere i No. La gente è esasperata, nel merito la maggioranza degli italiani è favorevole alla riforma, ma inevitabilmente il referendum è diventato anche un plebiscito su Matteo Renzi. Il premier ha commesso l’errore di pensare che il Paese fosse ancora quello del 41%, mentre la sua luna di miele con l’Italia è finita da un pezzo. Il discorso fondamentale del renzismo è che l’Italia deve tornare a fare l’Italia, ma tutto ciò ha bisogno di essere supportato da una robusta ripresa economica che non c’è. Basta guardarsi intorno per capire come andrà a finire.

In che senso?

Qualsiasi governo che in questa fase della storia sottoponga la sua linea ai cittadini con un referendum si sente rispondere di No. E’ successo al governo scozzese, a quello di David Cameron, in Colombia e in Ungheria. Adesso vediamo che cosa succederà in Italia.

Renzi si sta sovraesponendo troppo?

Sì, perché non può essere sempre lui quello che va ad affrontare i suoi avversari. Fa troppi dibattiti in prima persona, mentre dovrebbe dare più l’idea di una squadra. Il problema di Renzi è che tende a non fidarsi quasi di nessuno, e questo forse lo espone troppo.

Il discorso politico di Renzi rischia di ridursi troppo a narrazione, finendo per scontrarsi con i fatti?

Il rischio di scontrarsi con i fatti c’è. Detto questo non è che Renzi si sia limitato a parlare, anzi secondo me è stato un buon presidente del Consiglio.

Perché?

E’ riuscito finalmente ad abolire l’articolo 18, che era un residuato dell’età fordista. Ha approvato la legge sulle unioni civili. E’ stato il primo presidente del Consiglio ad avere messo dei soldi nella scuola pubblica anziché toglierli. Tutto questo però non gli viene riconosciuto. Renzi paga le conseguenze di uno stile che è apparso poco inclusivo e un po’ troppo solipsista.

Renzi spesso gioca d’azzardo. Questo metodo paga sempre?

Ovviamente no. Per esempio il suo vero errore, più che personalizzare il referendum, è stato farlo. L’ansia di essere legittimato ha portato Renzi a sposare una battaglia che in fondo non era sua. Le riforme istituzionali sono state il pedaggio che Renzi ha pagato a Giorgio Napolitano per prendere il posto di Enrico Letta. Napolitano aveva accettato la rielezione al Quirinale a condizione che fossero fatte le riforme. Renzi gli ha detto: “Letta non riesce a farle, te le faccio io e ti riporto al tavolo Silvio Berlusconi”.

Perché invece Sergio Mattarella sembra restare seduto a bordo campo?

Finora Mattarella è rimasto a bordo campo, ma se vince il No al referendum il capo dello Stato scenderà in campo per la prima volta. Bisognerà vedere quale soluzione riuscirà a trovare. Io ritengo che bisognerebbe inserire in costituzione il principio che i parlamentari devono essere scelti dal popolo e non nominati. Il Mattarellum ha garantito comunque due legislature di stabilità: dal 1996 al 2001 con i governi di centrosinistra e dal 2001 al 2006 con il centrodestra. Non sarebbe male se il capo dello Stato, con la sua moral suasion, cercasse di richiamare tutte le forze politiche al fatto che quella legge elettorale ha funzionato.

 

La sinistra Pd andrà alla scissione?

No, il suo obiettivo è riprendersi il partito. Quella della sinistra Pd è stata una giravolta molto spregiudicata. Ha infatti votato la riforma, e tra l’altro ha posto come condizione per votarla che fosse peggiorata. Renzi pensava a un senato di sindaci, mentre la minoranza dem ha portato il discorso sui consiglieri regionali che rappresentano la classe dirigente in assoluto meno autorevole d’Italia. Per una volta è stato Pier Luigi Bersani a fregare Renzi anziché il contrario come d’abitudine.

 

Che cosa ha in mente intanto Silvio Berlusconi?

Sotto sotto Berlusconi tifa per Renzi. Infatti l’unico che si sta veramente battendo per il No nel centrodestra è Renato Brunetta, ma di sicuro non Mediaset. Anzi Fedele Confalonieri ha fatto sapere che voterà Sì.

 

Veniamo al suo ultimo libro dedicato alle donne. Oggi nei paesi più avanzati sono al potere, perché in Italia non è ancora così?

L’Italia è ancora un Paese maschilista, anche perché il maschilismo spesso è insegnato dalle madri ai figli maschi. Oggi però stiamo facendo dei passi avanti enormi. Se si considera che la prima donna ministro, Tina Anselmi, è stata nominata nel 1976, significa che per 30 anni la democrazia italiana ha creduto di poter fare a meno delle donne. A lungo quindi le donne sono state soltanto ministro della Sanità e della Pubblica istruzione, cioè in sostanza infermiera e maestra. Da allora sono cambiate parecchie cose, tanto che oggi abbiamo Virginia Raggi come sindaco della capitale.

 

Laura Boldrini, Virginia Raggi e Maria Elena Boschi rappresentano tre stili diversi. Lei quale preferisce?

In tutti e tre vedo delle qualità e dei limiti. Onestamente non ho capito bene la Raggi, perché un sindaco non può nascondersi così. Noi romani l’abbiamo vista soltanto sul palco di Palermo, mentre un sindaco è un personaggio pubblico che deve avere una vita pubblica. Una cosa che accomuna tutte e tre queste figure è il fatto che hanno dovuto sopportare un peso mediatico notevole. La Boldrini è uno dei personaggi più odiati d’Italia. La Boschi è stata processata in modo eccessivamente severo per colpe non sue. Anche la Raggi probabilmente subisce un accanimento eccessivo, ma deve avere un po’ più di fiducia in se stessa.

 

(Pietro Vernizzi)

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