GOVERNO GENTILONI/ Basteranno Lotti & Boschi a salvarlo da D’Alema e Verdini?

- Gianluigi Da Rold

Oggi il nuovo governo Gentiloni si presenta alla Camera per la prima fiducia. Un esecutivo fatto di sostanziali riconferme, che protrae la crisi dell’Italia. GIANLUIGI DA ROLD

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Paolo Gentiloni (Lapresse)

Solo una settimana fa, Maria Elena Boschi sembrava destinata a una rapida uscita di scena dalla politica italiana per qualche tempo, una meteora legata a una riforma costituzionale che porta il suo nome e che gli italiani hanno sotterrato sotto una valanga di No. Un passo indietro sarebbe stato il “minimo sindacale”, come si usa dire. Ma una settimana dopo, la biondona aretina con la voce al miele ha smentito tutti ed è stata quasi promossa: è diventata l’unico sottosegretario alla presidenza del Consiglio, praticamente il braccio destro del nuovo premier Paolo Gentiloni, in sintesi è il nuovo “dottor sottile”, come un tempo era Giuliano Amato, di Palazzo Chigi.

Poi c’è stata la promozione di Angelino Alfano, che va alla Farnesina, al ministero degli Esteri e per la sua duttilità governativa potrebbe essere paragonato al nostro “Sir Anthony Eden”, un tempo l’uomo più elegante d’Europa, il diciassettenne studente di Eton che si arruolò volontario nella grande guerra e poi fu sempre il braccio destro di Winston Churchill. Viva Angelino!

Altri tempi e altre lande. Con Alfano e Federica Mogherini all’Unione europea, la politica estera italiana è veramente e completamente a posto, nel suo esatto contrario per i nostri interessi, ma perfettamente in regola per gli interessi altrui. Una comica che supera la farsa storica che tante volte evochiamo.

I ministri del governo, eletto con la velocità di Speedy Gonzales dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sono quasi tutti uguali, tranne Marco Minniti al ministero dell’Interno. Poi ci sono sempre la Madia, la Lorenzin, la Pinotti, il Poletti, il Padoan e il “famoso” Lotti, che si è guadagnato un ministero allo Sport. Nuove Olimpiadi in vista? Hanno fatto fuori solo Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione, sommersa da una contestazione scolastica pagata duramente in “soldoni elettorali” e hanno aggiunto qualche “antica marpiona” della politica post-picista.

Dietro a tutti c’è probabilmente il nuovo “Lord Palmerston”, che non frequenta il “Reform Club”, ma Rignano sull’Arno e Pontassieve, che ha in mano la segreteria del Partito democratico dove promette o fa capire che sta preparando un congresso-“regolamento di conti” per rilanciare la sua linea politica e la sua nuova sinistra.

Diciamolo con molta franchezza: lo spettacolo non è stato affatto piacevole e il risultato, nonostante Paolo Gentiloni appaia un signore per bene con qualche sbandamento giovanile, è quello di un governo che sembra l’emblema del rischio, lo spot del rischio politico. Secondo le intenzioni di Mattarella e di Gentiloni, il governo deve “essere forte” per affrontare “adempimenti e scadenze” italiane, europee e internazionali. Nello stesso tempo deve lavorare velocemente per armonizzare una legge elettorale, sia alla Camera che al Senato, perché il celebre Italicum, quello che tutto il mondo ci invidiava, deve passare sotto la lente della Corte costituzionale il 24 gennaio 2017. E’ talmente appiccicaticcio questo governo, nonostante la buona volontà di Mattarella e Gentiloni, che sulla sua durata si può interpellare solo il mago Otelma e non è detto che ci azzecchi.

Oltre a essere forte, il governo deve essere anche lesto, per portare il Paese a elezioni politiche “al più presto”. Ma come è possibile, al momento stabilire una data? Inserirla tra le scadenze nazionali e internazionali? Tutto questo sta diventando un rebus, che nelle speranze di alcuni sa tanto di… ci rivediamo tra un anno, quasi alla scadenza naturale. Ma anche le speranze sono precarie. Gentiloni ha spiegato durante le consultazioni fatte a ritmo battente “dureremo finché avremo la fiducia”.

Ma la fiducia di questo governo quanto è a rischio? Nel gioco delle ripartizioni o spartizioni tra correnti e “culture politiche” differenti, si sono incavolati gli uomini del grande “innovatore” Denis Verdini. Voleva entrare ufficialmente in maggioranza e non lo hanno voluto? Voleva qualche esponente in più nel governo oltre al “silurato” Enrico Zanetti? Impossibile saperlo con qualche sicurezza. Ma il risultato di questa incavolatura di Verdini è che al Senato la maggioranza può contare solo su un voto e in più, nella minoranza del Pd, ci sono distinguo rabbiosi: “Voteremo solo se ben convinti”.

In definitiva, più che un governo sembra una roulette russa. Il tutto avviene in una situazione economica e finanziaria che è sempre fragilissima a livello europeo e mondiale, ma che in Italia ha scadenze da mozzafiato. A questo punto il problema del Monte dei Paschi di Siena deve essere risolto in qualche modo e tutto il sistema bancario italiano, anche se con graduazioni diverse, potrebbe entrare in pericolose fibrillazioni.

Ora ci si potrebbe chiedere per quale ragione il nostro “Palmerston” di Rignano ha cercato di “caricare” così tanto questo referendum costituzionale, perché è andato quasi spasmodicamente alla ricerca di un voto plebiscitario, perché, pur distinguendosi, non ha cercato convergenze o un dialogo costruttivo con tanti corpi intermedi. Naturalmente questo è il senno di poi e serve a poco per guardare al futuro con un minimo di fiducia.

Alla fine, questa infinita “seconda repubblica”, che ancora non si capisce bene che cosa sia e che cosa sia stata, continua a rinviare la soluzione della crisi italiana. Il rischio ulteriore è che alla fine, questa crisi, con una delle classi dirigenti più scombinate, possa trasformarsi in una patologia pericolosa. Sia chiaro che il discorso non vale solo per questa maggioranza ( se esiste ancora), ma anche per un’opposizione lunare, inconsistente, senza sbocchi credibili.

A questo punto, il Belpaese sembra il regno del vivere a vista giorno per giorno. E pensare che tutto era cominciato con le “mani pulite”, la “trasparenza”, la “governabilità”, l'”onestà” e via cantando.

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